EUGENIO MIRONE | Di recente mi è capitata la peggiore delle disgrazie che possono accadere all’uomo digitale contemporaneo: la perdita dei propri dati. Da buon procrastinatore quale sono, ho rimandato il salvataggio su hard disk esterno per mesi, finché il mio PC non ha deciso di abbandonarmi definitivamente. Di conseguenza, tutto ciò che non era salvato sul drive – buona parte del mio desktop – è andato perso o quasi, perché il supporto di un tecnico è riuscito a recuperare i dati, ma non a trasferirli sul nuovo computer per una questione di privacy e crittografia. Così, ora mi ritrovo in possesso del forziere contenente il mio desktop senza però la chiave per aprirlo.
Al di là delle mie personali disavventure digitali, quel che interessa di questa storia è la sensazione che mi ha abitato nei giorni in cui credevo di aver perso definitivamente i miei dati. Dopo l’iniziale momento di rabbia e rimprovero per la mia enorme stupidità, è sopraggiunto un piccolo senso di vuoto, come se una parte di me mi avesse abbandonato, rendendomi più vulnerabile, più nudo.
Il dibattito è tra i più nutriti degli ultimi tempi: c’è chi si riferisce allo smartphone e ai computer definendoli delle “protesi” dell’uomo moderno in quanto questi dispositivi non servono più a fare, bensì a essere qualcosa. Non è il luogo per addentrarsi in indagini macroscopiche, è sufficiente osservare la questione nel piccolo, come testimonia la mia esperienza, per poter affermare che esiste una connessione forte tra quanto accade nello spazio digitale e il nostro io.
Su questi temi e in particolare sulla dissoluzione del desktop come spazio digitale con cui interagire pone l’attenzione Screenvestigation, l’ultimo lavoro di Albert Figurt presentato alla sesta edizione della Settimana delle Residenze Digitali, che si è svolta dal 9 al 13 dicembre. L’annuncio che apre la performance è lapidario: “Il desktop è morto!”. Così hanno constatato profeticamente i “Digitalisti Anonimi” – il gruppo di esploratori della rete che Figurt si è immaginato come promotori dell’indagine digitale alla base della performance – un po’ come l’Uomo Folle nicciano giunto troppo presto ad annunciare la morte di Dio. Come specifica Figurt: «L’idea di sondare le profondità inesplorate del desktop nasce dalla presa di coscienza di una strisciante (quanto controintuitiva) rimozione di questa potentissima metafora visiva dall’ambito della produzione audiovisiva contemporanea».
Per intere decadi il desktop è stato alla base del personal computing, introiettato e vissuto quotidianamente da milioni di utenti come unico panorama iconico e modalità privilegiata di archiviazione multimediale. Ma quanto racconta di noi il nostro desktop? Raramente la “scrivania digitale” è stata impiegata per produrre materiale artistico o creativo: con Screenvestigation Figurt porta alle estreme conseguenze il mix di interazione e intimità online sperimentato negli anni dalle “residenze digitali” provando a «restituire dignità drammaturgica e potenziale improvvisativo a un ecosistema virtuale che abbiamo (quasi) tutti abitato a fondo, e che forse proprio in questi anni stiamo abbandonando (ci sta abbandonando?) per sempre».

Dopo gli accertamenti tecnici di rito, lo spettatore-fruitore trova la matricola Clarissa ad accoglierlo nel foyer digitale con il compito di illustrare il servizio offerto dai Digitalisti Anonimi. La screenvestigation a cui sta per sottoporsi ha come scopo primario quello di rintracciare i residui e le vestigia di quell’io digitale che abita nella vita segreta del dispositivo. Essa è divisa in due parti: la “cartografia emozionale”, una ricognizione a volo d’angelo del desktop, e “l’archeologia esperienziale”, un carotaggio verticale con lo scopo di scavare in profondità il passato della propria scrivania digitale.
A questo punto, la gestione dell’indagine viene presa in carico dal collega specializzato, Romualdo, che guida ogni cliente dentro l’investigazione digitale vera e propria. Una volta condiviso lo schermo e il proprio desktop, ha inizio la prima fase, in cui al cliente vengono poste alcune domande preliminari utili a mappare il proprio rapporto con il desktop. Uno dei temi centrali riguarda lo sfondo: è scelto da te o lasci che il tuo sistema operativo prenda in carico la sua gestione, tramite un periodico e regolare ricambio di immagini? E ancora: come interagisce lo sfondo con le cartelle in primo piano?
Io, ad esempio, lascio che Windows mi proponga settimanalmente paesaggi mozzafiato che difficilmente potrò mai vedere, e non consento all’immagine di sfondo di dialogare con le cartelle, mentre altri si arrovellano per far collimare la disposizione dei loro file in modo da non rovinare lo sfondo.
Nella fase di “archeologia esperienziale” sono proprio i file e le cartelle al centro della ricerca, tramite la loro apertura e visione dei contenuti. Nel mio caso, questa è stata la parte più interessante, in quanto una cartella in particolare, quella contenente il tentativo fallito di recuperare il mio vecchio desktop, ha rivelato soltanto l’impalcatura di quello che un tempo fu il mio PC: l’apertura di una cartella rimandava alla successiva, in una sequenza infinita di sottocartelle, tutte rigorosamente vuote. Così, “ho pagato” soltanto per poter ammirare lo scheletro del mio passato digitale, proprio come fanno i bambini di fronte ai resti di quegli enormi animali preistorici da museo.
Per riprendersi da tutte queste emozioni, il servizio offre un breve momento in una stanza di decompressione virtuale, a cui segue l’esposizione del catalogo di tutti i servizi offerti dai Digitalisti Anonimi: “yoga cubicolare”, “mindfulness schermica”, percorsi di “autocoscienza desktopica”, tutti in sconto per Natale!

Uno degli aspetti più interessanti di Screenvestigation è senz’altro l’originalità del punto di vista su cui è impostata la ricerca artistica, che si serve di uno spazio così familiare e allo stesso tempo non convenzionale, il desktop, per indagare nel profondo l’io e le sue connessioni nell’era digitale. A oggi è possibile soltanto immaginare che forma avranno i nostri dispositivi nel futuro più prossimo e quanta vita ha ancora davanti a sé il desktop; nessuno qualche anno fa, tranne gli addetti ai lavori, si sarebbe potuto aspettare una rivoluzione così epocale come quella messa in atto oggi dall’intelligenza artificiale.


Degna di particolare interesse è la proposta di abitare uno spazio come il desktop privandosi della consueta velocità di fruizione tipica di una parte preponderante del mondo digitale. Quando si invitano le persone a lavorare su di sé e a ricercare nel profondo, bisogna avere una cura estrema. In questo senso è significativo (e non scontato) l’aver ritagliato un momento specifico all’interno della performance per decomprimere.
Ecco, però, che forse venti minuti risultano un tempo ancora insufficiente per poter sviluppare una ricerca approfondita. Purtroppo, la performance è metanarrativa nell’esplicare il paradosso che vive al suo interno: non è sostenibile costruire una ricerca artistica di un’ora ad hoc per un singolo spettatore senza trasformarsi in un servizio a pagamento sul modello di quelli parodiati al suo interno.
Però i sentieri da esplorare restano multiformi, come ci testimonia lo stesso Figurt: «con la docente Laura Gemini (una dei tre tutor delle residenze Digitale, ndr.) abbiamo organizzato un workshop intensivo di tre giorni all’interno del suo corso di Spettacolo e Digital Liveness presso l’Università di Urbino, spronando studenti e studentesse – suddivisi in coppie di lavoro – a un’indagine reciproca dei rispettivi dispositivi. I risultati sono stati più che soddisfacenti: negli elaborati condivisi al termine del laboratorio si mescolavano mirabilmente precisione sociologica, scavo latentemente psicoanalitico e gusto per l’aneddotica interpersonale».

SCREENVESTIGATION

Autore, regista, facilitatore Albert Figurt
Coordinamento tecnico Edo Egoless