LAURA NOVELLI | Pause che giungono improvvise nel bel mezzo di un dialogo. Silenzi più feroci delle più feroci parole. Sospiri in bilico tra malinconia e resilienza. Assoli nevralgici ritagliati nella vuotezza delle chiacchiere inutili. Battute essenziali. Una levità nostalgica che non risparmia niente e nessuno. Anton Čechov è un grande autore, perché è semplicemente Anton Čechov. E perché il suo teatro ci insegna da sempre a cullare i ricordi, ad amare il mistero dei sentimenti, ad ascoltare gli ondeggiamenti dell’anima, a leggere, tra le pieghe degli addii, delle rinunce, dei rimpianti umani, l’immobilità propria degli infelici e dei disillusi di ogni tempo. La sua è, dunque, una modernità che potremmo definire fisiologica, intrinseca alla scrittura stessa, e ciò spiega perché continuiamo a interrogarlo, a portarlo in scena, a inserirlo nei cartelloni teatrali delle nostre stagioni, proponendone sempre più spesso letture registiche attualizzate e, almeno nelle intenzioni, originali.

Dopo l’apprezzata trilogia di Leonardo Lidi (Il gabbiano, Zio Vanja, Il giardino dei ciliegi) prodotta dallo Stabile dell’Umbria tra il 2022 e il 2024 e trasmessa da Rai5 a maggio scorso, e dopo la spericolata invenzione drammaturgica che Liv Ferracchiati ci ha offerto, nel 2024, con il suo intenso Come tremano le cose riflesse nell’acqua (čajka), liberamente ispirato a Il gabbiano, spetta ora a Filippo Dini firmare la regia di una messinscena proprio de Il gabbiano – vista al teatro Argentina di Roma e adesso in programma al Mercadante di Napoli – che ci è parsa animata da un’indubbia vitalità, ma costantemente in bilico tra la potenza dell’opera originale e una sovrabbondanza di segni espressivi “contemporanei” votati a compromettere, secondo noi, quella delicatezza semplice, struggente e malinconica che connota e dà sostanza poetica all’opera stessa.

Vediamo in che senso. Come è ben noto, la stesura di questa pièce, portata al successo da una storica messinscena di Stanilaskij e Dančenko a qualche anno di distanza dal clamoroso fiasco del debutto, risale al 1895. «Pensate un po’ – annota l’autore in una lettera ad Aleksej Suvorin – scrivo un lavoro teatrale. Scrivo con piacere, andando contro le convenzioni teatrali in modo terribile. È una commedia con tre ruoli femminili, sei ruoli maschili, quattro atti, un paesaggio (vista sul lago), numerose discussioni letterarie, poca azione e cinque ‘pud’ di amore». La trama risulta in effetti esile (apparentemente tale) e ruota intorno alla personalità dominante di Irina Arkadina, affermata attrice ormai non più giovane (qui la interpreta Giuliana De Sio), incapace di comprendere le velleità artistiche del figlio Kostantin (Giovanni Drago) e dedita essenzialmente alla sua carriera e alla sua relazione sentimentale con il mediocre scrittore Trigorin, ruolo che Dini riserva per sé. A scompaginare l’assetto, già compromesso, di questa insana triangolazione, sarà il passionale idealismo della giovane Nina (Virginia Campolucci), aspirante attrice divisa tra il grande amore che per lei nutre il fragile Kostja e quello, invece, che lei stessa nutre proprio per Trigorin: il suo sogno infranto avrà l’effetto di una denotazione e trascinerà la tessitura leggera del testo verso un epilogo tragico.

Ph. Serena Pea

I fatti si svolgono in campagna, nella proprietà del fratello di Arkadina, Sorin (Valerio Mazzucato), che – come specificato nella lettera stessa dell’autore – vibra del riverbero di un lago la cui vista e le cui acque giocano un ruolo liricamente nevralgico. Milieu che, nella prima parte dello spettacolo diretto dal regista ligure – al suo secondo Čechov, dopo la felice rilettura dell’Ivanov messa a segno una decina di anni fa – si traduce in una scenografia scarna (la firma Laura Berzi), dominata da un fondale dipinto nello stile del pittore Levitan, caro amico del drammaturgo russo, dove si agitano colori plumbei e linee geometriche cangianti, valorizzati dall’ottimo disegno luci di Pasquale Mari. Sul palcoscenico vediamo arredi di stile e funzione diversa: un tavolino con sopra un pc portatile, sedie, una sdraio, una lunga tenda chiara adibita a “palcoscenico sul palcoscenico” per la rappresentazione scritta dal giovane Kostja, scena che, nel testo, occupa una corposa sezione del primo atto e che qui viene affidata alla visione scenica, sulfurea e originale, di Leonardo Manzan, estroso regista vincitore della Biennale Venezia Under 30 nel 2018.
Un inserto registico, questo, immesso per volontà dello stesso Dini dentro il disegno complessivo del suo Gabbiano. Un lavoro che intende fotografare «un’umanità alla fine: una società sull’orlo del baratro»; baratro che non risparmia neanche gli spettatori. L’azione si allunga, non a caso, sino alla platea, come a voler sottolineare un abbattimento della quarta parete di stampo anti-naturalista: correndo tra le poltrone del pubblico – siamo al dinamico incipit – irrompe la presenza gioviale del maestro Medvedenko (Edoardo Sorgente), che in jeans e zainetto sulle spalle canta a squarciagola una canzone d’amore (si tratta di un brano originale) dedicata alla Maša di Enrica Cortese, anche lei vestita con abiti contemporanei, così come l’intero cast (cura i costumi Alessio Rosati) e anche lei adagiata nella sua malinconia incurabile.
Questa tinteggiatura emotiva attraversa, d’altronde, anche le altre figure secondarie della pièce, tutte assolutamente necessarie alla costruzione di tale desolante quadro di umanità inabile alla vita: oltre a quelle già citate, l’amministratore della tenuta Šamraev (Gennaro Di Biase), sua moglie Polina (Angelica Leo), il dottor Dorn (Fulvio Pepe).

In superficie, insomma, non succede nulla o succede poco. Nell’intimo di tutti i personaggi si agita, però, un mare in tempesta. Nessuno è realmente felice e tutti aspirano a un altrove, a un futuro diverso, a un amore che regali loro la libertà di un volo di gabbiano. Proprio l’amore rappresenta, infatti, il mezzo attraverso il quale essi cercano di rompere il loro isolamento, e il fallimento che ne deriva non fa che acuire ancora di più la distanza emotiva in cui si muovono e, dunque, la loro rassegnazione.
La poesia di questo testo, insomma, sta nelle sfumature, nel chiaroscuro, nell’instabilità dei sentimenti. Motivo per cui, più ci si affida a un linguaggio scenico lineare e semplice, più ha modo di affiorare quanto si annida dentro la stasi della vicenda.

Ph. Serena Pea

Dini sembra scegliere, invece, una grafia registica ricca di “pieni”, di interpolazioni non sempre efficaci: la drammaturgia originale (tradotta da Danilo Macrì) si moltiplica in una riscrittura quasi barocca dell’opera, con inserti canori eseguiti dal vivo (la musiche sono a cura di Massimo Cordovani) che regalano ottime interpretazioni di brani molto diversi tra loro (da Guccini ad Adele, passando per gli U2), slittamenti comici, divagazioni metateatrali e, soprattutto, una caratterizzazione molto decisa, persino caricaturale, dei personaggi.
Tutti gli attori sono chiamati a una prova in levare, sovraesposta, nervosa che, senza nulla togliere alle qualità artistiche di ognuno di loro, rischia di affievolire i malcelati tremori di queste anime in fuga da sé stesse. La madre anaffettiva, avida ed egoista della De Sio (già diretta da Dini nel 2023-2024 nell’interessante Agosto a Osage County, ispirato al celebre dramma di Tracy Letts) possiede, ad esempio, una naturalezza schietta, dinamica, a tratti vagamente partenopea, che avvicina Arkadina a certi stereotipi femminili moderni, ma non sempre illumina il controverso mondo interiore del personaggio. Lo stesso Trigorin, interpretato dal regista, smarrisce la compattezza di questa figura ambigua, restituendoci un intellettuale debole, abulico e in balia degli altri, la cui eccessiva balbuzie produce gli effetti di una comicità a tratti davvero lenta e forse non funzionale all’insieme.
Su un registro spesso enfatico si modulano, poi, le prove degli interpreti più giovani: Giovanni Drago è un Kostja istrionico e agitato (pensiamo al monologo con la tirata sul teatro moderno e alcuni dei suoi mostri sacri) che, nella seconda parte del lavoro, trova però corde più tenui. Energica e tumultuosa è anche la Nina di Virginia Campolucci: capelli corti giallo paglia, short, maglietta trasparente, una vitale spinta verso il futuro che, qua e là, può suonare sopra le righe, ma che, anche in questo caso, sa arrivare a maggiore compostezza nelle scene conclusive. Infine, ci sembra doveroso spendere qualche parola sulla promettente Enrica Cortese, che fa una Maša scontrosa, sofferente, a volte troppo urlata, ma nel complesso incisiva.

In definitiva, la visione di Dini, pur se innervata di innegabile teatralità e sopportata da un cast di ottimo livello, non riesce, secondo noi, a trovare una sintesi tra tradizione e innovazione e, anche se alcuni aspetti del lavoro si potranno limare nel corso della lunga tournée, resta la sensazione di un Čechov lontano dalla levità di Čechov.
E proprio questo bisogno di levità ci riporta alla mente due storici allestimenti del medesimo testo: quello che Eimuntas Nekrošius realizzò all’inizio del Duemila come esito di un laboratorio condotto con gli allievi dell’Ecole des Maîtres: una fila di secchi di alluminio in proscenio, a indicare il lago, e una partitura fisica orchestrata tutta su salti e tentativi di volo, per restituire le nervature più malinconiche del testo (di questo memorabile lavoro, che avemmo la fortuna di vedere al Teatro Quirino di Roma, resta una preziosa testimonianza nel volume di Ubulibri Il Gabbiano secondo Nekrošius, edito nel 2002); e quello, altrettanto intenso, che Andrei Konchalovsky presentò proprio all’Argentina nel 2007: rilettura che sottolineava le declinazioni agrodolci, i paradossi spiazzanti, gli intrecci da vaudeville, il buffo gioco del destino che l’autore distilla in questo capolavoro senza tempo.  Per il quale – come per tutto il repertorio dell’autore russo – vale sempre ciò che scrive Peter Brook ne Il punto in movimento: «Čechov ricercava sempre ciò che è naturale e voleva che la recitazione e la messa in scena dei suoi drammi fossero limpidi come la vita stessa».

IL GABBIANO

di Anton Čechov
traduzione Danilo Macrì
regia Filippo Dini
con (in o.a.) Giuliana De Sio (Irina Nikolaevna Arkadina)Giovanni Drago (Kostantin Gavrilovič Treplev)Valerio Mazzucato (Petr Nikolaevič Sorin), Virginia Campolucci (Nina), Gennaro Di Biase (Il’ja Afanas’evič Šamraev), Angelica Leo (Polina Andreevna), Enrica Cortese (Maša), Filippo Dini (Boris Aleskseevič Trigorin), Fulvio Pepe (Evgeneij Sergeevič Dorn), Edoardo Sorgente (Semen Semenovič Medvedenko)
regia della scena lo spettacolo di Kostja Leonardo Manzan
dramaturg e aiuto regia Carlo Orlando
scene Laura Benzi
costumi Alessio Rosati
luci Pasquale Mari
musiche Massimo Cordovani
foto e video Serena Pea
produzione TSV – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

Teatro Argentina, Roma | 10 gennaio 2026