BIANCA MARTINELLI / PAC LAB* | La temporalità degli altri, Temporalnost drugih in sloveno, è uno spettacolo letterario-coreutico-musicale: uno spazio e un tempo che ha raccontato l’Africa a S/paesati 2025, al Teatro Miela Bonawentura di Trieste, in collaborazione con il Teatro Stabile Sloveno. Gli interpreti, danzatrici e coautori/coautrici dello spettacolo sono Joseph Nzobandora-Jose, Maša Kagao Knez, Dalanda Diallo, Sašo Vollmaier. Joseph Nzobandora-Jose è rapper, attore, musicista, drammaturgo e ballerino sloveno; è nato a Lubiana, da madre slovena e padre burundese. Negli ultimi anni ha lavorato come coautore per i progetti di Maša Kagao Knez e di Dalanda Diallo. Knez è danzatrice indipendente, attrice, coreografa, fondatrice e rappresentante dell’Associazione Baobab. Diallo, cofondatrice di Baobab, è cantante e direttrice del coro Sankofa ed è a sua volta danzatrice indipendente. Vollmaier è, infine, pianista, compositore, performer e cantante. Un quartetto che, aiutato nella produzione dall’Associazione Baobab e dall’Iniziativa per l’Africa, ha dato vita a uno spettacolo multidisciplinare che unisce musica dal vivo, danza, recitazione e divulgazione storica. I performer, autori e autrici sono artisti e artiste sloveni accomunati, per legami familiari o provenienza, dall’appartenenza a paesi africani.

L’ambiente scientifico e divulgativo europeo ha sempre fatto ricorso alla fantasia per immaginare e comprendere l’Africa, presentando come veri fatti non verificati e spesso inventati. Lo spettacolo tenta di decostruire l’illusione dell’astoricità africana e convoca le radici dei pregiudizi sedimentati nei nostri sistemi di conoscenza e di lettura del mondo. Gli autori e le autrici intendono toccare queste corde attraverso il movimento, la parola e la musica. Vengono subito citati alcuni pensatori e autori della storia africana: il saggio Discorso sul colonialismo del pensatore martinicano Aimé Césaire, Critica della mente nera del filosofo camerunese Achille Mbembe e alcune poesie della raccolta Il dono eloquente del poeta nigeriano Niyi Osundare.
Prima della parola, però, entra in scena il corpo. Maša Kagao Knez è seduta di spalle, accompagnata nella sua danza dal pianoforte suonato dal vivo e a vista da Vollmaier. Knez inizia con un gesto della mano, un movimento leggero dietro la schiena, davanti a sé nasconde un grosso nocciolo aperto che, una volta svelato, viene nutrito dai gesti “magici” della mano che la danzatrice muove sopra la grande conca della ciotola, come un augurio a germogliare. La danza di Knez congiunge danze africane ritmate e con le gambe ben radicate al pavimento, con gestualità più codificate della danza contemporanea; si configurano molti momenti di sollevamenti, prese e partnering. Nei primi minuti di spettacolo la danzatrice riempie sinuosamente lo spazio, fino a quando non inizia a cantare un canto antico africano, che la porta a scendere dal palcoscenico e a muoversi tra il pubblico, continuando ad animare la sua voce.
Mentre Knez è ancora tra la gente, appaiono sul palco Diallo e Jose. I tre si ricongiungono e inizia un susseguirsi di parole e gesti che cercano di dialogare tra loro. Le due danzatrici si muovono in un passo a due tra la contact improvisation, con prese, spostamenti e passi tribali, in cui il ritmo diventa il centro della danza e in cui si coordinano perfettamente i battiti delle mani sul corpo e i passi pestati dei piedi. A questi flussi di movimento si unisce, di tanto in tanto, anche l’attore, che sembra amplificare l’enfasi drammatica delle danzatrici. Knez, in alcuni momenti, cerca di divincolarsi dalla dura stretta che viene agita su di lei da Jose e Diallo. In altri momenti, i corpi dei compagni diventano luoghi su cui riposare, si fanno appoggio o sostegno fraterno. La danza è presente durante tutta la durata dello spettacolo, partecipando alla scrittura tagliente della scena.

Le prime parole che compaiono sono legate proprio alla cancellazione culturale dell’Africa, a come arrivino moltissime fake news in Occidente sullo sviluppo del pensiero filosofico e poetico africano. Jose parla in sloveno con un tono rigido e serio; lo spettatore può leggere la traduzione del testo nei soprattitoli. Lo spettacolo prende in prestito le parole di Césaire in Discorso sul colonialismo per analizzare le ragioni e le cause del colonialismo, della storia africana e di quella mondiale, riportate in vita dall’attore Joseph Nzobandora-Jose.

«Io parlo di società svuotate di se stesse, di culture calpestate, di istituzioni minate, di terre confiscate, di religioni assassinate, di magnificenze artistiche annientate, di straordinarie possibilità soppresse […] Innanzitutto, bisognerebbe studiare come la colonizzazione lavori per decivilizzare il colonizzatore, per abbrutirlo nel senso proprio del termine, per degradarlo, per risvegliare i suoi istinti più nascosti come l’invidia, la violenza, l’odio razziale, il relativismo morale…una regressione universale che ha luogo, una cancrena che si sviluppa, un focolaio infettivo che si estende».

La violenza della colonizzazione è una de-umanizzazione generalizzante e totalizzante, sia per i coloni sia per i colonizzati, che non porta il giovamento millantato dalle autorità, ma tradisce i valori dell’umanità e trascina verso un abisso di odio e arretratezza.

Il testo continua: «Ci si stupisce, ci si indigna. Si dice: “Come è curioso! Mah! È il nazismo, passerà!”. E si aspetta, si spera; si nasconde a se stessi la verità che è una barbarie, la barbarie suprema, quella che corona, quella che riassume la quotidianità delle barbarie; che è il nazismo, si capisce, ma che prima di esserne stato vittima se ne è stato complice. Che lo si è sopportato — quel nazismo — prima di subirlo, lo si è assolto, lo si è visto e legittimato perché finora era stato applicato ai soli popoli non europei; che quel nazismo lo si è coltivato e se ne è responsabili, e che esso assorda, perfora, pervade goccia a goccia, prima di inglobare nelle sue acque rosse tutti i crimini della civiltà occidentale e cristiana».

Queste sono alcune delle parole di Césaire che compongono il monologo di Jose e che strutturano lo spettacolo, concludendo con un avvertimento finale: un monito su come guardiamo il mondo, su come vogliamo leggerlo. Le parole finali ancora amare si accostano al gesto di speranza delle due danzatici che sollevano insieme il nocciolo cavo e lo rovesciano come se fosse pieno d’acqua, in un gesto che sembra innaffiare un seme appena piantato, che forse germoglierà. La necessità di costruire una conoscenza storica morale e collettiva per riconoscere gli orrori del colonialismo è sicuramente fondamentale, ma è altrettanto vero che le storie scomparse non trovano uno spazio per essere raccontate, nemmeno in questo caso.

I diversi livelli di lettura — la parola, la danza e la musica — sono sicuramente affascinanti e ognuno, nel suo ambito, ben composto. Ma, nell’insieme, il risultato appare poco efficace: la danza è fluida, ma la coreografia è spesso banale e didascalica; la musica è ben composta e ben eseguita, ma a tratti sembra scollegata dalla scena; il testo è intenso e complesso, ma parla delle ferite dell’Occidente e non dell’Africa. Si parla di colonialismo, ma poco di civiltà cancellate. Quelle «straordinarie possibilità soppresse» non vengono raccontate. Viene raccontato, invece, come il popolo europeo occidentale sia stato inerme di fronte al colonialismo, al nazismo, al genocidio bosniaco, al genocidio palestinese e davanti a ogni forma di violenza mossa da desideri di supremazia e di potere su altri esseri umani.
La forma con cui gli autori e le autrici tentano di produrre pensiero critico è sicuramente complessa e stratificata, ma nell’insieme poco incisiva: i molti elementi — il movimento corporeo, la musica dal vivo, la recitazione e i soprattitoli — creano una sovrapposizione di significati difficile da leggere contemporaneamente e che lascia una sensazione di confusione una volta usciti dalla sala, nonostante la capacità interpretativa dei performer e la profondità dello spettacolo.


LA TEMPORALITÀ DEGLI ALTRI

interpreti e coautori dello spettacolo Joseph Nzobandora-Jose, Maša Kagao Knez, Dalanda Diallo, Sašo Vollmaier
progetto realizzato con il sostegno di Ministrstvo za kulturo RS

S/PAESATI, Trieste | 2 dicembre 2025

PAC LAB è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.