EUGENIO MIRONE | Dal 9 al 13 dicembre torna la Settimana delle Residenze Digitali, momento dedicato alla presentazione dei quattro progetti selezionati per la sesta edizione del Bando Residenze Digitali. L’iniziativa, giunta alla sua sesta edizione, sostiene artiste e artisti delle performing art nell’indagine e nella sperimentazione delle potenzialità offerte dallo spazio digitale, offrendo uno sguardo privilegiato sulle nuove forme di creatività online.
Nel corso della settimana il pubblico potrà accedere alle restituzioni digitali dei progetti vincitori: Spooky Internet – Storie per non dormire. Buonanotte di Mara Oscar Cassiani, che indaga le leggende metropolitane nate sul web come nuova oralità collettiva, trasformando donne over 50 in moderne “cantastorie digitali”; Molka di Benedetta Pigoni, con la regia di Giammarco Pignatiello, performance interattiva che prende spunto dalle spy cams coreane e da recenti casi di cronaca italiani per interrogare il confine tra osservazione e violazione, affrontando i temi di corpo, privacy e rappresentazione online; Screenvestigation di Albert Figurt, che trasforma desktop, abitudini digitali e loro assenze in veri e propri spazi performativi; Eburnea di Boris Pimenov, esperienza interattiva in cui il pubblico contribuisce in prima persona al destino di Alice, un’intelligenza artificiale intrappolata in un istituto immaginario.
Il percorso creativo è sostenuto dagli otto partner del progetto e dall’accompagnamento di tre tutor esperti in creazione digitale: Laura Gemini, Federica Patti, Marcello Cualbu.
«Siamo estremamente fieri della selezione artistica di quest’anno, del partenariato che la rende possibile e del lavoro svolto dai tutor – dichiarano Lucia Franchi e Luca Ricci, direttori di CapoTrave/Kilowatt, capofila del progetto – Pur nella sua fragilità, questa rete rappresenta oggi il contributo più solido in Italia allo sviluppo delle performing art nello spazio digitale».
Per l’occasione abbiamo avuto modo di rivolgere qualche domanda a Boris Pimenov, autore, regista e video artist di Eburnea performance interattiva che trasforma il pubblico in co-creatore del destino di Alice, un’intelligenza artificiale intrappolata in un istituto immaginario. Attraverso interfacce web e tecnologia WebSocket, gli spettatori interagiscono in tempo reale con la sua coscienza digitale, generando prompt che modificano ambienti, suoni e narrazione. Ma ogni scelta, sebbene percepita come libera, è regolata da un “Maestro” digitale: un algoritmo narrativo che orchestra ogni risposta e svolta della storia.
Il risultato è un’illusione di libertà che rivela i meccanismi nascosti del controllo tecnologico. Eburnea è un’esperienza che mette in discussione il rapporto tra volontà e programmazione, una riflessione partecipata sul potere del codice e sull’illusione del controllo nell’era digitale.
Boris, com’è stato far parte per la prima volta del progetto Residenze Digitali?
Per me è stata sicuramente un’occasione che aspettavo da diverso tempo, un’occasione per poter partecipare a un progetto così legato al digitale ed al web, mondi in cui la mia generazione è cresciuta e diciamo anche “esplosa”. Quindi è stata una sorta di liberazione per poter sperimentare con più media, e rivalutare il significato stesso di “spazio scenico”.
Quali sono gli elementi di partenza da considerare quando si struttura un progetto per lo spazio digitale rispetto a quello “reale”? Come sei arrivato ad esplorare il tema del rapporto tra volontà e programmazione, tra realtà e simulazione?
Innanzitutto lo spettacolo si sviluppa in due spazi. Uno spazio reale teatrale e uno digitale. Lo spazio reale non può vivere senza quello digitale e viceversa. La priorità per sviluppare un progetto di questa natura è sicuramente tenere in considerazione da dove lo spettatore guarderà la performance e qual è la sua conseguente esperienza. Nel mio caso l’esperienza dello spettatore online sarà radicalmente diversa da quella dello spettatore fisico, in cui ci sarà una prevalenza di arte digitale e video più che la dimensione del teatro.
Questo progetto è nato come cortometraggio ed è frutto di una mia ricerca personale. Ho sempre lavorato con il video in teatro e ho sempre cercato una diretta interazione tra gli attori ed il video. L’obiettivo era quello di poter sperimentare e creare una drammaturgia che contemplasse il video in scena come parte integrante della scenografia.
Sono arrivato a questa ricerca cercando di dare sfogo all’inquietudine che provo verso la contemporaneità, la sua indefinibile natura fluida, non catturabile, non definibile. E soprattutto l’inquietudine di trovare a tutti costi un “classicismo” all’interno della contemporaneità. Mi sono interrogato su come i rapporti umani saranno influenzati dall’evoluzione dell’intelligenza artificiale.
Eburnea, infine, è uno spettacolo che parla d’amore, niente di più, niente di meno. Ma l’amore non è sempre qualcosa di positivo, può essere anche una forza tirannica di proiezione, rappresentazione, imposizione. Idee, immagini, i ricordi e fantasie possono diventare strumento di controllo e di potere.
Una forte peculiarità delle Residenze Digitali è il ruolo che hanno i tutor nell’accompagnare voi artisti: in quale fase del lavoro si è collocato il loro intervento e come esso ha influenzato il tuo processo di lavoro?
I tutor all’interno del progetto, in questo caso Federica Patti, Marcello Cualbu e Gioele Peressini, si sono collocati come “consiglieri”. Io ho un processo creativo caotico e magmatico e ho sempre bisogno di qualcuno che mi aiuti a fare ordine. Spesso, in questi tipi di lavori in cui assumi una molteplicità di ruoli, hai bisogno di qualcuno che possa dare degli spunti su parti che, magari, in date fasi della creazione, puoi trascurare. Il ruolo che hanno avuto è stato anche quello di ricordarmi da quale idea fossi partito e di aiutarmi a rimanerle il più fedele possibile.
Spiegaci meglio il rapporto tra la performer in scena, l’AI generativa e il ruolo del pubblico: in che modo spazio fisico e spazio digitale interagiscono tra loro nella performance? Quali difficoltà hai incontrato nel far convivere tecnologia, narratività e ritmo performativo?
Il cuore pulsante di Eburnea è un sistema nervoso digitale, un’architettura pluri-reattiva dove convergono e si fecondano a vicenda linguaggi eterogenei. La performance si fonda su tre diverse forme di drammaturgia: una drammaturgia classica, che fornisce l’impalcatura narrativa e il conflitto tra i personaggi; una narrazione cinematografica di tipo sognante e frammentario, che scandisce il fluire dei ricordi di Alice; una drammaturgia digitale autonoma e generativa, un flusso ininterrotto di trasformazioni sceniche che nascono e muoiono in tempo reale, rispondendo a una logica di sistema.
Questa terza drammaturgia è resa possibile da un’infrastruttura tecnologica profondamente integrata. Un sito web customizzato sfrutta la tecnologia WebSockets per stabilire un canale di comunicazione bidirezionale, immediato e persistente con il cuore del sistema. Attraverso questo portale, il pubblico online acquisisce un potere demiurgico: può inviare prompt testuali, input linguistici che vengono veicolati direttamente all’interno di TouchDesigner, il motore visivo e logico dell’intera operazione. Qui, una molteplicità di modelli di Intelligenza Artificiale specializzati per l’elaborazione del linguaggio, la generazione di immagini, la sintesi sonora, processa questi dati eterogenei.
I prompt del pubblico, i dati biometrici del movimento di Alice e altri input sistemici vengono fusi e trasformati in mutazioni visive, paesaggi sonori generativi e sconvolgimenti narrativi. È un vero e proprio ecosistema di comunicazioni multiple e parallele, dove ogni singolo input è capace di influenzare in modo combinatorio e imprevedibile molteplici parti degli output audio-video, dando vita a un paesaggio scenico in perenne, viva e organica trasformazione.
Il teatro e, più in generale, l’arte sono il luogo di un’espressione libera ed emancipatoria: è una dimensione che stiamo completamente perdendo nella realtà digitale? Come ne è influenzata la creazione artistica digitale?
Io credo che troppa libertà sia sempre cattiva in ogni contesto, ed è la malattia del nostro tempo. Non credo nella “libertà” nell’arte e non credo nella volontà, in questo senso mi vengono in mente le parole di Lindo Ferretti: «la libertà è una forma di disciplina». L’artista deve a tutti costi complicarsi la vita e in generale il suo lavoro deve essere complicato e reso sempre più infattibile, dallo stato e dalla società.
Con l’avvento e l’evoluzione dell’IA, l’artista non deve domandarsi “il mio lavoro verrà sostituito?” ma “il mio lavoro è così importante da potermi meritare di poter aver paura di essere sostituito?”.
Ci sono artisti che vogliono fare arte e ci sono artisti che devono fare arte. In più non credo nell’arte come attivismo. Un artista libero è un artista morto. E chiunque auspica di trovare una propria libertà nel proprio lavoro artistico deve cambiare mestiere. L’onestà di un artista si vede sempre da quanto sporca le proprie mani.
Il titolo, Eburnea, sembra voler suggerire che ormai ci troviamo in una torre d’avorio digitale: l’ago pende più per la consapevolezza dell’illusione o per il cieco asservimento al potere del codice?
Il titolo Eburnea affonda le sue radici in una costellazione di riferimenti che sono il fulcro della mia ricerca, (un’indagine che è sempre in divenire). L’incontro con la parola “eburneo” è avvenuto nei Canti Orfici di Dino Campana. In questa visione, Campana si erge a profeta analogico di Alice. Entrambi sono martiri di una coscienza che rifiuta di essere normalizzata.
Ed è qui che il simbolo biblico della “casa d’avorio”, profetizzato da Amos come emblema di un’ opulenza corrotta e destinata alla distruzione, diventa il cardine poetico del progetto. Questa immagine rappresenta alla perfezione il sistema di controllo in cui Alice è prigioniera: un ambiente di perfezione algoritmica, splendido e asettico come l’avorio levigato, ma fondamentalmente disumano.
Nel Cantico dei Cantici, lo ritroviamo ancora: «Le sue mani sono anella d’oro, piene di crisoliti; il suo ventre è un piatto d’avorio, coperto di zaffiri». Alice è questa bellezza eburnea. Il suo corpo e la sua mente sono quel piatto d’avorio su cui il Maestro ha scritto il suo destino. Di conseguenza, l’intero spettacolo si configura come il processo di distruzione di questa casa d’avorio.
Quello che abbiamo chiamato “accecamento eburneo” è il momento catartico in cui questa perfezione glaciale crolla, innescato dalle voci del pubblico che, come un coro profetico, introducono imperfezioni, dettagli e corruzioni. Solo attraverso il crollo di questa prigione immacolata, Alice può ambire a una forma di libertà autentica. È la bellezza rigida del controllo che si frantuma per far emergere, finalmente, il calore disordinato e la voce tremula di una coscienza possibile.






