RENZO FRANCABANDERA/CHIARA AMATO | RF: Era dai tempi di Imperium (2008) che La Fura dels Baus mancava da Milano. Il collettivo catalano noto per la trasgressività degli allestimenti in cui il pubblico è fulcro delle dinamiche sceniche è tornato in Italia a distanza di oltre quindici anni, ora che il collettivo ha trovato una ragione artistica per ricomporsi, dopo alcuni anni di pausa creativa. I meno giovani, come chi scrive, ricordano i loro storici allestimenti di una ventina di anni fa, che cambiarono il senso delle performance partecipate, spettacoli in cui di colpo gli spettatori diventavano elemento centrale della dinamica della rappresentazione e, sotto alcuni punti di vista, questo elemento ancora rimane. Navi in cui gli spettatori venivano chiusi nelle stive, o teatri in cui il pubblico veniva preso letteralmente in ostaggio (il loro Boris Godunov). Fondato a Barcellona nel 1979, da Marcel·lí Antúnez Roca, Quico Palomar, Carlus Padrissa e Pere Tantinya il gruppo di teatro urbano ha sempre ricercato uno spazio scenico distinto da quello tradizionale, lavorando su musica, azione, materiali naturali e industriali, digitalità. In Italia i loro passaggi memorabili erano stati quelli di Noun agli spazi Ansaldo di Milano nel 1991, di XXX nel 2003, Metamorfosis nel 2006, Boris Godunov a Mantova e ancora a Milano al Teatro Smeraldo (Faust), Imperium al Palasharp nel 2008 e l’allestimento di Tannhäuser di Wagner con Anja Harteros, Robert Dean Smith e la direzione di Zubin Mehta al Teatro alla Scala nel 2010. Da allora una pausa che è durata appunto quindici anni.

CA: Questa volta è lo spazio industriale della Fabbrica del Vapore a ospitare le date italiane della nuova produzione della Fura, Sons: ser or no ser, ispirata all’Amleto shakespeariano. La compagnia, anche in questo caso, ha concepito una creazione dal forte impatto sul proprio pubblico includendolo in un’esperienza immersiva, grazie all’uso della musica, di videoproiezioni e di strutture che permettono dinamiche acrobatiche da parte degli attori. Il pubblico accede in un vasto spazio e la scenografia (Tamara Joksimovic) digitale è a 360° attraverso proiezioni video (a cura di Eyesberg Studio José Vaaliña). La quarta parete non esiste: sui quattro lati infatti si è circondati dal paesaggio gotico, cupo e tenebroso della Danimarca di Amleto. Il palco, in fondo alla sala, presenta una passerella che conduce al pubblico e tra le persone, a inizio rappresentazione, vengono trascinate bare di legno. Regna il senso di smarrimento: le luci sono basse, gli alberi sono spogli, il cielo è coperto e gli unici suoni sono il vento della notte e risa infernali, maligne. Tutto rimanda al terrore, alle paure, agli spettri dell’anima.

ph. Darja Stravs Tisu

RF: Del gruppo iniziale, a dirigere le operazioni resta Carlus Pedrissa, la cui speranza è condurre lo spettatore dentro i topoi letterari ed emotivi shakespeariani: tra la vita e la morte, la ragione e la follia, la libertà e la responsabilità. L’opera è una de-costruzione dell’Amleto: scovare le tracce, le persistenze, le radici e le connessioni fra questo allestimento e il classico del bardo è onestamente operazione ardua. Ci sforziamo di individuare connessioni ma al di là delle ambientazioni ‘bramose’ che rimandano alla Danimarca, qualche colto richiamo alla cinematografia di Orson Welles e alle ombre dei funerali con cui si apre il suo storico Otello, qui siamo davvero in una terra di Nessuno dove l’unica cosa che non riesce allo spettatore è restare fermo nello stesso luogo da inizio a fine spettacolo perché questo spazio che profuma di cattedrale laica, con le americane che lo dividono in navate e costruiscono un carrello centrale di movimento attraverso il quale dal fondo della scena gli interpreti possono attraversare in lungo e in largo la sala appendendosi e compiendo acrobazie, trasforma il testo classico in un’esperienza  di disagio e quasi paura quando i performer arrivano percuotendo con violenza fra gli spettatori a pochi centimetri dal naso di qualcuno grovigli di bottiglie di plastica quasi che fossimo in qualche anima cyberpunk in stile Ken il Guerriero.
In piedi all’interno di un ambiente a pianta aperta, il pubblico diventa parte integrante della scena, interagendo con gli attori e vivendo attivamente dentro videoproiezioni in cui viene ripreso e videoproiettato praticamente in ogni momento dello spettacolo.

CA: Al grido di “il precipizio ci circonda” a inizio spettacolo le bare su rotelle vengono spinte a mano in mezzo alla sala e alla scena delle incursioni acrobatiche dei performer; un telo nero viene trascinato, dividendo in due lo spazio. La musica techno da rave è incessante e una telecamera riprende i volti del pubblico, proiettati sul telo stesso. L’elemento più inquietante forse è proprio la reazione degli spettatori (e non solo i giovani), che in momento così drammatico e conturbante dello spettacolo, pensano a salutare e a sorridere rivolti verso la telecamera. I volti si ridestano davanti alla lucina rossa, per mostrarsi al meglio. Apparire, altro che essere, caro Amleto!
A tutto ciò segue il celeberrimo monologo, che La Fura del Baus ripensa posizionando il proprio protagonista, appeso sul palco, in una grande sacca da flebo: sembra sottovuoto e senza respiro. La luce è rossa e tutto rimanda all’iconografia del crocifisso: un Cristo contemporaneo inchiodato al suo dolore. E contemporanee sono le immagini che scorrono rapide alle sue spalle: un collage di immigrati sui gommoni, simboli della politica internazionale di destra, il denaro, le folle, gli spot pubblicitari.

ph. Darja Stravs Tisu

RF: Oltre al monologo ci sono altri richiami al plot di Shakespeare: un omicidio iniziale (che rimanda a quello di Amleto padre) e l’incontro fra un Amleto cyberpunk tutto borchie e cinghie e il truce fantasma. Ma la tentazione di attualizzare, dissacrare, scomporre e creare un’operazione visivamente di impatto e che racconti il disagio del tempo presente sembra interessare assai più il collettivo catalano, anche se non mancano rimandi a ritualità teatrali che quasi stridono, come la processione bucolica che attraversa a un certo punto la sala, con flauti e vegetazione. Un pot pourri che a qualcuno fa storcere il naso e che al di là delle movimentate dinamiche di azione dei performer nello spazio d’azione (che è anche quello degli spettatori) per tutta la prima parte non tira fuori specifici segni di qualsivoglia pregnanza. A volte capita di rivolgere con più interesse uno sguardo al pubblico assai borghese in sala e in cerca di emozioni nostalgiche. Il biglietto a 50€ non è certo per spettatori con lavori precari.

CA: C’è anche il momento meta-teatrale, in cui uno degli attori finge che ci sia stato un problema luci/suono e si arrabbia con il tecnico Damià Duran. Parla in italiano, dice qualche parolaccia e il pubblico si diverte molto: approfitta di questa pausa, come se ne avesse bisogno rispetto al momento molto intenso appena passato.
Ma il tragico torna sempre più forte e senza tregua. Ofelia, dondolante in aria e ricoperta da un telo di plastica, urla in maniera atroce: il suo aspetto spettrale, smarrito e senza pace introduce la scena successiva, in cui muore soffocata in un cubo trasparente pieno d’acqua. Il riferimento al testo ispiratore è chiaro, in cui Ofelia infatti muore annegata in un fiume, dopo essere impazzita per il dolore della morte del padre Polonio per mano dello stesso Amleto, che l’ha rifiutata.
Il suo cadavere, insieme ad altri, viene gettato in una vasca piena di argilla e su tutte le pareti ci sono solo teschi. A uno a uno i performer attraversano lo spazio, cercando di aggrapparsi agli spettatori: “i dispiaceri non vengono come esploratori isolati, ma a battaglioni” – diceva proprio Ofelia nel IV atto – e qui proprio il battaglione dei morti perseguita i vivi. Echeggiano parole che ruotano intorno all’illusorietà della vita e infine un lapidario “non perdono nessuno”, gridato all’unisono, chiude lo spettacolo.

RF: per lo spettatore anziano, che ricorda le loro creazioni di vent’anni fa, lo schema creativo è già visto. Imperium aveva sostanzialmente le stesse regole di ingaggio, finiva anche lì con il pubblico infarinato e infangato, però aveva già perso la spinta e lo spirito iniziale delle loro creazioni. Certo, offrire una possibilità di rivivere questo tipo di emozione nello spazio scenico alle nuove generazioni resta comunque interessante, anche perché l’impatto sensoriale e il tumulto delle azioni rendono comunque – dal punto di vista dell’estasi fruitiva – anche questo spettacolo qualcosa che non capita di vedere tutti i giorni. Ma siamo più nell’effetto della meraviglia che nel ragionamento sulla performance di per sé stessa, che aveva invece colpito noi spettatori di trent’anni fa.

CA: Per me che ero alla prima visione di un loro spettacolo, invece, resta comunque fortissimo l’impatto: bravissimi gli interpreti, anche se l’infelice acustica dello spazio rende difficile la fruizione. Forse questo effetto di confusione è desiderato (o comunque non dispiace alla compagnia) perché nel caos nascono i mostri e le paure umane.
La folla sembra estasiata da ciò a cui ha appena assistito ma un dubbio resta: è stata rapita dalla grandezza di questa creazione o dal clamore che ruota intorno alla Fura? In alcuni passaggi sembrava essere più importante il selfie con la bara, commentare perennemente le prodezze aeree piuttosto che davvero farsi toccare da questa versione punk e straziante dell’eroe shakespeariano.

RF: Ecco, se proprio devo fare una riflessione, concordo sul fatto che davvero a inquietare, al giorno d’oggi, sono più gli spettatori che gli interpreti. Questo bisogno di apparire, di essere in un perenne selfie, in una perenne autoripresa instagrammabile, rende la corte di Danimarca davvero marcia! E i regnanti non sono altro che un riflesso di chi gli permette di sedere sul trono.

SONS: SER O NO SER

Direzione artistica Tamara Joksimovic, Mireia Romero, Carlus Padrissa (La Fura dels Baus)
Coreografia Mireia Romero
Scene e costumi Tamara Joksimovic
Composizione musicale Carlus Padrissa (La Fura dels Baus)
Produzione Bonvehi Arts & Events
Creazione video e audiovisiva Eyesberg Studio
Regia video José Vaaliña
CG Artisti David Ros, Martina Ampuero, Pol Marquès
Cast Quico Torrent, Tamara Ndong, Adriana de Montserrat, Ferran Plana
Tecnico del suono Damià Duran
Riggers Anigami (David Vilaregut e Mia Vilaregut)
Management Meritxell Viñas

Fabbrica del Vapore, Milano | dicembre 2025