ANTONIO CRETELLA | Che cos’è la scuola? Sembrerebbe una domanda piuttosto semplice, alla quale rispondere con una serie di definizioni scontate (“luogo in cui si impara”, “luogo di socializzazione”, “comunità educante”, ecc.), sicuramente vere, ma anche parziali e sottendenti approcci e visioni differenti. Tra le istituzioni pubbliche, per la sua particolare natura strutturata sul dialogo tra generazioni, la scuola è quella più profondamente innestata nel divenire, di cui è soggetto/oggetto privilegiato fungendo da mediatrice tra il passato e il futuro di una comunità umana che educa se stessa tra le opposte esigenze di conservazione e di trasformazione, da cui derivano gli opposti rischi di rigida cristallizzazione da un lato, di proteiforme e inconcludente mutevolezza dall’altra. La pletora di riforme e microriforme, sempre più ravvicinate una all’altra e dettate troppo spesso da interessi di parte, fanno sicuramente pendere la bilancia dal lato del caos: anni scolastici che iniziano con delle regole e terminano con altre, modalità di svolgimento di esami ritoccate annualmente, sperimentazioni in vivo di modelli pedagogici à la page presto abbandonati per teorie nuove e tanto suadenti sulla carta quanto inapplicabili nella realtà, provvedimenti estemporanei che inseguono l’emergenza del giorno sull’onda emotiva di tragedie. Talora, le riforme sono frutto di un curioso fenomeno di riformismo fine a stesso, il cui scopo è un tautologico “riformare le riforme” per costruire una pura e semplice percezione di innovazione cui non consegue alcun reale cambiamento. Ne sono usciti così decine di ibridi disfunzionali: la scuola-azienda che si pubblicizza come una SPA educativa, la scuola-collocamento dei turbodiplomati in 4 anni, la scuola-fiction dalle narrative eroiche ed edificanti, la scuola-aeroporto coi controlli alla dogana. Il risultato, senza voler cadere in una semplicistica generalizzazione, è in molto casi non più una virtuosa, socratica capacità trasformativa di ricerca del bene attraverso il faticoso dialogo intergenerazionale, ma una deriva deformativa votata allo smarrimento; non più un razionale passepartout in grado di aprire diverse porte, ma il tentativo violento, volgare e autoritario di scassinarle con un piede di porco.