INES ARSÌ / PAC LAB* | Il linguaggio mitico e crudo della fiaba tramanda, per espressioni allegoriche, il residuo cerimoniale di antichissimi riti di iniziazione, spesso dedicati al delicato passaggio dall’età infantile a quella adulta. Si tratta di un dispositivo narrativo di particolare valore formativo, dove i ruoli dei personaggi hanno una funzione simbolica, capace di rappresentare e dunque esorcizzare l’eterna lotta fra il bene e il male, consentendo ai fruitori di imparare a gestire pulsioni e vissuti emozionali, ma da una posizione sicura e privilegiata, esterna al contesto conflittuale.
Così, con Il mostro di Belinda, Chiara Guidi, propone un adattamento per la scena della fiaba La bella e la Bestia, a cui si è ispirata per personificare elementi del trauma e connesse elaborazioni riparative, incarnando in un rituale scenico essenziale la riscrittura settecentesca di Amore e Psiche di Apuleio, a opera di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve.
La regista, cofondatrice della storica compagnia teatrale Societas Raffaello Sanzio insieme a Romeo Castellucci, Claudia Castellucci e Paolo Guidi, svolge una personale ricerca drammaturgica dedicata all’infanzia dagli inizi degli anni Ottanta e orienta le sue riletture del materiale fiabesco secondo criteri che trascendono il lavoro filologico sul testo letterario. Il suo “Teatro dell’infanzia” è un esercizio attivo di sospensione della razionalità, a favore di una pratica emozionale che ha preso il nome di “Metodo Errante“, proprio perché mette in moto l’immaginazione, come già raccontava a conclusione della quarta edizione del Festival “Puerilia” di Cesena.
In questa rivisitazione delle vicende di Belinda, è la potenza evocativa della scenografia e delle luci, a cura del co-regista Vito Matera, a catturare immediatamente l’attenzione, riuscendo a condensare nello spazio del palcoscenico del Nuovo Rifredi Scena Aperta di Firenze, le inquiete atmosfere di disorientamento che animano il racconto e richiamano alla mente l’immaginario dantesco illustrato da Gustave Dorè. Dapprincipio, la penombra, punteggiata magicamente da qualche lucciola, lascia intravedere, fra pochi ruderi e fitte piante, solo una rosa rossa, al culmine del suo splendore; sembra essere piena notte quando un uomo, Alessandro De Giovanni, in cerca della strada di casa, sosta sul cammino per ammirarla, rammentando di averne promessa una alla figlia.
Nel cogliere la rosa, il viandante è però interrotto da un temibile personaggio dalla voce roca e minacciosa che, nascosto dietro un lungo mantello, chiede grave pegno per l’incauta sottrazione.
La figlia Belinda, Maria Bacci Pasello, per salvare il padre da morte certa, viene costretta ad andare a vivere presso il castello del malvagio sconosciuto (interpretato da Eugeniu Cornitel), che rivela, però, un animo inaspettatamente generoso al quale la fanciulla, suo malgrado, si affeziona.

Le risa fuori campo degli amorini, che scoccano impunemente i dardi invisibili di Cupido, testimoniano l’impatto intenso e anche doloroso dell’irrazionalità del sentimento nascente: la protagonista accusa, ma non comprende la graduale sensazione di innamoramento, apparentemente inconciliabile con il terrore che nutre nei confronti della figura che la costringe lontana dal padre.
La vista del volto orribile del carceriere la spinge infine a scappare, ma senza riuscire a liberarla dal pensiero costante di lui; sullo sfondo rossastro della scena che ricorda il gineceo della rosa, in un passaggio in cui la Bacci Pasello mima con necessaria e riuscita enfasi l’afflizione, ha luogo la lotta interna che tenta invano di ricomporre gli equilibri psichici dell’infanzia ormai conclusa. Il corpo si avviluppa con il telo del fondale, mentre è impossibile divincolarlo e svincolare anche il pensiero, la Psiche, dal sentimento di Amore nascente verso la mostruosa figura incombente.
Siamo nel vivo della metamorfosi, nel passaggio cruciale del gioco simbolico che attraversa il principio di piacere dell’infanzia, per affacciare sul principio di realtà dell’età adulta; Belinda deve confrontarsi con le sue inesplorate pulsioni e con l’enigma dell’altro da sé, rompendo il bozzolo narcisistico della fanciullezza, che la rende apparentemente remissiva, per prendere partecipazione al mondo e dare contorno alla sua identità.

L’altro non è forse un mostro, come ci siamo figurati, e dietro la voce minacciosa e l’aspetto estraneo cela paure e insicurezze che quasi rammentano le nostre; eppure, siamo riusciti ad attribuirgli caratteristiche terrificanti che provengono da noi.
Questa proiezione non è che il ritratto fedele delle nostre spinte aggressive e solo conoscerle, solo cogliere la rosa, talismano di purificazione e rinascita, con pure tutte le sue spine, ci permette di compiere l’integrazione del nostro lato oscuro, istintivo, bestiale, per mutarlo in risorsa consapevole.
Ogni passo, nel folto della selva in cui ci si può sempre smarrire, è una scelta di direzione; perciò, Belinda non bacia il curioso ranocchio che la assilla con la sua singolare compagnia in quelle ore travagliate, perché non vuole trasformarlo in principe azzurro, ma emanciparsi da una certa tradizione di esaltazione delle belle apparenze, per amare autenticamente.
Il movimento scenico della Bacci Pasello, che sale e scende frequentemente dal palco, nell’esitazione altalenante che caratterizza il suo personaggio in trasformazione, è illuminato sempre da una lanterna, che pone avanti al suo percorso iniziatico, guidata da un mistico richiamo di conoscenza; il coprotagonista Cornitel resta invece in sua attesa, nell’ombra, risolvendo il suo ruolo in una postura troppo rigida per non penalizzare l’esternazione degli stati d’animo altrettanto contrastanti che lo attraversano.
Intorno, incorniciate dalle fonti bioacustiche del ricercato paesaggio sonoro di Scott Gibbons, in un clima boschivo notturno ricreato con incantevole fedeltà, si manifestano indefinite presenze, figure invisibili e dispettose, richiami lontani e strani animali parlanti, che vivificano le tenebre e allertano lo sguardo del pubblico.
La trasposizione scenica del racconto narrativo permette sicuramente di recuperare il potenziale espressivo paraverbale di una dimensione corporea e spaziale, meno vincolata alle barriere linguistiche del canone semantico e più aderente al topos esperienziale.
Le creazioni artistiche della Guidi partecipano così a ristabilire anche il contatto con la parte intimamente infantile dello spettatore adulto, perché si avvalgono del canale fonologico, del ritmo dell’intensità e dell’inclinazione tonale della voce, per supportare l’autentica immedesimazione nel racconto, attraverso i canali primitivi del pre-linguaggio; pause, respiri, micro-espressioni, intonazioni, aiutano, attraverso canali quasi impercettibili, a comunicare le emozioni con una particolare efficacia.
Questa partitura di tensioni oniriche, ritmi scenici insoliti, tempi dilatati, frequenti ridondanze, sembra studiata per parlare direttamente all’inconscio dello spettatore assorto, attraverso equilibri che oscillano tra rappresentazione iconografica tradizionale, fatta di gestualità, costumi, personaggi forse eccessivamente tipizzati e sotterranea trasmissione di messaggi archetipici di portata universale, ricostruiti drammaturgicamente perché possano insediarsi nei cassetti più remoti della memoria e forse, un giorno, fiorire.
IL MOSTRO DI BELINDA
METAMORFOSI DI UN RACCONTO
da un’idea di Chiara Guidi
drammaturgia Chiara Guidi, Vito Matera
composizione sonora Scott Gibbons
scene, luci, costumi Vito Matera
con Maria Bacci Pasello, Eugeniu Cornitel, Alessandro De Giovanni
con le voci di Demetrio Castellucci, Chiara Guidi, Anna Laura Penna, Giulia Torelli
e con la voce di Lavinia Bertotti
voci infanti Bice e Maddalena Bosso, Eva, Lia e Nora Castellucci, Enrico, Iris e Michele Guerri, Amedeo Matera, Daphne Sophia e Ophelia June Nguyen, Gabriel Rotari, Agata e Federico Scardovi, Mia Valmori
cura del suono Andrea Scardovi
tecnica Francesca Pambianco
realizzazione scene Attosecondo
produzione Societas, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani – Onlus, Emilia Romagna Teatro ERT
foto Eva Castellucci
Nuovo Rifredi Scena Aperta, Firenze | 9 gennaio 2026
*PAC LAB è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.




