ENRICO PASTORE| Dal 20 al 23 novembre sono stato ospite a Genova del Festival Testimonianze Ricerca Azioni diretto da Clemente Tafuri e Teatro Akropolis. Un appuntamento imprescindibile nella mia stagione di visione e quest’anno lo è stato particolarmente perché il Festival è rimasto orfano dei finanziamenti ministeriali. La vicinanza era l’unica forma di solidarietà attiva e concreta che mi pareva degna di senso in questo momento.
Per questo motivo più che degli spettacoli in programma, di cui alcuni notevoli come Pinocch-IO di Lucia Guarino o TRAKT di Paola Bianchi, vorrei parlare del Festival e delle domande che ci pone, soprattutto dopo le deludenti ed effimere proteste estive. Testimonianze Ricerca Azioni (da ora TRA) è un Festival che oggi pone alcune riflessioni inderogabili e indifferibili sul ruolo delle arti sceniche (se non dell’arte in generale) nel contesto socioculturale, sul loro finanziamento da parte degli enti pubblici e, non ultimo, sulla modalità di creazione e fruizione delle stesse nella società italiana contemporanea.
Data questa premessa sorge spontanea una prima domanda: perché proprio il festival diretto da Clemente Tafuri pone con urgenza queste questioni e non lo fanno, invece, Santarcangelo dei Teatri o la Biennale di Venezia? Per rispondere dobbiamo prima di tutto ritornare a quanto successo quest’estate con l’esclusione del Festival dai contributi ministeriali e ancor prima alla legge sull’accesso ai finanziamenti pubblici.
La legge, confusa, mal scritta e con molti vulnus – ingredienti che non mancano nemmeno ai DM precedenti e di altra matrice politica e che non staremo qui ad analizzare nella sua interezza per questioni di spazio, rimandando a chi ne ha scritto approfonditamente – non solo cancella qualsiasi riferimento al rischio, all’azzardo, alla scommessa, all’esperimento, ma rafforza l’idea di impresa premiando coloro che mettono l’incasso e i numeri di pubblico al primo posto.
Premettiamo che nulla ci sarebbe di male nel creare un evento scenico (non mi piace chiamarlo spettacolo anche se a volte si è costretti per mancanza di sinonimi) capace di riscuotere favore del pubblico, ma il suo mero conteggio numerico non deve essere l’obiettivo primario. Ma come? Si chiederanno alcuni: piacere a un numeroso pubblico non è l’aspetto principale di un’opera d’arte? No. L’opera d’arte può persino avere successo e non piacere al pubblico. Un esempio fu l’Olympia di Manet, oggi famosissima ma all’epoca creatrice di scandali e polemiche senza fine. Per non parlare di 4’33” di John Cage, pezzo musicale che ancor oggi crea dispetto al pubblico, ma indubitabilmente cambiò il corso della musica nel ‘900. Il piacere non è lo scopo dell’arte. Non è nemmeno far soffrire lo spettatore, questo sia chiaro, o procurargli mal di testa o noie indimenticabili, nemmanco usargli violenza, indispettirlo o inquietarlo. Lo scopo dell’arte è interrogarsi sul reale, rendere precarie le nostre certezze, far perdere equilibro al mondo al fine di ripensarlo. Far questo è operazione rischiosa, che non ha e non potrà mai avere risultati sicuri. Per altro nemmeno l’entertainment, il triviale fatto apposta per recar sollazzo all’animo affaticato dalla durezza della vita, ha sicurezza di risultato; ma l’obiettivo è diverso: incassare. Ed è qui che viene a galla il problema.

Ciò che è importante per la legge è la congruità dell’investimento rispetto ai risultati. Se investo 100 devo incassare 110, e se così deve essere non posso rischiare un fallimento per non perdere i successivi sostegni ministeriali. Così si rivedono gli stessi registi/e, le stesse attrici/attori, le stesse formule, perché squadra che vince non si cambia. L’arte è diventata impresa culturale e in quanto tale lo scopo primario e imperativo è avere bilanci positivi e numeroso pubblico. Il capitalismo ha ingoiato anche l’arte e l’ha resa schiava dei propri principi. Anche qui qualcuno si solleverà dicendo: perché Botticelli non doveva soddisfare il suo committente? Sì, certo. E infatti alcune opere furono rifiutate (Rosso Fiorentino o Caravaggio sono ottimi esempi), ma lo scopo del committente era l’ammirazione, la reputazione di mecenate, apparire potente e ricco tramite l’arte, non incassare. Per questo rischiavano. Scoprire un talento era meritorio, una medaglia scintillante da porre sul proprio stendardo di famiglia. Oggi invece basta avere in scuderia chi ti garantisce sempre e comunque lo stesso risultato.
Torniamo a TRA: Clemente Tafuri (fino a poco tempo fa affiancato da David Beronio) ha impostato da anni un festival con l’obiettivo primario di promuovere la ricerca, dar conto delle pratiche sia con l’attività editoriale, sia con incontri e convegni, e infine, agire sulla scena considerando il teatro (ma anche il cinema) non un mezzo di espressione, ma di indagine.
Ma cos’è la ricerca? Oggi in teatro e nella danza è spesso parola vuota e andrebbe chiarita. Non siamo in ambito scientifico dove a una teoria segue un sperimentazione conseguente che possa avvalorare o meno l’assunto iniziale. Siamo in un mondo in cui un’enunciazione teorica può portare nella pratica verso terre incognite e, in più, spesso segue la sperimentazione. Pensiamo ancora a Cage il quale partì da una ricerca sul rumore e arrivò al silenzio, dal controllo della composizione approdò all’indeterminazione. Niente di questo era previsto, tutto è stato trovato strada facendo. Solo lo sguardo dello storico da strapazzo vede tutto dispiegato da un inizio a una fine ritenendolo un percorso conseguente e logico.

I fallimenti sono quindi frequenti, come i passi indietro e gli improvvisi salti in avanti. Ricerca è seguire una stella polare, una luce lontana e indefinita all’orizzonte, capace di guidare l’azione artistica. A volte la luce è avvolta dalla foschia, altre volte brilla splendente, e seguirla ci conduce spesso e volentieri dove proprio non pensavamo. Adeguarsi a questa stella non garantisce successo. A volte ci si perde, altre si cade.
Dopo aver sostenuto questo bell’argomento, ecco sorgere una domanda cui urge una risposta: questo assunto regge ancora in un mondo in cui solo chi ha successo risulta vincente e meritorio, indipendentemente dal valore intrinseco di ciò che fa o dice? Oggi – ma il fenomeno è in atto da un paio di decenni almeno – il committente, pubblico o privato che sia chiede certezze. Vuoi i soldi, devi garantire certi parametri. L’arte e la ricerca con questo menage non c’entrano. Non si possono far compromessi. Non si può servire Dio e Mammona, anche se qualcuno afferma che invece è possibile e persino ci riesce. Nella stragrande maggioranza dei casi bisogna scegliere.
Detto questo sorge un’ulteriore domanda da affrontare prima o poi: è veramente un male perdere il sostegno ministeriale se le premesse sono l’abbandono del rischio artistico e l’incertezza della ricerca? Non sarebbe preferibile costruire, o seguire, la propria attività artistica fondandola su altri presupposti? Un festival come TRA ci pone di fronte a questo dilemma perché, pur essendo rimasto escluso dal sostegno ministeriale, non è venuto meno lo spirito avventuroso, non si è affievolita la fiamma della testimonianza, non si è abbassato il livello dell’offerta culturale e della discussione.
Passiamo a un secondo scottante argomento: un’offerta culturale, in cui gli interventi, le pubblicazioni, gli spettacoli posseggono e necessitano di un alto livello di competenza artistico-intellettuale, è ancora confacente allo spirito dell’epoca? Esiste un pubblico preparato a questo tipo di complessità? Potrebbero sembrare domande oziose e snob, ma così non sono. Da più parti infatti si invoca una semplificazione per avvicinare il pubblico. Tralasciando per un momento il sottinteso numerico di cui abbiamo parlato più sopra, resta il fatto che la complessità di linguaggio è oggi ritenuta d’ostacolo alla comprensione. E vi sarebbero anche delle ragioni nell’affermarlo: crescente analfabetismo funzionale, diminuzione brutale dei tempi d’attenzione (si parla di ben 45 secondi!), alleggerimento del lessico son tutti problemi da tenere presenti.
Ma la domanda vera è: come si contrasta tutto ciò? Si abbassa il livello o si cerca di innalzarlo nuovamente? E se vincesse la seconda opzione, in che modo si può intervenire? Per ora il mainstream teatrale ha optato per i reader’s digest drammaturgici, sotto un’unica formula: riscrivere e semplificare, una sorta di pre-digerito capace di confortare l’abbonato di tutte le età. Minoritarie sono altre scelte: arroccarsi nella torre d’avorio, provare strade ardite mescolando i generi (strada seguita per lo più dalla danza e dal nuovo circo), virare verso una sorta di performativo spurio, teatro documentario e di intervento politico, etc.
TRA come festival ha cercato in questi anni di tastare il polso alla situazione, proponendo la maggior parte dei linguaggi possibili, fornendo al proprio pubblico un’ampia scelta dai giovani artisti ai maestri. Inoltre i programmi sono assolutamente transdisciplinari con danza, musica, teatro, cinema, nuovo circo, danza Butoh, teatro di figura. Si poteva fare di più? Si poteva fare meglio con le risorse a disposizione?

Premesso che sempre si può migliorare e che i difetti non mancano mai in alcuna impresa umana, a livello di direzione artistica si può con serenità affermare che nell’ambito della scena off è difficile immaginare un lavoro più raffinato e attento, Anche sul territorio, da anni, si sta sviluppando un coinvolgimento delle nuove generazioni. Ora però se l’istituzione pubblica e privata richiede a TRA afflussi oceanici per confermare che i finanziamenti siano ben investiti, ecco che diventa tutto molto difficile, se non impossibile, e non solo per le ovvie difficoltà logistiche in una città come Genova. Ma il numero è veramente così importante o è un moloch di cartone inoffensivo? A volte le onde generate da un piccolo sasso nello stagno hanno effetti inaspettati e monumentali. Pensiamo al Teatr Laboratorium di Grotowski: fece la storia con pochi posti in una piccola cittadina al di là della cortina di ferro.
Inoltre si potrebbe aggiungere che Paola Bianchi è artista di grande livello, ma non potrà mai competere con l’appeal di un comico televisivo, perché il loro lavoro è diverso e si svolge su un altro piano. TRAKT, il suo ultimo spettacolo in prima nazionale proprio a TRA, ha tutti gli ingredienti dell’incertezza e dell’imprevedibilità. Le tre danzatrici infatti traducono in scena un movimento che in auricolare è solamente descritto. Il risultato cambia volta per volta, perché mutano gli spazi, i tempi di esecuzione, la sensibilità scenica delle interpreti, etc.
Questo si può dire anche del lavoro di giovani coreografe come Lucrezia Maimone o Lucia Guarino, sono poco conosciute proprio in quanto giovani, e il cui percorso non è ancora definito sebbene ottimamente indirizzato. Sui giovani poi si dovrebbe aprire un capitolo triste e infinito in una nazione che costantemente li penalizza, li umilia e persino li invita all’emigrazione, e tutto questo aggravato dal fumo con poco arrosto dei direttori under 35, altro frutto amaro della legislazione recente.
Tornando ai numeri lo stesso discorso varrebbe se si volesse a tutti i costi confrontare gli incassi di Taylor Swift con quello dei Porcupine Tree, e tra questi e degli esordienti. L’offerta di TRA si rivolge quindi non al mercato mainstream, ma a una nicchia di persone interessate ai luoghi dell’arte come incubatori di idee e andrebbe semmai confrontata con altre realtà simili; ma anche in questo caso, persino previsto dal DM, se il numero è l’unico dio da adorare, se l’omologazione dei contenuti è il nuovo vangelo, allora non c’è ragione di continuare a finanziare questo tipo di festival.
La domanda, al di là della questione numerica semmai è questa: il teatro, e più in generale le arti sceniche, riescono ancora a rispondere alle esigenze della società? Il teatro come luogo ha ancora un valore, oppure si devono rifondare i presupposti dell’abitare e utilizzare il teatro? E ancora: le arti sceniche possono convivere con i principi di impresa come li intendono il capitalismo e l’algoritmo? Queste sono tutte questioni che si dovevano affrontare già un decennio fa, ma, presi tutti dall’incombenza del sopravvivere, si è lasciato perdere. Anche le velleitarie rivoluzioni estive si sono spente appena sono iniziate le stagioni autunnali. Si corre, si corre sempre, senza pensare, senza il tempo di ponderare le scelte. Si è costretti dalla sferza del tempo e dei bandi a rotolare velocemente verso valle. Dove questo ci porti, è ancora un mistero. Per fortuna esistono ancora luoghi come TRA dove è possibile almeno porsi le domande.
Per concludere vorrei proporre un’ultima rapida riflessione: secondo Agamben (e prima di lui Nietzsche) è inattuale colui che non aderisce completamente al proprio tempo. Tutte le questioni sopra menzionate siedono su questo scomodo dilemma: seguire i dettami delle mode, gli imperativi e le tendenze del tempo presente, o seguire il proprio personale daemon a costo di farsi chiamare boomer fuori dal tempo o visionari perenni abitatori del mondo delle nuvole e della montagna del sapone? Ricordiamo che l’anomalia abita i confini, quella terra poco abitata, confusa nelle lingue e nei costumi in cui viaggiano gli avventurieri, ed è in questa terra, non nella capitale della conformità, che accadono le cose più interessanti e in grado di farsi ricordare nel tempo. La questione è quindi se scegliere il coraggio dell’avventura e dell’esplorazione o rimanere nei porti affacciati sul mare della tranquillità e della supina concordanza.
Teatro Akropolis, Genova | 20-23 novembre 2025




