LAURA NOVELLI | Non c’è nulla di più consolatorio, a teatro, dell’incontro con un’opera che, già solo per come è scritta, ci risuona dentro con familiare armonia e ci nutre tanto quanto può nutrirci la vita. Di fronte a un testo come Sabato, domenica e lunedì di Eduardo De Filippo (1959), portato in scena da Luca De Fusco al Teatro Argentina di Roma con repliche fino al 4 gennaio, è impossibile sottrarsi alla gioia di un ascolto e di una visione che, a distanza di anni dal debutto, rimandano tutta la straordinaria forza e la geniale teatralità di un capolavoro che – prerogativa dei grandi classici di ogni tempo – parla di noi, parla a tutti. Anzi, oggi, pur in uno scenario sociale e relazionale notevolmente mutato, suona quanto mai attuale.
Ne è ben consapevole il regista e direttore dello Stabile capitolino, che, nel mettere mano a questo allestimento – dopo una precedente messinscena realizzata nel 2018 per il Teatro Vachtangov di Mosca – realizza una regia molto rispettosa della partitura testuale. Dunque, sobria, limpida, lucida, sebbene pervasa da atmosfere chiaroscurali e cechoviane atte a far slittare, in alcuni passaggi dello spettacolo, l’impianto realistico della scrittura su un registro più allusivo, più simbolico, che non perde mai, però, il suo ancoraggio al sostanziale naturalismo della pièce.
«Eduardo è stato di gran lunga il maggiore scrittore teatrale italiano del secondo Novecento – scrive De Fusco nelle sue note – ed è così ancora vicino a noi da rendere incongrue le riscritture registiche avventate. La scrittura scenica, teoria molto in voga negli anni ‘70 e ‘80, secondo cui il vero autore di uno spettacolo è il regista, si infrange sui capolavori eduardiani che chiedono, a mio avviso, un regista interprete e non un demiurgo, un direttore d’orchestra e non un compositore, per la semplice ragione che il compositore c’è già e la sua vitalità è ancora inalterata».

Foto di Tommaso Le Pera

Ancora inalterati sono, d’altronde, i complessi meccanismi che regolano le altalene emotive di ogni matrimonio e di ogni convivenza familiare; così come inalterati si configurano gli smottamenti sociali che pongono generazioni diverse a distanze siderali tra loro.
E proprio la famiglia e la società rappresentano i due poli intorno ai quali si struttura questa splendida commedia, pubblicata nella Cantata dei giorni dispari nel 1975 (Giulio Einaudi Editore), a proposito della quale lo stesso Eduardo ebbe a dire: «In Sabato, domenica e lunedì c’è un fermento contestatario, un’anticipazione dell’avvento del divorzio in Italia, un’apparente fusione di finti rapporti cordiali in una famiglia in cui convivono i rappresentanti di tre generazioni: nonni, figli, nipoti, ma dietro la facciata bonaria si avverte un ammonimento a tutti i coniugi che non vanno d’accordo: spiegatevi, chieritevi i vostri dubbi, i vostri tormenti. Alla fine della commedia non c’è chi non comprenda che solo l’amore può tenere insieme due esseri; non certo il matrimonio, e nemmeno i figli».

Foto di Tommaso Le Pera

Dunque, un epilogo positivo, fiducioso, persino ottimista, attende le tensioni attivate nel corso della trama. E questo aspetto vitale, nella lettura di De Fusco, è un elemento imprescindibile che viene anticipato sin nell’incipit del lavoro, complice la scenografia ariosa di Marta Crisolini Malatesta: una cucina in maioliche domina un ambiente domestico non privo di geometrica astrazione, dove una serie di porte-finestre affacciate su piccoli balconi lasciano intuire la mediterraneità di una Napoli luminosa e marina e, al contempo, incorniciano un cielo azzurro che, come in un quadro di Magritte, è attraversato da nuvole bianche ben definite, presagio della tempesta umana incipiente.

Tempesta che parte in sordina. Perché anche se l’amore tra Rosa, interpretata con equilibrio e incisiva pacatezza da Teresa Saponangelo, e Peppino Priore, affidato a un lodevole Claudio Di Palma, vacilla da mesi, i riti familiari proseguono indefessi, a iniziare dalla “sacra” preparazione di quel ragù nei cui ingredienti si mescolano tradizione, affetto, legami, bisogno di certezze.
All’apertura del sipario – siamo al sabato, sezione del testo dove Eduardo semina quanto esploderà dopo – vediamo, infatti, Rosa caparbiamente intenta a svolgere il suo dovere di cuoca, anche se un certo malumore la attraversa: «Se lo faccio ancora – dice a un certo punto alla domestica Virginia (Rossella De Martino) – lo faccio prima per i miei figli e poi perché senza il ragù la domenica non mi sembrerebbe domenica; ma se fosse per mio marito cucinerei pasta scaldata pure la domenica di Pasqua”.
Il cibo, dunque, simboleggia anche qui, come in altre commedie eduardiane, un filo di continuità con il passato, ma anche un collante affettivo e, tanto più, esso è ciò che dà senso alla vita stessa di Rosa, una donna che si è dedicata sempre solo alla famiglia, e che ora rischia di perdere sé stessa nello scontro con un marito divenuto all’improvviso distante e scortese (capiremo solo poco prima dell’epilogo il futile motivo sotteso al disappunto reciproco).
A ben vedere, però, anche Peppino, nel livore che cova dentro e nella sua cieca e immotivata gelosia per le premure del vicino di casa, il ragionier Ianniello (Paolo Serra), ci appare perso, maldestro, confuso, e bisogna riconoscere che Di Palma sa restituire con estrema sensibilità le diverse sfumature del suo personaggio, mantenendolo sempre in bilico, in questa prima parte, tra tormento interiore e pungente ironia.

Foto di Tommaso Le Pera

Intorno alla coppia si muove, poi, una composita galleria di figure orchestrate tra loro con magistrale armonia: i figli Roberto (Pasquale Aprile), Rocco (Gianluca Merolli) e Giulianella (Mersila Sokoli), il padre di Rosa Antonio Piscopo (Francesco Biscione), la sorella di Peppino Amelia (Anita Bartolucci) e il figlio di lei Attilio (Renato De Simone), il già citato ragionier Ianniello e sua moglie Elena (Maria Cristina Gionta), il fratello di Peppino Raffaele Priore (Paolo Cresta).
E, poi, la moglie di Rocco, il fratello della cameriera Virginia, un sarto, un amico di Rocco innamorato di Giulianella. Presenze funzionali alla storia e, soprattutto, (più o meno) consapevoli ordigni di un campo minato di relazioni dove spirano i venti di un mondo che cambia e che (siamo sul crinale degli anni ’60 e del vicino boom economico) promette fuochi di rivoluzione: le smanie emancipative di Giulianella, la modernità sentimentale e sessuale di Amelia, l’autonomia lavorativa di Rocco, sono solo alcuni dei sintomi di quell’Italia in rapida trasformazione, di cui Eduardo seppe intravedere luci e ombre.

È, tuttavia, nel secondo movimento dell’opera, quello dedicato al pranzo domenicale e alla deflagrazione del conflitto tra Rosa e Peppino, che la coralità dei personaggi assume un valore ancora più incisivo, non solo guardando alla fabula e al suo svolgimento, ma anche all’ordito dialogico di un’opera che è un manifesto di pura, grande, teatralità. Un lungo tavolo bianco con sedie rivestite anch’esse di stoffa bianca (nota, questa sì, chiaramente cechoviana) diventa il fulcro generatore di un rito votato a trasformarsi, poco a poco, in tragedia.
Gli ziti al ragù sono pronti; la tavola è apparecchiata e, mentre figli, nonni, zii recitano la loro parte e vivono quel momento con la naturalezza di sempre (vizzi e vezzi compresi), tra i due protagonisti si acuisce il distacco reciproco: Rosa, dopo aver indossato un golfino turchese regalatole da Ianniello, si siede con gli altri e fa quanto si addice a una brava padrona di casa; Peppino, invece, non mangia, attacca la moglie con frecciatine violente, dà le spalle ai convitati. Poi, con un improvviso scatto d’ira, esplode in una scenata di gelosia fuori misura, alla quale Rosa reagisce con un drammatico monologo recriminatorio, in cui emerge tutto il dolore soppresso dentro da tempo (entrambi gli interpreti risultano molto convincenti in questa giravolta emotiva del lavoro), e sviene in preda a un malore.
La festa è finita. Il pranzo interrotto. Il ragù, stavolta, non è bastato a unire e rasserenerare gli animi. Nel caldo gioco di luci di Gigi Saccomandi, i testimoni di questa crisi annunciata si alzano, si muovono, girano intorno al tavolo, come a voler indicare la dissoluzione stessa di un centro e dell’idea rassicurante di famiglia.

Foto di Tommaso Le Pera

Fortunatamente, però, arriva il lunedì, accompagnato dalla musica di Schubert che fa da leitmotiv ai passaggi clou dello spettacolo, e con esso giunge il tempo della rappacificazione, del chiarimento, dell’intimità. Rosa sta meglio e siede in poltrona. Peppino le si mette accanto come un bambino rammaricato per i capricci di cui è stato artefice. «Lunga pausa – scrive Eduardo in una didascalia – i due si guardano negli occhi e scoprono per la prima volta la vera natura dell’amore che li ha tenuti legati per tanti anni. Hanno insomma finalmente capito il motivo per cui due persone che vivono insieme si tormentano in un’ansia fatta di bene, di male, di dubbi, e persino di disistima e rancori reciproci».
Ora, come è giusto che sia, l’atmosfera della messinscena è più compassata, il ritmo più lento. La tempesta è passata e i protagonisti ricominciano il loro il tran tran quotidiano con l’animo mutato, felici ed emozionati come a ogni nuovo inizio. E se pure qualche pennellata malinconica (ancora Čechov) attraversa questo passaggio di serena ricomposizione affettiva, l’epilogo lieto della storia ci aiuta a comprenderne meglio la stoffa e le intenzioni. E ad amarla incondizionatamente.

E ci aiuta anche a spiegarne l’enorme successo. La commedia debuttò in prima assoluta nel novembre del 1959 al Teatro Quirino di Roma con la compagnia di Eduardo (anche protagonista insieme con Regina Bianchi). Si trattò di un allestimento storico, che venne trasmesso in televisione grazie a una ripresa RAI di cui purtroppo ci resta solo l’audio, e che precedette una serie di importanti regie teatrali e cinematografiche. Franco Zeffirelli, ad esempio, ne diresse una versione con Laurence Olivier e Joan Plowright debuttata a Londra nel 1973. Diciassette anni dopo, Lina Wertmüller ne trasse un celebre film con Luca De Filippo e Sofia Loren. Spettò poi a Toni Servillo realizzare una memorabile regia dell’opera, riservando per sé il ruolo di Peppino e affidando ad Anna Bonaiuto quello di Rosa: era il 2004 e lo spettacolo, forte delle sue 400 repliche, divenne poi anche un film per la televisione diretto da Paolo Sorrentino. Più di recente, ricordiamo la versione filmica, sempre per la tv, con regia di Edoardo De Angelis e Sergio Castellitto interprete principale (2021).

Proprio per omaggiare la fortuna della commedia e la grande figura di Eduardo, le repliche romane dello spettacolo di De Fusco (che dopo la capitale avrà una lunga tournée con date fino ad aprile 2026) sono affiancate da una serie di iniziative collaterali molto interessanti. La Sala Squarzina del Teatro Argentina ospita l’esposizione Sabato, domenica e lunedì. La mostra 1959-2025, curata da Serena Schioppa con la consulenza storico-artistica di Maria Procino, che mette insieme immagini, costumi, locandine, oggetti di scena, in un tracciato espositivo dove arte e vita si (con)fondono.
Fino al 19 dicembre, nel medesimo spazio, avranno luogo gli spettacoli itineranti della rassegna E.D.U.A. – Enciclopedia di un attore, con testi scritti da Fabio Pisano e regia di Claudio Di Palma: collage di sei monologhi, incentrati su altrettanti temi-chiave della drammaturgia eduardiana e interpretati dagli attori e le attrici del Corso di Perfezionamento del Teatro di Roma, che propongono un viaggio intimo nella parola di Eduardo rivolto a soli 35 spettatori a replica.
Infine, martedì 16 dicembre, sempre nella Sala Squarzina, è stato presentato il volume Se ti parlo, mi parlo. Eduardo e Luca De Filippo. Lettere (1949-1979), a cura sempre di Procino (Guida Editori) in collaborazione con la Fondazione Eduardo De Filippo,  che accoglie il carteggio trentennale tra Eduardo e il figlio Luca De Filippo, avvenuto dal 1949 al 1979.

SABATO, DOMENICA E LUNEDÌ

commedia in tre atti di Eduardo De Filippo
regia Luca De Fusco
con Teresa Saponangelo (Rosa Priore), Claudio Di Palma (Peppino Priore)
e con Pasquale Aprile (Roberto), Alessandro Balletta (Federico), Anita Bartolucci (Amelia Priore), Francesco Biscione (Antonio Piscopo, padre di Rosa), Paolo Cresta (Raffaele Priore, fratello di Peppino), Rossella De Martino(Virginia, cameriera), Renato De Simone (Attilio), Antonio Elia (Dottor Cefercola- Catiello, sarto), Maria Cristina Gionta (Elena), Gianluca Merolli (Rocco), Domenico Moccia (Michele), Alessandra Pacifico Griffini (Maria Carolina), Paolo Serra (Luigi Ianniello), Mersila Sokoli (Giulianella)
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Gigi Saccomandi
aiuto regia Lucia Rocco
foto di Tommaso Le Pera
prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Biondo di Palermo, LAC Lugano Arte e Cultura

 Teatro Argentina, Roma | 9 dicembre 2025