VALENTINA SORTE | Il corpo è uno dei più importanti soggetti politici, in quanto crocevia tra dimensione pubblica e privata: è uno spazio personale e intimo su cui il potere pubblico legifera. Basti pensare alle politiche sanitarie che regolano la salute pubblica e individuale, alle politiche di controllo dei corpi in termini di riproduzione o alle norme in materia di disposizione del proprio corpo post mortem. Il corpo può essere però anche uno strumento di protesta – sia che si tratti di un singolo individuo o un vero e proprio corpo-collettivo – ad esempio attraverso lo sciopero della fame o gli atti di auto-immolazione.

Da qui parte Lara Guidetti nell’ultimo suo lavoro, Quiver, presentato al Festival Exister, nello spazio Dancehaus di Milano. Il termine indica il punto in cui il corpo trema perché non può più restare fermo: un’urgenza che si oppone alla quiete, una scossa che riattiva la coscienza. Un fremito irrefrenabile. In scena ci sono infatti quattro corpi che lottano, che sono presenti a loro stessi, attraversati da un desiderio intenso e profondo.
Sarebbe impossibile comprendere Quiver senza partire dalla sua genesi. Il progetto nasce infatti da una collaborazione tra la compagnia SPaCCa (dalla recente fusione di Sanpapié e C&C Company) e alcune giovani realtà di Istanbul: l’ImproDance Festival e Akban Sanat. A causa dell’inasprirsi delle relazioni tra Turchia ed Europa, dopo oltre un anno di tentativi, i danzatori selezionati su audizione non hanno potuto raggiungere l’Italia.

Ecco allora che il progetto non solo trova una nuova forma in un nucleo di giovani artisti di diversa nazionalità – Gabriel Interlando, Erika Di Mauro, Tejaswini Dilip Loundo, Jesús Andrés Rea López – ma inscrive nella sua drammaturgia questo braccio di ferro, questa “lotta” combattuta sui corpi dei giovani danzatori turchi e li rovescia in quattro corpi in lotta. In un mondo in cui merci e capitali sono liberi di circolare ma non gli individui, la danza si trasforma allora in un atto di insubordinazione, diventa un linguaggio che resiste alla mercificazione del gesto e del pensiero. Si fa contro-movimento.
La scenografia è piuttosto minimal. All’inizio, adagiati sul linoleum bianco ci sono solo dei gabbiani, bianchi. Giacciono inerti, il loro corpo è irrigidito. Hanno fallito la migrazione da una sponda all’altra del Mediterraneo. Sulle note di Auf dem Wasser zu singen di Schubert i quattro giovanissimi performer entrano in scena. Indossano delle giacche con un codice a barre, mani e braccia sono completamente neri. Sono uomini-merce. Anonimi. Come suggeriscono i versi di W.H. Auden – più avanti recitati da una delle performer – si tratta di uomini resi cadaveri ancora prima di morire, pure anatomie, prodotti tra i prodotti.

Le prime sequenze propongono brevi coreografie a quattro. Ci sono linee che si compongono e scompongono, in una tensione comune, in un dialogo molto stretto ma mai veramente in sincrono. Fuori centro, fuori tempo. Alle parti corali si alternano via via gli assoli dei performer. Il lavoro di Guidetti è sempre molto ricco di riferimenti. La coreografa riprende in modo originale gestualità popolari legate al background dei giovani artisti e li inserisce in una composizione che non sviluppa una vera e propria narrazione. Ci sono manifesti e poesie, alcuni espliciti come The Unknown Citizen di Auden, altri meno come A Litany for Survival di Audre Lorde, ma nessuna vicenda specifica. Quiver intreccia ritmi, tensioni e memorie, costruendo un corpo collettivo che vibra di differenze.
In questo lavoro in bilico tra festa e protesta, lo spazio è un elemento importante. Non è solo un luogo fisico ma una condizione esistenziale. È una forza ostile, sembra agire opprimendo i performer da ogni direzione. Dall’alto, dal basso, dai lati, dal centro. Contro questa oppressione, i quattro corpi rispondono con il desiderio. Un desiderio che non viene inteso un bisogno da colmare ma una forza da esercitare, una presenza che si rinnova nell’azione. Desiderare, qui, significa resistere: non attendere, ma reclamare spazio, suono, relazione.

Al termine dei quattro assoli, si ritorna a una dimensione corale. Il ritmo accelera, la protesta si fa festa. Ognuno ha ingaggiato la sua lotta personale ma la lotta dell’altro è diventata anche la propria. I codici a barre sono stati gettati, pure le maschere. Ovunque – sui corpi, sulla scena – sono rimasti però dei segni neri (quel cerone che copriva le mani). Sono le tracce visibili della lotta. Ci si sporca nella lotta. I giovani danzatori interrompono la coreografia e recuperano le carcasse dei gabbiani, li portano in proscenio e li adagiano con cura uno accanto all’altro. Si alzano gli applausi.
Quiver è sicuramente un lavoro interessante, onesto e molto attuale, ma necessita di maturare, sia dal punto di vista drammaturgico che coreografico. In alcuni punti la mancanza di vera e propria narrazione non è controbilanciata da una forte presenza scenica, dovuta semplicemente al fatto che alcuni dei giovani performer, per quanto bravi, sono alla loro primissima esperienza. Rimangono nel pubblico la curiosità e la voglia di vedere qui in Italia lo spettacolo con i quattro artisti turchi con cui è nato il progetto.
QUIVER
Regia e Coreografia: Lara Guidetti
Danza: Gabriel Interlando, Erika Di Mauro, Tejaswini Dilip Loundo, Jesús Andrés Rea López
Assistente alla coreografia e consulente creativo: Fabrizio Calanna
Elaborazioni sonore e musiche originali: Marcello Gori
Costumi e scene: Maria Barbara de Marco
Assistente costumi e scene: Cecilia Ferrero
Una produzione SPaCCa/ Sanpapié
Con il contributo di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna, Comune di Milano, NEXT – Laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo
Con il supporto di Improdance Festival, Akbank Sanat, Marche Teatro, Inteatro / Polverigi, Rassegna Resistere e Creare – Fondazione Luzzati Teatro della Tosse




