ESTER FORMATO | Anche in casa si possono provare emozioni forti è il lungo e sarcastico (ma non troppo) titolo che Caterina Filograno sceglie per il suo spettacolo, firmato insieme allo scenografo e stilista Giuseppe Di Morabito di cui si nota sin da subito la manifattura dalle stoffe sinuose e setose che avvolgono l’intero spazio di azione. La morbidezza dei tessuti è rimandata anche dalla parete di fondo sulla quale viene proiettato, già prima dell’inizio, un flusso inarrestabile, per poi prendere consistenza in scena con veli rossi che calano e si alzano a mo’ di siparietti dai quali appaiono e scompaiono i personaggi.

La pièce, tutta al femminile, elabora in maniera ironica e graffiante una certa tendenza artistica, quella dell’autonarrazione, mettendo a nudo le dinamiche psicologiche di una famiglia matriarcale. La grande madre è Maddalena Costa in Taiani, nonna dell’io narrante Caterina; a seguire vi sono le sue figlie, poi le sue due nipoti, Rebecca e la stessa narratrice. La loro madre è una donna in carriera, ma ha fatto di tutto per vedersi gratificata anche nel ruolo materno; la loro zia è invece un profilo marginale, se ne colgono sottilmente la malinconia e una solitudine non tanto di indole, quanto vissuta come conseguenza di vicissitudini infauste. Si muove trasognante per questi setosi meandri simbolici con i quali viene concettualizzata scenicamente la pregiata villa di famiglia, innaffia ossessivamente le sue piante, surrogato di una prole mai avuta, ha un grande copricapo ed è fasciata da un fine abito bianco demodé con sostegno circolare che le dà una forma cilindrica; la trama del vestito è particolare perché ricorda le celle di un alveare, metafora che fa capolino, insieme a quella della mantide, durante lo spettacolo. Come una novella Blanche DuBois, è l’anello fragile di una catena femminile dotata di carattere e di un sottile piglio eccentrico.

Ph. Valeria Masu

Tutti gli abiti, naturalmente anch’essi firmati da Di Morabito, sono bianchi e indicativi dei singoli personaggi: uno piumato per la Maddalena, una lingerie sofisticata per l’altra sua figlia, una tuta per l’outsider Rebecca, un eccentrico tutù merlettato per Caterina, quasi trentenne, sospesa fra una vacuità radical chic e velleità artistiche, finanziate con i soldi della nonna. Un’altalena ospita, quindi, la protagonista più anziana, detentrice di un potere matriarcale le cui conseguenze si diramano, con differenti declinazioni, nelle restanti donne minuziosamente sottoposte allo sguardo e alla penna di Caterina.

La pulizia geometrica dello spazio fa il pari con un forte rivestimento estetico, per l’appunto il gioco di drappeggi, grazie ai quali è possibile orchestrare la presenza scenica di questa pentarchia tutta al femminile, a seconda delle velleità (o capricci) narrative dell’attrice-autrice.
La scrittura accesa e brillante della Filograno genera un impianto drammaturgico snello e lineare, compattato da una precisa visione prospettica della stessa Caterina che reinterpreta le sue relazioni intime e familiari, smascherando da un lato le mancanze e le fragilità, dall’altro svelandone anche un legame imprescindibile, corazzato. Blindato.
Di conseguenza, la storia di queste donne è anche una storia di uomini deboli ed evanescenti che non si sono neppure guadagnati il ruolo di comparsa. Come le mantidi che finiscono per uccidere i partner, così anche le donne Taiani-Costa hanno, pur inconsciamente, manomesso la componente maschile nei loro spazi vitali, ripiegandosi su un’autarchia di genere. Eppure, in questo stilizzato e raffinatissimo alveare rosso in cui ha luogo l’eccentrico matriarcato di tre generazioni, è quanto mai palpabile la pressione di una realizzazione biologica e affettiva che l’anziana Maddalena esercita sulle nipoti, in modo particolare sulla stessa Caterina: rovescio imprescindibile di ogni epopea matriarcale.

Ph. Valeria Masu

Di nonna in nipote, il rapporto fra lei e Maddalena è controverso, ma è innegabile che esso sia la ragione più profonda di tutto lo spettacolo che oscilla fra l’attesa della morte dell’annoiata Maddalena – esordisce con la cinica battuta che a settant’anni si dovrebbe morire di default – e l’attesa di una realizzazione di Caterina che intanto ha fatto tutto a metà: non ha ancora un’identità lavorativa precisa, i suoi progetti artistici non hanno ancora concretezza, il compagno che si è scelto ha, come prevedibile, un profilo ancora più precario del suo: di nuovo, ancora, una figura maschile fragile.

Il lavoro della Filograno è un procedere di analisi psicologiche circoscrivibili a un preciso spazio concreto, ovvero a quella casa di famiglia a pochi metri dal mare, dal momento che, come in ogni microcosmo familiare che si rispetti, la casa acquista un valore polisemico, laddove il desiderio di allontanarsi e quello di prendersene cura, di tenerlo in vita negli anni futuri, si intrecciano indissolubilmente in un complesso sentimento farcito di sensi di colpa e volontà di rivendicazione verso tutti quei retaggi emotivi che fanno inevitabilmente da gabbia.

Anche in casa si possono provare emozioni forti
può sembrare una sperimentazione drammaturgica che strizza l’occhio al facile autobiografismo, ma in realtà è già un frutto di una scrittura consolidata e matura e proprio per questo plana leggera su una materia che, altrimenti, si presterebbe a scivoloni retorici. Comprendendo infatti le insidie che possono comportare il rischio di uno spettacolo fine a se stesso, la Filograno costruisce una narrazione granitica, audace, sicura, brillantemente incarnata da lei attrice e dalle altre interpreti Gloria Busti, Simona Senzacqua, Francesca Porrini, Maria Grazia Sughi, secondo una postura mai realistica, ma fortemente stilizzata e archetipica, plasmata tramite i movimenti scenici precisi e studiati a cura di Ester Guntin.
In questo modo, ragionando su modelli femminili pronti a diventare declinazioni universali, lo spettacolo trascende le possibili sbavature, le ridondanze psicoanalitiche, la retorica delle genealogie famigliari e l’arbitrarietà dell’autobiografia, per offrire al pubblico una visione fresca e leggiadra; complice anche il concept scenografico visionario, altamente simbolico che concede quanto basta al realismo, ben circoscritto soprattutto nella chiosa finale, pronto a dare allo spettacolo un risvolto misuratamente sentimentale e commovente.

ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI

di Caterina Filograno
con Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua e Maria Grazia Sughi
prima spettatrice Carlotta Viscovo
Scene e costumi Giuseppe Di Morabito
Luci Stefano Bardelli
Suono Gerets
Aiuto regia e collaborazione artistica Ksenija Martinovic
Movimento Ester Guntin
Assistente musicale Diego Finazzi
Produzione Sardegna Teatro | Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale | Teatri di Bari

Teatro Triennale, Milano | 13 dicembre 2025