CRISTINA SQUARTECCHIA l La solitudine, l’abbandono, la prepotenza, l’aggressività, la follia: non c’è un sentimento che Maguy Marin non attraversi con radicale verità in questo affresco dell’umano che è May B. Andato in scena per quattro sere consecutive al Teatro Bellini di Napoli per la stagione Dance&Performance a cura di Manuela Barbato e Emma Cianchi, May B è uno di quei capolavori coreografici a metà strada tra la danza e il teatro che non invecchia mai. Un capolavoro dotato di una luce autentica e universale capace di commuovere e indignare, scuotere e liberare visioni. Nei suoi 44 anni di vita sui palcoscenici del mondo, May B appare oggi, come ieri, un atto politico di resistenza alla forza bruta e violenta del potere del mainstream, dello show business, che impone corpi perfetti, bellezza e successo ad ogni costo. Non solo, è un atto poetico di recupero di un’umanità scartata. Ed è proprio su questo scarto umano che Maguy Marin indaga, raccontandone gioie e dolori, sentimenti e passioni represse, istinti vitali dei quali si tace per pudore. Loro, come ogni essere umano, hanno diritto all’amore e a farne esperienza.
Coreografa ribelle, formatasi nel segno dell’estetica classica con un percorso da danzatrice negli anni giovanili, Maguy Marin, Leone d’Oro alla carriera, agli inizi degli anni Ottanta si allontana da quella estetica per porsi drasticamente dalla parte opposta. Sull’onda della nouvelle danse francese è divenuta in pochi anni portavoce di un teatro-danza politico e di denuncia dal segno crudo ed estremo.
Con May B si impone nel mondo della danza ispirandosi al teatro di Samuel Beckett, ai suoi capolavori come Finale di partita e Aspettando Godot cogliendo quel senso di attesa angosciante, sfinente dei personaggi beckettiani, stagliati in un tempo indefinito entro il quale l’umanità mostra miseria e crepe. Il bisogno insopprimibile di comunicare, espresso da un suono gutturale, nell’impossibilità di padroneggiare la parola, è espresso a inizio pièce. Un gruppo strisciante di reietti. Sono uniti in cerchio, si trascinano da un punto all’altro dello spazio in una ricerca disperata di qualcosa. Sono corpi grotteschi, di una goffaggine che svela il deforme interiore ed esteriore, il tratto sgraziato di una umanità dimenticata. Di loro Marin racconta, senza veli, la sessualità, quel bisogno di dare e ricevere amore e quell’istinto primordiale che pulsa nella carne. Compulsioni, gesti nervosi del tratto pelvico, accoppiamenti rapidi che simulano l’atto sessuale, puntellati da un ansimare ritmico e disperato. È quanto avviene in questo primo quarto d’ora: un’espansione vitale che inonda il palcoscenico di bianco, un colore che veste i corpi imprigionati in un candore misto a innocenza e ospedale, manicomio e insipienza. I volti sono imbruttiti dal trucco pesante che mette in evidenza la fatica di un’esistenza negletta, marcando tratti caratteriali dell’animo umano in archetipi. Naso sporgente e appuntito, occhi incavati dentro cerchi scuri, orecchie asimmetriche e a sventola, gobba, dismetria negli arti: una fisicità deformata che ogni elemento del gruppo mostra.
Nel fragore di una festa, tra il suono di trombe e tamburi, il gruppo dà forma a movimenti sgraziati, tra tic e scatti improvvisi, sviluppandoli in sequenze spaziali dalla dirompente dinamicità. Il tutto su un disegno geometrico apparentemente casuale, ma studiato millimetricamente in ogni singolo passo e spostamento. La musica struggente di alcuni estratti da La Tragica e La morte e la fanciulla di Schubert placano il caos iniziale. Subentrano stasi, lamenti dai quali si aprono solitudini, incomprensioni e atti di prepotenza reciproci. Finisce che ci si azzuffa, l’uno deride l’altro per noia giocando tra dispetti e risate squarciate. Poi è di nuovo festa, un compleanno di qualcuno durante il quale si tenta di raggiungere una apparente normalità dietro una torta luminosa di candeline, ma la prepotenza, l’ingordigia e la prevaricazione hanno la meglio anche su una semplice fetta in più.
In questo vagare senza meta nello spazio, si cerca una via d’uscita, una fessura da espandere per entrarci dentro verso una possibile fine liberatoria. Ma proprio da quelle fessure/quinte, si scorge il volto di qualcuno che lentamente rientra, avanza, seguito piano piano da un altro e poi un altro ancora. Sembrano sfollati di guerra, deportati, o anche qui avanzi di società che camminano a passi lenti nei loro abiti colorati ma consunti e assemblati casualmente e ognuno con una valigia in mano. Le note della delicata e struggente Jesus’ s blood never failed me yet di Gavin Bryars sostengono questa azione processionale del gruppo che avanza a passi piccoli verso la diagonale alta della scena: un viaggio di speranza in un’utopica terra promessa, ripetendo una sequenza di gesti e pause figurali come in un rituale, similmente alle ripetizioni del testo.
Tutto scorre placidamente in questa seconda parte mentre il gruppo via via si sfoltisce nel percorso circolare che riprende ogni volta da capo dalla quinta. Un discorso ciclico nel loop sonoro e coreografico – come nella vita, sempre uguale a sé stessa – che amplifica a ogni inizio silenzi, solitudini, abbandoni e delusioni. Mentre si mangia – chi una carota, chi una banana – gli archi orchestrali del brano aumentano vigore e volume in questa atmosfera densa che tira dentro anche le nostre emozioni come in una tela. Alla fine resta uno solo immobile al centro palco che ci guarda e ci dice: «Fini, c’est fini, ça va finir, ça va peut-être finir», battuta d’apertura e chiusura di Finale di partita, recitata anche qui all’inizio e nell’epilogo, affidato a Der Doppelganger di Schubert che riconsegna la scena allo spettatore nel buio. Ma un buio ora pieno di luce e commozione.
MAY B
coreografia Maguy Marin
cast 10 danzatori
light designer Alexandre Beneteaud
costumi Louise Marin
musiche originali Franz Schubert, Gilles de Binche, Gavin Bryars
coproduzione Compagnia Maguy Marin, Maison des Arts et de la Culture de Créteil
menzioni La Compagnie Maguy Marin è sostenuta dal Ministère de la Culture – DRAC Auvergne-Rhône-Alpes, la Ville de Lyon, la Région Auvergne-Rhône-Alpes e riceve sostegno economico dall’Institut Français per progetti all’estero
Teatro Bellini, Napoli | 13 Dicembre 2025







