ANTONIO CRETELLA | Un recente studio del dipartimento di Filologia Classica dell’Università di Bologna ha cercato di dare una risposta statistica al dato percepito di caduta verticale delle competenze di scrittura degli studenti italiani comparando più di 3000 elaborati della maturità dal 1967 al 2012. I risultati avrebbero dimostrato una sostanziale tenuta delle abilità comunicative dei maturandi, sfatando quanto meno la paventata riduzione della padronanza del lessico di base. Differenze, però, ce ne sono, e anche significative: i testi moderni sono più corti di quelli del secolo scorso, perdendo in media una facciata di elaborato; la paratassi vince sull’ipotassi, in favore di una composizione del testo più semplice e più simile al parlato. Due elementi, questi, facilmente ascrivibili all’evoluzione della lingua nella comunicazione di massa, di cui sono quasi diretta emanazione, e che non sono in sé negativi: non sono forse chiarezza espositiva e capacità di sintesi due finalità dell’educazione linguistica? Il problema da porsi, tuttavia, è un altro: se la brevità e la semplicità del testo sono frutto di una scelta consapevole o sono l’unico modo in cui si sa comunicare. Se la brevità paratattica è infatti la sola modalità di comunicazione che si conosce e si sa utilizzare perché si ha difficoltà ad argomentare in modo più ampio e perché si rinuncia a collocare i concetti in una precisa gerarchia sintattica per timore di non saper gestire il “groviglio” di subordinate, allora siamo forse davanti a un adattamento per difetto che lungi dall’essere una consapevole scelta stilistica, è più un arrangiarsi con quello che si ha a disposizione.