CRISTINA SQUARTECCHIA l Lo spettacolo Notte Morricone è stato uno degli appuntamenti più attesi della stagione di danza al Teatro delle Muse di Ancona. Portato in scena dalla Fondazione Nazionale della danza Aterballetto per la coreografia di Marcos Morau, Notte Morricone racconta della vita notturna di un genio ed entra nelle sue stanze creative e mentali immerse nelle note, in simbiosi con i rumori e i suoni e in continua vibrazione con le immagini.
Per la stagione di danza di Marche Teatro diretta da Giuseppe Dipasquale, lo spettacolo ha superato le barriere spazio-temporali del teatro: pareti, quinte e palco apparivano smontabili, componibili, in continua trasformazione. La musica di Ennio Morricone è stata la colonna sonora dell’infanzia e della giovinezza del coreografo spagnolo. Un innamoramento che per Morau è iniziato da bambino quando i suoi genitori ascoltavano le canzoni del grande maestro, e che, anche nella maturità artistica di Morau, è rimasta viva crescendo. L’omaggio di Morau va oltre il semplice tributo e prende forma nei corpi dei danzatori, attraverso un discorso coreografico intessuto di gestualità e coralità, virtuosismo e pluralità, per restituire il ritratto di un uomo e della sua sconfinata sensibilità creativa, fatta di fragilità e ossessioni, tormenti e paure.

ph Christophe Bernard

Notte Morricone è uno spettacolo carico di potenza teatrale e scenografica, che fa appello ai vari registri artistici dove i danzatori sono artefici della scena: costruiscono, creano, cantano e rappresentano i tanti volti di Ennio. Mettono in evidenza il dualismo tra artista e uomo, tra genio e icona pop, tra padre e marito, per uno spettacolo multiforme, che sovrappone storia individuale e storia collettiva, dove le immagini diventano suono e viceversa.

Abbiamo incontrato i figli del grande maestro, Andrea e Marco Morricone, impegnati in una tournée italiana per presentare il libro Il genio, l’uomo e il padre (Sperling e Kupfer), scritto a quattro mani dallo stesso Marco Morricone con Valerio Cappelli – storico giornalista e amico del grande compositore romano.
Su Notte Morricone i due fratelli hanno raccontato aneddoti e impressioni, ritrovando molto dell’aspetto personale di loro padre.

Da sinistra Marco e Andrea Morricone

Come è stato crescere con un genio, una persona così creativa?

A.M. Nostro padre era una persona molto articolata, molto complessa su tanti livelli. Crescere accanto a un compositore è stata sempre una sorpresa. Quando era fuori dal lavoro era divertentissimo, poteva essere molto simpatico, ma sul lavoro era davvero intransigente.

M.M. Concordo sul fatto che fosse profondamente complesso, perché sapeva essere mille cose insieme, sapeva essere molto serio, molto rigoroso, molto intransigente con tutti e prima di tutti con sè stesso, ma sapeva essere gradevolissimo, simpaticissimo in situazioni magari in cui c’era maggiore leggerezza. Però nell’ambito lavorativo papà era una persona di una serietà infinita.

Notte Morricone di Marcos Morau, nella sua varietà scenica, mette in eveidenza i tanti volti di vostro padre. Qual è stata la vostra impressione rispetto al lavoro di Marcos Morau?

M.M. Pur non essendo un appassionato di danza devo ammettere che il lavoro di Marcos Morau è davvero interessante. L’ho visto con grande attenzione e mi è piaciuto moltissimo. Emergono fragilità e virtù di mio padre, con le sue ossessioni, le sue manie e debolezze e tanti punti di forza. Morau inserisce tutto questo in un discorso che riporta la figura di mio padre alla dimensione umana. Tante le contraddizioni che quest’uomo aveva, e che nella coreografia si colgono a più riprese e che in fondo sono quelle che abbiamo tutti, ma essendo lui un personaggio pubblico, queste potevano sembrare, forse, più evidenti. Tutti abbiamo contraddizioni, no? E poi papà è stato un rivoluzionario per l’epoca in cui ha operato. L’idea di riprodurre i rumori con l’orchestra, il lavoro di sperimentazione con gli arrangiamenti, tutto era fuori dall’ordinario nel suo modo di essere compositore e questo grazie alla profonda conoscenza musicale e all’uso che ne faceva. Aspetti che Morau fa venire fuori con incredibile verità e semplicità.

A.M. Io purtroppo non ho avuto modo di vedere questo lavoro ma mi sento di aggiungere una cosa importante sull’essere fuori dall’ordinario. Nostro padre diceva sempre: “metti 10 compositori diversi a vedere lo stesso film, non usciranno mai 10 musiche uguali ma usciranno 10 musiche diverse”. Questo vuol dire che ognuno parte da posizioni diverse. Papà sapeva porsi in una maniera differente al normale, ecco, mettiamola così, rispetto all’ordinario.
Il suo è stato un percorso inclusivo rispetto alla musica, una vita immersa in un magma sonoro che va dalle canzoni ai musical, alla musica del cinema, alla musica assoluta, alla musica sacra; la ricerca con il gruppo Nuova Consonanza dove usava gli strumenti in una maniera non certamente canonica per gli anni ‘70 e dove la melodia era assolutamente bandita. Ma nello stesso tempo aveva il desiderio di recuperarla, sul fronte cinematografico, con la ricerca di un tema musicale che fosse dotato di una melodia cantabile all’interno di una partitura. Una partitura che presentasse idee importanti e che corroborassero il tema principale in modo da dare personalità al pezzo. La cura e la ricerca di una melodia erano alla base di un pensiero più complesso, articolato, come dono di questa sua poliedricità. L’adesione a Nuova Consonanza è stata quindi un’esperienza importantissima per la serie dei western di Sergio Leone in cui si riconosce l’imprinting della musica di quegli anni, basata sull’improvvisazione. Ecco, lui si è nutrito di tutto questo.

Qual è l’immagine o l’idea più cara che vi portate dentro di vostro padre?

A.M. La possibilità di poter suonare la sua musica, che mi dà la sensazione di averlo sempre accanto.

M.M. Il suo essere migliore come uomo, rispetto al grande compositore che è stato.