GIANNA VALENTI | L’incontro con Andrea Macchia, livornese di nascita e torinese d’adozione sin dalla prima infanzia, è al Garage Lancia di Torino, parcheggio e luogo espositivo legato alla Fondazione Merz, in occasione della chiusura della mostra organizzata per i trent’anni del Festival delle Colline TorinesiMostra fotografica XXX FCT. Quarantanove fotografie per raccontare spettacoli e protagonisti della rassegna che Macchia fotografa e racconta con continuità sin dall’edizione del 2012. Quarantanove immagini che sono per lui “dettagli”, frammenti, momenti che condensano una continuità di attenzione spaziale e temporale che gli richiede un’altissima capacità performativa, sia nella preparazione che nell’esecuzione, perché il suo è un lavoro fatto di relazioni, cura, improvvisazione, intuito, conoscenze specifiche e intelligenza corporea, con radici che viaggiano nella  storia personale e nel percorso di studi.

Tagliarini Deflorian, Quasi niente, Festival delle Colline Torinesi, 2019. Ph. Andrea Macchia

Andrea Macchia potrebbe parlarmi per ore di ogni singolo spettacolo, di ogni singolo artista, dell’atmosfera, della drammaturgia, ma soprattutto dello spazio che ha ospitato il lavoro, così come degli spazi che ha creato sulla scena e nella relazione con il pubblico. Scelgo di camminare e di muovermi con fluidità di fronte a quelle immagini, godendomi l’attraversamento degli spazi a cui rimandano, in una continuità fatta di diversità di ambienti e relazioni – dagli spazi raccontati nelle visioni d’insieme dei campi larghi, così come a quelli sorprendenti dei dettagli e dei ritratti.

Andrea, parlaci del tuo rapporto con lo spazio e gli spazi. Mi raccontavi che usi solo un minimo di editing finale e che le distanze e le relazioni sono scelte nel momento in cui le sospendi attraverso lo scatto fotografico.

Questa mostra propone uno specifico attraversamento sulle pareti e sulle colonne di un luogo pubblico, proprio per sottolineare la relazione tra lo spazio e il corpo, una relazione che ha a che fare anche con il tempo: il tempo dell’attraversamento della mostra e di questo spazio è l’attraversamento ideale dei contenuti che il Festival delle Colline ha proposto in tutti questi anni. Ogni spettacolo è un tassello, ma il percorso proposto costruisce un’unica storia del corpo, dell’umano, dei cittadini, delle persone, perché ognuno di questi spettacoli racconta del mondo e del quotidiano. Non si tratta solo di un racconto del Festival, ma della storia del mondo che il Festival ha attraversato, e la scelta di un luogo pubblico e di passaggio nasce dal desiderio di condividere questa ricchezza con la comunità.

Il tuo è un rapporto improvvisato con la scena.

Per quanto ci si possa preparare allo spettacolo, documentandosi sul pezzo e sulla compagnia, o seguendo le prove quando si fotografano delle prime, si tratta di spettacolo dal vivo e l’incontro, quando accade, è sempre diverso, anche quando lo spettacolo lo si conosce bene. Ci sono inevitabili e continui cambi di ritmo, variazioni dello spazio su scena o spostamenti nella mia posizione che finiscono per cambiare radicalmente i materiali finali, creando immagini di volta in volta assolutamente diverse. Io mi metto al servizio della scena, desidero dare una rappresentazione aderente a quello che gli artisti vogliono creare — un dato che mantengo sempre come prioritario — ma sono io che creo l’immagine: la personalità del fotografo di scena è imprescindibile, non mi posso annullare dietro la macchina fotografica, anche se cerco di mantenere uno sguardo neutro che sappia far trasparire quello che accade, il senso dello spettacolo, il lavoro degli artisti.

In questo tuo lavoro di improvvisazione, il tuo corpo rivela una grande sensibilità spaziale, mentre le tue fotografie rivelano un dialogo con gli spazi prima ancora che con i corpi.

Si tratta sempre di contestualizzare delle relazioni nel frame fotografico attraverso il contesto in cui il corpo si muove. Il corpo ha sempre un modo di stare e di muoversi in uno spazio, di attraversarlo e di avvicinarsi agli elementi con cui si relaziona, ed è questo che traccio nel mio lavoro.

Anagoor, Socrate il sopravvissuto. Festival delle Colline Torinesi, 2016. Ph. Andrea Macchia

Parliamo dei tuoi ritratti che dilatano i corpi mettendoli in relazione con un concetto architettonico; per esempio, l’espressività di Claudia Castellucci sul grande scalone secentesco di Palazzo Juvarra ci arriva attraverso la tua scelta scenografica.

Questi ritratti nascono da un’intuizione che mi fa legare un corpo a uno spazio. Molti dei luoghi scelti hanno portato gli artisti ritratti a sentirsi a proprio agio e a lasciar trasparire qualcosa di loro stessi. Un altro ritratto in mostra è di Licia Lanera e Danilo Giuva alla vecchia galleria del pesce, al mercato di Porta Palazzo; si sono presentati in abiti da sera bellissimi, un momento assolutamente teatrale, loro lì sono entrati in scena.

E poi lo scatto rubato in pizzeria dopo lo spettacolo a Pippo Delbono, in occasione del suo compleanno nel 2019, il ritratto di Romeo Castellucci alla Fondazione Merz, o il bellissimo ritratto dei direttori del Festival, Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla.

Sì, eravamo alla Fondazione Merz, c’erano opere alle pareti per Palermo, mon Amour, e ho visto Sergio e Isabella camminare difronte a una foto in mostra. Ne è nato un ritratto in cui i corpi che fotografo si sovrappongono a quelli già fotografati che, in una sorta di dialogo e di moltiplicazione di spazi, fuoriescono dall’opera originale ed entrano a far parte della nuova foto, mentre Sergio e Isabella sembrano far parte dell’opera di fondo.
È così fotografare il teatro, è qualcosa di vivo che si crea grazie alla relazione tra i corpi degli artisti e del pubblico. Quando scatto, quando fermo qualcosa, non c’è solo la mia macchina fotografica, ma ci sono tantissimi altri corpi e sguardi in relazione con la scena: un po’ come in quel ritratto, si tratta di un gioco di rimandi che sospende una realtà che si trova a metà.

Festival delle Colline Torinesi, Isabella Lagattolla e Sergio Ariotti alla Fondazione Merz. Ph. Andrea Macchia.

Ritorniamo alla nostra camminata, all’attraversamento degli spazi che le tue immagini propongono, al tuo corpo che fotografa e sente di attraversare il mondo.

Ho visto tantissime volte a teatro Novecento, con la regia di Gabriele Vacis, in scena Eugenio Allegri, e mi è capitato anche di fotografarlo; è uno spettacolo che mi ha dato tantissimo proprio nel momento in cui iniziavo a fotografare la scena. Novecento è un personaggio che non scende mai dal transatlantico, ma conosce il mondo attraverso le storie che ascolta. Il mio lavoro durante il tempo del Festival è così: è come se fossi su questo transatlantico e facessi conoscenza del mondo attraverso gli spettacoli che fotografo.

E ne lasci traccia, ne fai memoria. Come vivi la responsabilità di aver creato una memoria collettiva, un archivio.

Il tema dell’archivio è sempre stato presente nel mio lavoro. Durante il Festival delle Colline ho la fortuna di lavorare insieme a tantissimi artisti, e questo mi ha permesso di accedere a uno spaccato del nostro mondo che passa attraverso il loro lavoro: la creazione dell’archivio avviene solo grazie al lavoro sulla scena e attorno ad essa, accanto all’immediatezza del momento in cui fotografo e contemporaneamente agli incontri che nel tempo si ripropongono.

Si sente, dall’intensità della tua condivisione, che questa è per te una missione.

La responsabilità che sento è ciò che crea ogni volta una tensione e un’attenzione, e che mi porta a essere assolutamente presente, a essere lì, totalmente. Questa attenzione e responsabilità creano ogni volta uno spazio in cui ho necessità di entrare prima di iniziare. Ho sempre bisogno di fare un respiro, ascoltare il corpo, prendere consapevolezza di dove sono prima di partire.

Ricci Forte, Pinter’s Anatomy, Festival delle Colline Torinesi, 2012. Ph. Andrea Macchia

La necessità di essere a un punto zero, in uno stato di vuoto dove ogni accadimento si renderà possibile è un atto performativo. Dove ti prepari, sulla scena o prima di entrare?

Ho due o tre momenti che rispetto, un po’ come il giocatore di basket nel tiro libero, che ha quei movimenti che ripete ogni volta prima di tirare. In quel momento del tiro, tutto intorno a te si ferma e tu sei da solo con quello che sta per accadere.

Ho sempre notato una grande diversità tra chi fotografa o fa video con il solo sguardo e chi ha una preparazione nelle arti performative e applica l’intelligenza del corpo alla relazione. Mi raccontavi che hai praticato diversi tipi di teatro in diverse età, così come danza Butoh.

La danza Butoh è una metamorfosi, è diventare un tutt’uno con il contesto che si sta attraversando, è il muoversi con una lentezza che è funzionale alla grande quantità di cose su cui si è chiamati contemporaneamente a portare attenzione. Si fanno tantissime cose, velocemente, ma con una lentezza. È così che agisco quando seguo dei lavori in prova e ho la libertà di muovermi liberamente sulla scena: entro nello spazio, mi avvicino anche molto ai corpi, divento un tutt’uno con la scena, seguo un ritmo e una qualità di movimento specifica (che non va a spostare l’attenzione dell’attore o del danzatore), scelgo consapevolmente il mio livello di energia e la qualità dei miei movimenti, in modo da comunicare a chi sta lavorando la fiducia di essere rispettati e tutelati.

Quando invece hai il pubblico, le scelte possibili sono compresse.

Quando c’è anche il pubblico, ci sono tantissimi elementi a cui prestare attenzione per non interrompere il dialogo tra la scena e chi sta guardando lo spettacolo e raramente posso muovermi in sala, se non in spazi ben delimitati, tuttavia i micro movimenti che mi sono possibili possono cambiare totalmente l’immagine finale.

Cerchiamo un’altra relazione, quella con il teatro e il teatro sociale, che hai praticato.

Direi che il teatro sociale mi ha lasciato l’attitudine al prendersi cura del lavoro degli artisti che incontro. Nel momento in cui fotografo e creo un’immagine del lavoro di altri, mi piace pensare che mi sto prendendo cura del loro lavoro, che lo sto sostenendo, e che sto anche riconoscendo tutto quello che sta dietro a uno spettacolo: la ricerca, anche le rinunce, l’impegno, la fatica, insomma tutta la complessità di un lavoro, dall’ideazione alla messa in scena.

Festival delle Colline Torinesi. Licia Lanera e Danilo Giuva, Porta Palazzo, Torino. Ph. Andrea Macchia

Mi è capitato spesso di osservarti mentre lavori. La tua è una presenza discreta di un corpo che dialoga con ciò che gli avviene intorno e che, quando non sta scattando, tiene la macchina fotografica in maniera rilassata con due mani, lontana dal viso e dal plesso solare.

Per me la macchina fotografica è un’estensione del corpo, non è un filtro, non mi separa, tanto che mi permette di provare anche emozioni per ciò che sto fotografando, a volte sino alle lacrime. Eppure, in alcune situazioni mi piace che non sia evidente, che il gesto del guardare, del riprendere lo spettacolo, dello scattare la fotografia non risalti, perché per me è sempre prima il corpo che incontra la scena e non la macchina fotografica. Come per il foto giornalismo, si tratta di mantenere un’invisibilità per non andare a modificare l’essenza di una scena, e non si tratta di un’attività neutrale, perché è sempre una relazione in cui investo amore e cura.

Possiamo dire che la tua capacità di relazione e di ascolto nasce dal teatro.

, anche. L’ascolto è nello sguardo, nella parola, nel corpo. Ho praticato teatro sin dalle elementari, ho osservato mia madre che come insegnante teneva corsi di scrittura creativa e teatro alle medie, e ho poi continuato a studiarlo. Mi affascinava tantissimo il processo, la creazione, le prove, il lavoro dell’attore, ma non mi piaceva andare in scena e così mi facevo perdonare fotografando gli spettacoli, e poi non ho più smesso.

Nasce prima il teatro o la fotografia nella storia di Andrea e perché ti avvicini alla fotografia.

Nasce prima la fotografia, alle elementari, quando rimango folgorato da un corso in cui ci hanno guidati a costruire una macchina fotografica e poi ci hanno portati a sviluppare la nostra prima foto nella soffitta della scuola: sono in quinta elementare e vedo emergere, dalla carta bianca buttata dentro un liquido, l’immagine.

Raccontaci di questa prima immagine.

È la foto dello spazio dove ora sorge il Palazzo di Giustizia e una volta era occupato per metà da una vecchia caserma e per l’altra metà era spazio vuoto, parcheggio, dove ogni tanto arrivavano le giostre. Ho fotografato lo spazio in quel momento: il vuoto, il nulla, un luogo molto aperto e, forse, senza saperlo, l’ho scelto perché mi raccontava della possibilità di essere riempito.

Uno spazio scenico.

Sì, uno spazio scenico con la promessa di essere abitato, quando andavamo giocare a palla il pomeriggio o quando arrivavano le giostre. L’ho fotografato appoggiando la mia scatola/macchina fotografica su una panchina che stava a lato, e poi ho visto la magia di quello spazio vuoto emergere dal bianco di un altro vuoto. Osservare la chimica, il disvelarsi di prime chiazze, i neri, i bianchi, i grigi, e poi l’immagine che prende forma: è un processo che lascia una memoria forte nella testa di un bambino che si sta formando una propria idea del mondo, la memoria di poterlo replicare, in lentezza.

Ritorna la lentezza.

Sì, ma la lentezza ha al suo interno anche l’opposto, anche un’immediatezza. Si tratta di uno scatto, di una frazione di secondo, ma a cui si arriva anche attraverso un movimento che può essere anche molto lento o estremamente veloce, ma quando si ascolta e si è in connessione con ciò che si ascolta, tutto può essere anche profondamente lento e tutto avviene però lì, nel momento.

Perché quell’istante arriva da una lunga fase di attenzione e di presenza.

Sì, ma anche quello stesso istante è come se fosse dilatato, perché in quella frazione di secondo ci sono tantissime cose che stanno accadendo. In quel momento, in una visione diacronica orizzontale, è come se ci fosse un prima e un dopo lunghissimo, ma in verticale, nella sincronicità, c’è un pieno di accadimenti, cose, elementi. Qualsiasi momento è lentissimo oppure velocissimo, dipende da come lo si ascolta.

Passage. Conversazione con alcuni posteri (Ariotti-Musio). Paolo Musio, Galleria Subalpina, Festival delle Colline Torinesi, 2023. Ph. Andrea Macchia

Torniamo al Garage Lancia, ai tuoi frammenti, al Festival, alla complessità che hai rappresentato.

La complessità è nel modo con cui si guarda, è mettersi in una condizione di apertura al mondo, è ritrovare lo stupore di quella prima foto fatta con una scatola da scarpe, è scegliere dove rivolgere l’attenzione che si trasforma poi in immagine.
A partire da un’idea di Isabella e Sergio, la complessità è stata il riattraversare un viaggio incredibile e meraviglioso, così come sono stati questi anni con loro e con tutto lo staff —l’Associazione Festival delle Colline Torinesi, la Fondazione TPE, la Fondazione Merz, le maestranze, i colleghi, e le artiste e gli artisti: sono tutte queste persone che ringrazio ogni volta che mi avvicino, ogni volta che mi allontano da uno spazio in cui si crea il silenzio e si accende lo stupore.

 

XXX FCT

di Andrea Macchia
immagini del Festival delle Colline Torinesi
9 ottobre – 9 novembre 2025
Parcheggio Lancia – Piazzale Chiribiri, Torino
da un’idea di Sergio Ariotti e  Isabella Lagattolla