EUGENIO MIRONE | Viviamo nella società dell’immagine, la nascita della Rete ha consentito una diffusione delle immagini prima impensabile. Pubblicità, televisione, smartphone: secondo il rapporto di We are social del 2024 passiamo ogni anno davanti allo schermo del cellulare l’equivalente di 3 mesi, letteralmente un quarto del nostro anno.
Nell’enorme quantità di tempo in cui facciamo esperienza di immagini, spesso il confine tra apparire ed essere è molto sottile. La vista è, inoltre, il senso più teorico e mentale che possediamo; essa, infatti, non implica una relazione fisico-tattile con l’oggetto che si osserva, ma vive nella distanza con esso. Questa distanza è ciò che consente, alle volte, di guardare senza essere visti. Ovvero, spiare. Può allora lo sguardo diventare strumento di dominio e potere?
Quest’estate l’opinione pubblica è stata sconvolta dal caso della chiusura di Mia Moglie, un gruppo Facebook che contava all’incirca 32.000 partecipanti all’interno del quale venivano scambiate immagini private e/o sessualmente esplicite di innumerevoli donne, senza alcuna forma di consenso. La vicenda è arrivata alle cronache in seguito alla pubblicazione di un post di denuncia su Instagram della scrittrice Carolina Capria, al quale in poco tempo sono seguiti quasi 3000 segnalazioni alla Polizia Postale da parte di altre vittime. A solo qualche giorno di distanza è, poi, seguito la chiusura di Phica.eu, un altro sito attivo dal 2005 popolato da migliaia di utenti, circa 200mila secondo le stime, dove venivano condivise foto di donne, senza consenso.
Il fenomeno è senz’altro connesso all’era di Internet, all’esplosione di forum e piazze digitali, dove spesso la propria identità rimane nascosta. Ha raggiunto la sua forma più cruda e violenta in Corea del Sud, dove la pratica di filmare donne con mini-telecamere nascoste in luoghi pubblici, e pubblicarne le immagini su siti pornografici, si è talmente diffusa da vedersi attribuito un nome: Molka.
Lo scandalo ha portato alla nascita del movimento femminista 4B (nell’alfabeto coreano il termine “bi” può esser tradotto grossolanamente con “no”) che invita le donne ad astenersi da qualsiasi genere di rapporto con gli uomini: no ai rapporti sessuali con gli uomini, no agli appuntamenti con i ragazzi, no al matrimonio e, ovviamente, no ai figli. Da allora, in una delle nazioni asiatiche in più netta ascesa negli ultimi anni è in atto un vero e proprio scontro di genere che oppone a una società patriarcale e maschilista come quella sudcoreana un femminismo radicale, in cui non mancano frange estremiste di misandria.
Molka è il titolo che Benedetta Pigoni ha scelto per il suo ultimo lavoro, presentato in demo durante la sesta edizione della Settimana delle Residenze Digitali, conclusasi il 13 dicembre scorso. L’idea della performance, che vede la regia di Giammarco Pignatiello, è nata in seguito a una residenza di Pigoni proprio in Sud Corea, e si ispira dichiaratamente al fenomeno delle spycam sudcoreane: esplora la relazione tra corpo, privacy e immagini digitali, interrogandosi sulle implicazioni etico sociali del guardarsi e dell’essere guardati. Continua, dunque, l’indagine della giovane drammaturga emiliana sulla violenza di genere, tema già indagato con il testo 30 milligrammi di Ulipristal vincitore del Premio Tondelli 2023 e del ConTest Amleta.
La performance, presentata a una trentina di spettatori in una versione demo da venti minuti, si svolge sulla piattaforma digitale Discord. Qui, ben presto, il pubblico si trasforma in membro attivo di una comunità online di desiderosi fruitori di immagini, orchestrata da un misterioso admin che parla con voce camuffata sotto le sembianze di un avatar.
Le regole del “gioco” sono semplici: tre videocamere nascoste sono state posizionate all’interno di tre bagni all’interno dei quali altrettante performer (Cinzia Lorelli, Caterina Pagliuzzi, Maria Teresa Vannini) sono impegnate in alcune azioni. Teresa si sta preparando per uscire di casa, Caterina è in preda a un attacco di panico, Cinzia, infine, sta pulendo un bagno sporco di escrementi.
La struttura drammaturgica è incardinata attorno alla ripetitiva somministrazione di sondaggi da parte dell’admin ai membri del gruppo. Il pubblico può scegliere da quale videocamera nascosta osservare attraverso una votazione, ma ogni “momento di godimento” ha un prezzo che si fa sempre più alto con il progredire della performance.
Dapprima, è sufficiente condividere una foto della propria location, poi le richieste dell’admin si fanno più intime, screen di chat personali e foto di persone care divengono la posta in gioco da condividere per accedere a una manciata di minuti di voyerismo.
Dare e ricevere, comprare e vendere, si fondono indistintamente in una spirale infinita di spersonalizzazione, un mercimonio basato sul baratto scellerato di immagini e sulla messa in vendita, consapevole e non, della propria intimità, svuotando così il senso di una relazione con l’altro.
La performance si chiude sulle parole di Oro di Mango: Per averti pagherei / Un milione anche più / Anche l’ultima Marlboro darei 7 perché tu sei / Oro, oro, oro. Una delle voci più distintive della musica italiana che canta di un fenomeno mutevole nei tempi e negli spazi; ma con un nucleo ben preciso: la diffusa incapacità di costruire relazioni di valore, al di fuori di quello economico.
Sul comunicato stampa delle Residenze Digitali si legge: «Molka è un’indagine cruda e potente sulla pornografia dello sguardo, in cui il pubblico è chiamato a confrontarsi con la propria responsabilità: non solo testimone, ma parte attiva del sistema che osserva». È una definizione che può senz’altro trovare concorde lo spettatore che, oltrepassata la fase del “gioco”, riesce a intravedere in questi venti minuti di demo la matrice di una riflessione importante sulla tutela della propria immagine e di quella altrui.
I reati previsti dalla legge italiana in materia sono chiari e ben definiti: si va dalla diffusione illecita di immagini e video sessualmente espliciti, all’interferenza illecita nella vita privata, fino alla diffamazione. È giusto esserne consapevoli, come è giusto il desiderio dichiarato di Pigoni di dialogare con i giovani, soprattutto gli studenti delle scuole superiori che «vivono immersi nel mondo digitale in un momento storico in cui si parla sempre meno di educazione affettiva».
Certo, sorge una questione di prospettiva più ampia, specialmente se si riflette sui possibili sviluppi della demo di Molka. Quanto “chiamare il pubblico di fronte alla propria responsabilità” per l’interno svolgersi di una performance più lunga di venti minuti, sarebbe efficace?
Uno dei casi recenti più esplicativi in tal senso è A Noive e o Boa Noite Cinderela di Carolina Bianchi (qui la nostra recensione su PAC), performance in cui l’artista brasiliana Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2025 conduce lo spettatore nel profondo di un incubo infernale, lasciandolo, però, talmente folgorato dalla violenza dello stupro da paralizzare qualsiasi tipo di azione redentiva da parte sua.
La Corea del Sud è uno dei paesi con il tasso di fertilità più basso nel mondo, come l’Italia. Certo, il disincentivo alla procreazione da parte del movimento 4B non può in alcun modo essere additato come colpevole di un processo che dura da anni, e che trova le sue cause più profonde nella struttura economico-sociale del Paese. Esso, piuttosto, rivela la totale disillusione delle giovani coreane nei confronti della struttura sociale e dell’ethos nazionale.
Questo, forse, è l’elemento più interessante: la mancanza di fiducia nell’altro, in questo caso nel maschio, per colpa di uno sguardo, meschino e codardo. Lo sforzo (estremamente faticoso), allora, è proprio quello di provare a “guarire” questo sguardo imprigionato dentro una spycam allargandone il punto di vista per ritrovare una prospettiva a lungo termine, di nuovo feconda.
Restare ancorati esclusivamente all’esposizione del marcio (facendone fare esperienza ancora più forte allo spettatore in un’eventuale sviluppo della performance) rischia di far prevalere l'”effetto paralisi” piuttosto che stimolare il cambiamento come conseguenza della partecipazione all’evento artistico.
MOLKA
di Benedetta Pigoni
regia Giammarco Pignatiello
con Alessandra Curia, Cinzia Lorelli, Caterina Pagliuzzi, Maria Teresa Vannini




