OLINDO RAMPIN | Non tragga in inganno il titolo apparentemente minimalistico di White pages, trittico di assoli firmato da Manfredi Perego e interpretato da Chiara Montalbani (nella foto di copertina di Domenico D’Alessandro), da lui stesso e dalla madre, Lucia Nicolussi. Se quel titolo può richiamare alla memoria il motivo dei limiti della parola, del suo possibile fallimento espressivo e dell’orizzonte del silenzio come possibilità di un esito oppositivo alla scrittura, ci sembra che questo lavoro nasca, invece, da una strenua volontà di comunicare, da una viva e ostinata tensione espressiva. A questo ha significativamente contribuito, con diversa gradualità, un “quanto” di soggettività dettato dalla diversa corporeità delle interpreti, che hanno aggiunto ognuna un’originale glossa espressiva, emotiva e teatrale, alle idee coreografiche dell’autore. Ne vien fuori una sorta di lessico famigliare in tre ante, dove di fronte all’autoritratto maschile si stagliano due diversi ritratti di donna, in due diverse età della vita e della traiettoria di danzatrice.

Chiara Montalbani – foto di Domenico D’Alessandro

Quella di Chiara Montalbani, interprete di Dedica al silenzio, è una danza che, attraverso la mediazione di una superba tecnica individuale, mai però fine a sé stessa, conduce a un’esperienza “religiosa”. Immersa nella vasta profondità dello spazio scenico della Fonderia di Reggio Emilia, la donna che danza davanti a noi eredita nel corpo e nel volto tutta una stratificazione di apparizioni dell’immaginario. Epifanie, ma si dovrebbe dire “ierofanie”, che si susseguono nelle spirali esatte delle torsioni, nei movimenti millimetrici delle braccia, delle mani, dei gomiti, delle ginocchia, negli sguardi regali degli occhi profondi e severi, nel profilo imperioso, nell’inarcarsi del torso d’atleta. Dentro la profonda penombra della scena il volto, a tratti invaso da un sorriso, i muscoli delle braccia, della parte del busto tra seno e vita, sono visitati dalle belle luci di Roberta Faiolo e parzialmente svelati da un corto corpetto nero traforato, che corregge l’informale eleganza dei pantaloni, stretti in vita e sempre più larghi mentre scendono alle caviglie.

Chiara Montalbani – foto di Domenico D’Aloessandro

È una danza, e sono ancor prima un corpo e un volto, che non sembrano più appartenere ai fenomeni della vita quotidiana, all’esperienza profana dei giorni, e appaiono carichi di valori simbolici, di atmosfere rituali e mitiche, che evocano un tempo fuori dalla storia, all’origine del mondo. Nella fantasia dello spettatore si accendono a poco a poco, nell’estrema variabilità del disegno acustico di Paolo Codognola, immagini tragiche di antiche sacerdotesse, di sirene, di regine barbariche, di donne incantatrici e ninfe dei boschi. Questa natura tenebrosa e luminosa dell’atmosfera che si diffonde dalla scena alla platea nasce dalla spiritualità del movimento della danzatrice Montalbani, dalla sua vocazione al tragico, da alcunché di magnanimo, di ragguardevole, di austero, che promanano dalla sua postura e dalla sua effigie.

Una eleganza trattenuta, quasi estremo-orientale, la discrezione di una concezione propria della maturità, è quella che esprime la sobria tessitura della mobilità corporea di Lucia Nicolussi. Tutta la prima parte di Dedica al tempo è dedicata a una graduale cerimonia di approssimazione a un cerchio di luce penetrante, bianca, posta al centro del palcoscenico. La gestualità della danzatrice, didatta di lunga e onorata carriera nella sua scuola di danza di Parma, è dunque una serie di prove che introducono all’ingresso dentro il circolo, simbolo di pienezza e di raggiunta maturità interiore, emblema della ciclicità delle età della vita.

Lucia Nicolussi – foto di Domenico D’Alessandro

Coerentemente posto a introduzione del trittico, specularmente a quello interpretato da Montalbani, Estemporanea, l’assolo danzato dall’autore, ha quasi una funzione di introduzione generale in forma di dichiarazione di poetica e di enunciazione propedeutica. Vi sono già presenti alcune direttrici che tornano nel resto del lavoro, anche in chiave di metacognizione, di riflessione sulla concezione coreografica, sul farsi del gesto, sulla necessità di un esercizio che trova senso nel lavorìo progressivo e incessante delle prove. In esso gioca un ruolo anche l’apparato fonatorio, quasi l’eco nella voce del movimento, a un grado zero di sillabazione, prossima a quella di un’arte marziale, nella consapevolezza del fondamento organico e psichico dell’arte della danza.

WHITE PAGES
coreografia Manfredi Perego

Estemporanea
performer Manfredi Perego
produzione Tir danza, MP.ideograms

Dedica al tempo
performer Lucia Nicolussi
produzione Tir danza, MP.ideograms
co-produzione MILANoLTRE Festival

Dedica al silenzio
performer Chiara Montalbani
produzione Tir danza, MP.ideograms
co-produzione MILANoLTRE Festival

La Fonderia, Reggio Emilia | 18 gennaio 2026