ANTONIO CRETELLA | In un recente articolo su Repubblica intitolato “Quando i maschi parlano di guerra”, Michele Serra, in una mirabile opera di sintesi, getta luce sull’attuale corsa al riarmo attraverso la lente del privilegio intersezionale, ovvero quella fitta rete di declinazioni del potere che opera a vari livelli (generazionale, sessuale, etnico, economico), alimentanti uno stato perenne di conflitto sociale da cui emerge come burattinaio la vecchia, ma mai superata figura del ricco uomo bianco cisgender, non molto diversa da quella che si autocelebrava nel “Fardello dell’Uomo Bianco” nel 1899. Proprosto in ambito sociologico dalla giurista Kimberlé Crenshaw, il concetto di intersezionalità, ovvero la sovrapposizione di più aree di conflitto e discriminazione, può facilmente applicarsi in maniera più ampia a un’interpretazione complessiva di fenomeni politici e geopolitici, in cui l’attacco sistematico ai diritti delle donne, le battaglie antiwoke, il razzismo e il continuo aumento del divario pochi multimiliardari e una popolazione mondiale sotto la soglia di povertà, sono epifenomeni di un’unica visione di potere in cui la guerra rappresenta il naturale sbocco dello scontro tra le élite, in cui, come ricorda Serra citando Kurt Vonnegut, “la guerra avviene quando vecchi porci mandano a morire le nuove generazioni”. E non è un caso che la retorica della necessità della guerra si riproponga oggi con modalità non dissimile a quelle che precedettero i due conflitti mondiali, oggi che la memoria di quelle tragedie sbiadisce con la morte degli ultimi sopravvissuti e la trasmissione della testimonianza che doveva avvenire attraverso l’educazione storico-letteraria si è trovata di fronte al continuo impoverimento, alla destrutturazione programmatica, allo svilimento perenne perché si coltivasse in vitro una generazione senza memoria, istruita quel tanto per essere utile ai “vecchi porci” come ingranaggio del mercato prima, come carne da cannone poi.