ELENA SCOLARI | E chi se lo aspettava? Un piccolo festival di soli tre giorni, in dicembre, in provincia di Cosenza, nel Comune di Rende, che riempie di giovani spettatori per tre sere di fila un teatro da 300 posti! Libero Teatro, diretto e illuminato da Max Mazzotta, ha organizzato la terza edizione di DramaFest – festival della nuova drammaturgia (con il sostegno della Fondazione Carical) nei giorni dal 2 al 4 dicembre scorsi, ospitando Carrozzeria Orfeo, Babilonia Teatri e Daria Deflorian al PTU (Piccolo Teatro Unical), il teatro sede della compagnia, all’interno del campus dell’Università della Calabria, riaperto proprio per questa edizione di Drama dopo una lunga chiusura dovuta alla pandemia e protrattasi fino a questi giorni.

Max Mazzotta

Dobbiamo dirlo subito: Max Mazzotta è un direttore artistico sui generis, ed è una fortuna. Max è un attore di teatro che fa anche tanto cinema (è stato il gobbo in Freaks out  di Gabriele Mainetti nel 2021, per citare un esempio recente, ma anche il Fiabeschi di Paz!), ma non ha mai lasciato l’amore teatrale per il set. Anzi, nutre di poetica spavalderia un luogo e un gruppo di collaboratori e giovani volontari instancabili e gentili, che non perdono mai d’occhio il benessere degli ospiti. Mazzotta è un direttore artistico atipico, perché non parla di sé. È un comportamento raro, rarissimo, ma a tavola si informa del lavoro degli altri, invita gli artisti a raccontarsi, stando addirittura un passo indietro. Ogni tanto sparisce, qualcuno chiede: «Ma dov’è Max?!». E se ti giri, vedi la sua figura magra e allampanata allontanarsi in quel cappotto nero svasato, con la vita stretta. Forse, sta fumando una sigaretta, oppure sta camminando all’aria aperta per catturare una di quelle idee che vanno colte prima che svaniscano.

L’UniCal raccoglie 40.000 studenti, è praticamente una città, più degli abitanti dell’intero Comune di Rende (36.000), l’architettura del complesso è stata disegnata da Vittorio Gregotti; è interessante sapere che il 1972/73 è stato il primo anno accademico e che il rettore dal 1971 al 1975 fu Beniamino Andreatta, le cui idee hanno indirizzato lo sviluppo dell’Ateneo a cominciare dal “modello campus”: «L’Università della Calabria deve diventare una città dei giovani, con tutti i servizi e le infrastrutture necessarie. Bisogna adottare una nuova mentalità di studio, come quella che hanno gli studenti inglesi di Oxford o di Cambridge, e attuare un nuovo ambiente con campi sportivi, luoghi di ritrovo, di divertimento, di studio. A Cosenza deve sorgere una società veramente nuova di giovani, in una dimensione di grande libertà. Una cosa simile in Italia non esiste».

Università della Calabria

In effetti, quello che colpisce è, prima di tutto, la dimensione: la cittadella universitaria è estesissima, dietro il rosso mattone dei “Cubi” si vede il verde delle colline, una lunga passerella-ponte sopraelevata attraversa come una Avenue tutto il Campus e snocciola una biblioteca di qua e un’aula di là, in una lunga stringa del sapere.
Ci sono quasi tutte le facoltà, due anni fa è stata aggiunta Medicina e si farà – pare – un ospedale universitario, ci sono gli alloggi, gli studentati detti “maisonettes”, c’è il DAM – Dipartimento Autogestito Multimediale (autogestito dall’Associazione Entropia Dam), uno spazio vivissimo, continuamente frequentato da studenti, dove si può trovare una sala per teatro e musica, uno studio radiofonico dove registrare podcast, un bar che si trasforma in un ‘Babel bar’ con tavoli multilingue dove si chiacchiera in spagnolo o in arabo; e c’è la sede di Libero Teatro, presso il PTU, sala teatrale condivisa con la Compagnia Rossosimona.  Insomma, un esempio di come si possa integrare lo spettacolo dal vivo, la musica, la poesia, in un ambiente di studio e, dunque, a prevalenza giovanile.
Raccontare un po’ del contesto è indispensabile per capire quanto l’essere inseriti in un quadro d’insieme aiuti ad alimentare le relazioni e le interrelazioni tra età diverse, professionalità diverse, passioni e origini diverse.

Misurare il salto delle rane, Carrozzeria Orfeo – ph. Giulia Tiano

Ecco forse perché DramaFest tiene particolarmente a far dialogare tra loro artisti, pubblico, critica: «In questo festival cresciamo anche noi. Fondamentale è il confronto che ne esce. Siamo in una università dove il teatro lo studiano; poi, ci sono i critici che il teatro lo criticano e lo raccontano, e poi ci siamo noi che il teatro lo facciamo. Il DramaFest raccoglie tutti questi aspetti e non so se in Italia esista un altro festival così. Credo che abbiamo inventato noi questo modo di mettere insieme tutte queste anime che comunque esistono, nel teatro, e che spesso non dialogano. Invece, in questo caso, ci sediamo e ci guardiamo negli occhi e raccontiamo cosa abbiamo fatto fino adesso, e ci interroghiamo su come andare avanti mentre ci conosciamo tutti. Addetti ai lavori e non», ha dichiarato Mazzotta in un’intervista a Tiziana Aceto per il «Quotidiano del Sud».

In queste tre giornate tutti hanno parlato con tutti: studenti con i critici, artisti con gli studenti, spettatori con gli operatori teatrali, i critici con i professori. E gli studenti dei DISU (Dipartimento Studi Umanistici) sono davvero curiosi, attenti, e soprattutto gli si vede il fuoco negli occhi, quando parlano di teatro con chi nel teatro ci lavora, una gioia confrontarsi con loro.
Il programma ha preso inizio con un convegno dal tema Scrivere il teatro oggi, dialoghi e critiche sull’idea di drammaturgia e sul sistema teatrale italiano: confronto tra gli addetti ai lavori e mondo accademico, in cui si sono avvicendati gli interventi di Gabriele Di Luca (Carrozzeria Orfeo), Enrico Castellani (Babilonia Teatri), Max Mazzotta (Libero Teatro), il prof. Carlo Fanelli (docente DISU) e i critici Paola Abenavoli e Alessandro Toppi, oltre a chi scrive.
In estrema sintesi è emerso quanto differenti – sebbene contemporanei – possano essere gli stili con cui ci si avvicina alla drammaturgia da parte degli autori, e quanto ci sia ancora da lavorare, in Italia, perché il lavoro del drammaturgo sia riconosciuto, anche quando non si tratti di figura organica a una Compagnia.

Pietre nere, Babilonia Teatri – ph. Giulia Tiano

Le scelte artistiche operate per il festival dalla direzione sono estremamente eterogenee tra loro, ed è un aspetto cercato proprio per dare al pubblico un mini-panorama del teatro italiano non mainstream – quello che a Cosenza e dintorni non arriva, per intenderci – con creazioni che utilizzano linguaggi assai distanti: Misurare il salto delle rane di Carrozzeria Orfeo (ultima produzione in tournée) è una forma di teatro tradizionale per impianto, ma definita da una cifra di scrittura molto personale, e che affronta nodi esistenziali con una sagacia a volte disillusa, ma mai disperata e sempre arguta; Pietre nere di Babilonia è una riflessione destrutturata e molto libera sul concetto di “casa”, in cui il topos della lista – tipico del gruppo veneto fondato da Castellani e Valeria Raimondi – diventa anche una lista di quadri d’azione, le scene sono accostate un po’ come le espressioni di parola (su PAC ne ha scritto Enrico Pastore); Quaderno/Greta Garbo di Daria Deflorian è vedere un quaderno di appunti che viene riempito in diretta, e poi a quegli appunti viene data vita scenica, sommessa, sottile, sempre in bilico tra finzione del momentaneo e piacere del condividere un pensiero obliquo.

Quaderno/Greta Garbo, Daria Deflorian – ph. Giulia Tiano

Citiamo a parte il recital Ho rubato un filo di capelvenere di e con Lindo Nudo, fondatore della compagnia Rossosimona, un medley di testi dei poeti calabresi Leonida Repaci, Lorenzo Calogero, Franco Costabile, curato da Vincenza Costantino insieme a Nudo, il quale recita con tono che cura minuziosamente la materia verbale e con un piglio sempre raffinato. Abbiamo così incontrato tre autori pressoché misconosciuti non solo nel resto d’Italia, ma anche nella stessa Calabria; suggeriamo la lettura de Il canto dei nuovi migranti di Costabile, perché è crudo, struggente e dipinge la fiera sconsolatezza di un territorio e di un popolo.

Lindo Nudo – ph. Giulia Tiano

Chiudo questo diario di viaggio calabrese accennando all’ultimo spettacolo in cartellone: Giangurgolo Principe di Danimarca (foto in anteprima), produzione Libero Teatro, scritto e diretto proprio da Max Mazzotta che, tra l’altro, ha vissuto dieci anni a Milano formandosi alla Scuola del Piccolo Teatro e lavorando in alcuni leggendari spettacoli di Giorgio Strehler.
Lo spettacolo è una versione – assai rivista – dell’Amleto di Shakespeare secondo gli stilemi della Commedia dell’arte e con la maschera calabrese Giangurgolo a fare da protagonista. Il testo è perlopiù in dialetto cosentino, pertanto posso solo riferirvi delle molte riuscite battute dalla reazione del pubblico, ma è chiara l’eredità creativa del Maestro Strehler: Mazzotta regista ha assorbito il controllo di ritmi e tempi, la direzione sicura degli attori in scena, le soluzioni sceniche semplici, ma efficaci, l’utilizzo materico e poetico delle luci, che diventano un personaggio.
A Libero Teatro, dunque, l’augurio di guadagnarsi attenzione anche da fuori regione, come merita, non solo per il lavoro sul festival, ma anche per le loro produzioni.
E lunga vita a Dramafest!

Misurare il salto delle rane – Carrozzeria Orfeo
scritto da Gabriele Di Luca
diretto da Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti
con Noemi Apuzzo, Elsa Bossi e Chiara Stoppa

Quaderno/Greta Garbo
di e con Daria Deflorian

Pietre Nere – Babilonia Teatri
scritto e diretto da Enrico Castellani e Valeria Raimondi
con la collaborazione artistica di Francesco Alberici
con Francesco Alberici, Enrico Castellani, Anđelka Vulić

Giangurgolo Principe di Danimarca –  Libero Teatro
scritto e diretto da Max Mazzotta 
con Francesca Gariano, Marco Tiesi, Antonio Belmone, Paolo Mauro
e Graziella Spadafora
foto in anteprima di Giulia Tiano, tratta dallo spettacolo

DramaFest – Rende (Cosenza) | 2/4 dicembre 2025