ESTER FORMATO |  Lo scorso maggio era di scena a Primavera dei Teatri, e qualche giorno fa lo è stato nella sala Fassbinder dell’Elfo Puccini di Milano; Ivàn e i cani, scritto dalla drammaturga inglese Hattle Naylor nel 2009 e insignito poi di premi prestigiosi, è considerato una fiaba nera, una risposta alacre e violenta alle fiabe tradizionali dei fratelli Grimm, non perché sfidi provocatoriamente il genere letterario in sé, ma perché avvalendosi di alcuni suoi elementi caratteristici, squarcia il velo su una realtà violenta e poverissima, quella della Russia post Unione Sovietica.
Siamo negli anni Novanta, a capo della grande nazione c’è Boris Eltsin; «la gente era così povera che i padri e le madri cominciarono a sbarazzarsi di quello che nelle case mangiava, beveva e aveva bisogno di cure. I primi a essere abbandonati furono i cani»
Le poche parole iniziali del testo plasmano evocativamente un ambiente preciso, reale, profondamente storico. Le città russe imperverseranno per anni in condizioni disumane, gran parte della popolazione dovrà scontare i duri tempi della transizione e, se il ricordo di quegli anni è ormai sfocato nella nostra memoria collettiva, ci pensa Federica Rosellini con il suo spettacolo in stile punk a riportare indietro gli spettatori a quelle pagine di storia.

© Ph Giovanni William Palmisano

Prima che lo spettacolo prenda avvio, lei è già in postazione, ha una maglietta chiara e dei pantaloncini corti; siede ad una tastiera coadiuvata da un sistema di casse e amplificatori che fungono all’occorrenza anche da batteria. Dietro di lei, pannelli con luci rettangolari a neon, pensati da Paola Villani, destano negli astanti una sensazione algida, evocando un ambiente intriso di angoscia e di desolazione, mantenendo però un abito asettico. Inoltre, mentre prendiamo tutti posto, una voce off ripete a loop delle frasi in russo, creando nei presenti un senso di smarrimento e di incertezza.

Quello di Federica Rosellini è un assolo, la sua è la voce prestata ad Ivàn che racconta la propria infanzia. Ivàn ha quattro anni quando incomincia la vicenda, è poverissimo. Vive con la madre assiduamente maltrattata da un compagno violento e suo futuro aguzzino, patrigno del piccolo, perennemente ubriaco e risentito nei confronti dello stesso Ivàn, in quanto altra bocca da sfamare. Fuori, il gelo russo non perdona; il freddo, la neve, i bonzi (diseredati vagabondi), i bambini che sniffano colla nei cunicoli di una montagna di rifiuti, gli altri disperati che prendono a calci chiunque si accosti a un edificio per cercare un posto per ripararsi: è il mondo intero nel quale Ivàn si ritrova, dopo esser fuggito da casa, solo, con in tasca due pacchi di patatine.
Ivàn è veramente molto piccolo, eppure il suo prossimo, chiunque egli sia, non gli fa sconti, perché la miseria è tanta, le condizioni troppo avverse per poter fermare quel processo di degradazione che, come una scure, si abbatte sulla popolazione russa.
In quegli anni ’90  il paesaggio urbano di Mosca è caratterizzato dalle macchine, dalla fabbrica dove tanti operai lavorano mane e sera, e attraverso le vetrine dei negozi si trasmettono immagini riprese dai notiziari. È in realtà uno scenario inquietante: sul panorama post sovietico si incuneano piccolissimi particolari che alludono a un progresso ancora distante, pertanto, l’umanità, straziata dalla fame,  è completamente andata in corto circuito. L’unico guizzo di calore umano Ivàn lo ritrova in una foto di una bellissima star dello spettacolo, che vorrebbe tanto fosse la sua  mamma.
Le battute che si affastellano nel corso della performance vanno a formare una visione granitica e lucida, fin troppo se pensiamo che il nostro filtro è un bimbo piccolo. In questa ricostruzione d’infanzia la presunta distanza temporale non esiste: Quel momento è adesso, la frase d’apertura, ripresa poi alla fine, è una traccia preziosa dello sforzo emotivo e drammatico che accompagna lo spettacolo. La linea temporale si scompiglia, come ad ammonire che l’infanzia di Ivàn corrisponda a un eterno presente non solo per lui, ma per l’umanità tutta e che il gesto teatrale, nella sua riproducibilità costante, si condensa nel suo reiterato hic et nunc.

© ph Giovanni William Palmisano

In quell’adesso accade che Ivàn, per sfuggire agli umani incattiviti, si ritrova ben presto in compagnia del bellissimo cane bianco Belka e poi insieme ad altri randagi ai quali dà un nome preciso, differenziandoli nella loro specificità.
Un bambino si perde in uno spazio indefinito, luoghi sfigurati dalla loro stessa miseria. Esattamente come in una fiaba, il piccolo protagonista smarrisce la strada di casa, e di lupi ne incontra tanti; non ha briciole per tornare indietro e i suoi amici non sono umani.

Questa “controfiaba” trova forza espressiva e poetica attraverso il sound design concepito da Rosellini la quale, così facendo, rende al testo teatralmente giustizia con la restituzione di una profondità uditiva atta a evocare, a ricreare, a rappresentare vocalmente il tessuto narrativo.
Il progetto sonoro si basa su toni sordi, metallici, spesso anche fastidiosi e con giusta cognizione di causa, data la drammaticità affrontata. La sfida non è semplice: attraverso la storia di Ivàn ci viene posta dinanzi la completa e progressiva degradazione da essere umano ad animale come unica strategia di sopravvivenza.
Ivàn si sottrae alla comunità umana (degradata) per costituirsi parte di quella canina, assumendone man mano i comportamenti per poter sopravvivere a tutto quanto. Questo passaggio è il perno di tutto il lavoro e naturalmente non vuol brandire alcuna lettura animalista, ma portare tutta l’attenzione possibile sullo stato di abiezione a cui l’umanità può giungere.
D’altronde, è proprio passando dalla parte dei cani che il piccolo protagonista conosce un barlume di fratellanza, un corpo che lo scalda e che lo protegge, degli amici con i quali dividere i resti di cibo, senza che qualcuno lo derubi per fargli sniffare colla.
La partitura dello spettacolo, per la crucialità di elementi e aspetti della vicenda che via via emergono, conosce momenti intensi e complessi, rafforzati se possibile da un approccio antinaturalistico della narrazione teatrale, con stralci che si ripetono, con variazioni inconstanti di suono che impattano sul racconto, imponendone agli astanti il peso duro, difficile da gestire emotivamente e da ascoltare.

© ph Giovanni William Palmisano

La salvezza consiste nel cambiare specie e comunità, nel trovare un sostegno forte facendo branco con chi della propria specie non è. Nonostante questo comporti al protagonista della vicenda (tratta da una storia vera!) un conforto e una progressiva scelta identitaria, la dolcezza del ricordo dei suoi amici a quattro zampe non scalfisce un senso di puro disagio che si innesca nello spettatore, al cospetto di così tanta marginalità e sopraffazione che scorrono in tutte le battute di Rosellini. In fin dei conti, diversamente dalle fiabe, non si tratta di umanizzare gli animali, quanto invece di vedere i propri simili disumanizzarsi e ritrovare nei cani il mero istinto della conservazione e del fare branco.
Ivàn e i cani è uno spettacolo assai scomodo, dove la catarsi, seppur sembri comparire sul finale che si riaddolcisce al ricordo dei poveri sfortunati compagni a quattro zampe, non è per nulla concessa perché la cifra realistica e chirurgica della scrittura (grazie alla traduzione di Monica Capuani) è tagliente come un bisturi ed il linguaggio teatrale attraverso la quale essa è agìta, non si avvale di nessun anestetico.

IVAN E I CANI

di Hattie Naylor
traduzione  Monica Capuani
voce registrata in russo Laura Pasut Rosellini
light design Simona Gallo
scenografia Paola Villani
costumi Simona D’Amico
aiuto regia Elvira Berarducci
performer, sound design e regia Federica Rosellini
management Vittorio Stasi
direzione generale Maria Rondanini
produzione Cardellino srl

Si ringrazia Trac centro di residenza teatrale / Factory compagnia diritti di rappresentazione a cura dell’Agenzia Danesi Tolnay

Teatro Elfo Puccini, Milano | 22 gennaio 2026