ENRICO PASTORE | Pygmalion et Galathée è un curioso e divertente cortometraggio di Georges Méliès datato 1898 che porta per la prima volta al cinema il famoso mito d’amore tra lo scultore e la sua statua. Galatea però non è quella che ci aspetteremmo, passiva, sottomessa e timida come nel mito raccontato da Ovidio. Divenuta donna di carne, la Galatea di Méliès non mostra e non concede grande soddisfazione: non gradisce il piedistallo su cui è posta, scegliendone uno più grande, abbandona il vaso, simbolo di lavoro manuale, per una più nobile lira e, cosa più importante di tutte, si nega agli abbracci del suo creatore addirittura dividendosi a metà, con le gambe che fuggono da sole mentre il busto osserva piccato la scena. L’insistenza molesta di Pigmalione alla fine farà preferire alla giovane il ritorno al marmoreo stato originario.
La Galatea di Méliès, tornava alla vita quando nasceva il primo cinema ma anche quando esplodevano in parallelo le lotte suffragiste del primo femminismo e pertanto si dimostrava in armonia con i tempi rivelandosi una creatura tutt’altro che docile e addomesticabile, lontana dal modello passivo e subordinato imperante. Aveva tutte le caratteristiche della nascente Nuova Donna: volontà, pensiero, bellezza e ribellione. E tutto questo non poteva che essere decisamente frustrante per Pigmalione.

Lo dimostra Henry Higgins, incarnazione britannica di un moderno Pigmalione per mano di Bernard Shaw, anch’egli abbandonato da Eliza Doolittle, dopo averla trasformata da fioraia di borgata a signora d’alta società. Quello che non considerava il moderno sculture d’anime è che Eliza, essendo dotata di volontà propria, di far la bella statuina non ne aveva punto voglia.
E lo dimostra anche la Venere bronzea di Prosper Merimée: sposata per scherzo e per dileggio, giunge nottetempo a reclamare il suo debito d’amore uccidendo l’improvvido marito con la forza dei suoi abbracci.
A questo punto però sorge spontanea una domanda: siamo sicuri che questa frustrazione, questo smarcarsi della donna di carne dal sogno scolpito nel marmo sia proprio nostro contemporaneo? Non è possibile che il tentativo di controllo dell’immagine della donna sia sempre in qualche modo sfuggito di mano?
Se per, un momento, tralasciamo il mito originale ovidiano e volgiamo il nostro sguardo alle antiche cronache dell’antichità greco-romana, incappiamo nella storia di Prassitele e della sua Afrodite Cnidia, primo nudo integrale della storia dell’arte Occidentale. La vicenda si svolge nel IV sec. a. C. ad Atene.
Prassitele, contrariamente a Pigmalione, prese a modello una donna reale per dar forma e sostanza a una statua, una prostituta di nome Mnesarete, nome ironico per una cortigiana dato che indica “colei che ricorda la virtù”. Mnesarete però passò alla storia con il suo nome d’arte, quello da lei scelto: Frine, il rospo, altra ironia visto che si parla della più bella di Atene.

Prassitele era dotato di tale maestria da far parer viva la donna di marmo e questa sua magica abilità dipendeva non solo dagli occhi dipinti come fossero veri, ma dall’utilizzo di un piccolo ed efficacissimo trucco, quello di cospargere la statua di rosea cera così da simulare l’incarnato. A noi di quella sublime illusione rimane soltanto la marmorea effige.
Frine, modella di tale portento, non era una donna comune, era la cortigiana più famosa e chiacchierata della classicità. Antesignana delle moderne dive, creò da sola la sua propria leggenda ideando una geniale e innovativa operazione di marketing: commissionò ai più famosi scultori le proprie immagini dorate a le posizionò, con grave scandalo dei benpensanti, nei templi tra le statue delle dee. Lo fece persino a Delfi, nel tempio dell’oracolo e chissà cosa pensò la verginea Pizia.
Quando Prassitele chiese a Frine di posare per la sua Afrodite era conscio della portata rivoluzionaria e potenzialmente scandalosa della scelta. E infatti gli Cnidi, contrariamente ai Coi, che scelsero una versione velata, si accaparrarono l’Afrodite nuda esponendola sugli altari con gioia, sicuri che i pellegrinaggi al loro tempio sarebbero di certo cresciuti. Questa non sarebbe stata l’ultima volta che una prostituta prestava le sue fattezze alla divinità e che l’opera avesse successo proprio per questa ragione. Potenza dello sguardo e del desiderio? Piuttosto la bellezza femminile in effige era legata fin dall’origine all’idea di possesso.
Ma torniamo a Cnido dove tra i pellegrini giunse un giovane che rimaneva tutto il giorno imbambolato a guardare la divina scultura, mormorando preghiere alla dea, sperando in una sua risposta, non con un segno, no davvero, ma con la parola viva. Il marmo ribelle rimaneva muto. E così il giovane si arrabbiò, inveì contro il simulacro, lo oltraggiò e pianse disperandosi. Infine ricorse alla sorte, lanciò i dadi, per vedere se almeno con un piccolo segno Afrodite fosse dalla sua parte. Niente da fare. E così, pieno di risentimento per essere stato ignorato, si nascose di notte nel tempio, stuprò la statua della dea e all’alba si suicidò gettandosi dalla scogliera.
Il mito popolare ci racconta tutta la frustrazione di fronte all’immagine che genera un’idea di possesso e controllo che nella realtà però non si realizza. Non dobbiamo inoltre compiere l’errore di pensare che la storia dello stupro di Afrodite Cnidia sia unica nel suo genere. Ateneo racconta dell’incredibile sacrilegio messo in atto da Cleisofo di Selimbria, emulo del giovane di Cnido, che una notte si fece chiudere nel tempio e provò a violare la statua di una dea, ma, trovando il marmo duro e freddo, aggiunse una bistecca per trovar piacere.

Eliano, nella sua Varia storia, ci racconta di un giovane ateniese innamorato della statua di Agathé Tyche, dea del fato benevolo. Il giovane non solo chiese che gli fosse venduta l’amata scultura, ma la baciava e abbracciava ogni giorno provocando ilarità e disgusto tra i suoi concittadini. Anche lui finì per suicidarsi davanti agli occhi impassibili della dea. E poi Onomarco, un sofista che scrisse addirittura un’orazione su un uomo che si innamora di una statua e che, respinto dall’indifferenza del marmo, lancia sulla scultura la più umana delle maledizioni nei confronti della bellezza ingannatrice: che tu possa invecchiare! E poi Nerone innamorato dell’amazzone dalle belle gambe scolpita da Strongylion.
Insomma l’antichità è piena di statue amate, di innamorati delusi e di blasfeme violenze che parlano di come la volontà di possesso sia spesso frustrata dalla distanza tra l’immagine e la realtà. Manie degli antichi: chiedete a Freud! O leggete dell’amore di Kokoshka per la bambola con le fattezze di Alma Mahler decapitata in giardino.
Le storie di illeciti amori tra l’uomo e la statua non hanno dunque un’origine mitica, anzi probabilmente è la cronaca ad aver ispirato il racconto fantastico di Ovidio. Quest’ultimo però ci fornisce un indizio su come interpretare queste azioni sconsiderate. L’antefatto alla creazione della statua di Galatea riguarda le Propoetidi di cui il poeta latino dice: «furono le prime a non velare più il petto arrossato dal pudore, né a piegare lo sguardo davanti a nessuno, né a trattenere gli occhi con timidezza». Afrodite, per questo, le punì facendole trasformare in pietra. Ed è a questo punto che entra in scena Pigmalione, il quale avendo visto «quante donne del suo tempo fossero corrotte […] viveva senza talamo, celibe e privo di sposa».
Vediamo di riassumere: sull’isola di Cipro è in atto una rivolta femminile. Le donne rifiutano l’ordine costituito e pertanto vengono punite dalla dea. Pigmalione, in quanto re e rappresentante di quest’ordine, rifiuta le rivoltose e si crea una donna secondo i propri desideri con la benedizione divina, una donna con «membra virginali!, che par voglia muoversi «se non la trattenesse il pudore». Pigmalione la veste e la addobba con ciò che a lui piace e le fa doni che crede siano graditi alle fanciulle; porta la statua nel suo letto e la copre di baci e carezze, neanche fosse un cucciolo e prega Afrodite dicendo: «Fa’ che mia moglie sia simile alla fanciulla d’avorio». E costei prende vita e risponde ai baci, «arrossendo» e «timidi solleva gli occhi».
Galatea può ben dirsi prodotto dell’opera dell’uomo, ben lontano dal modello ribelle delle Propoetiditi. E per quanto Arnobio, sbeffeggiasse Pigmalione tratteggiandone il delirio d’amore come quello di un pazzo sbavante e Tertulliano raccomandasse di ricordare che: «prima che ci fosse l’idolo, vi fu l’artefice», il mito ebbe tanta forza nell’immaginario maschile da risorgere prepotente proprio tra Ottocento e Novecento quando le femministe, novelle Propoetidi, rinnovarono la loro disobbedienza all’ordine costituito.

Il punto cruciale del racconto ovidiano quindi non risiede tanto nel desiderio esaudito, ma nella contrapposizione tra lo sguardo che non si piega davanti a nessuno delle Propoetidi e in quello timido di Galatea. Lo sguardo ricambiato dall’opera d’arte, come ricorda la critica britannica Laura Mulvey, mette in crisi l’osservatore. La sottomissione d’altra parte si evidenzia abbassandolo. Nell’antica Grecia, come nell’Inghilterra vittoriana o nella Parigi Belle Epoque, cosi come nel nostro contemporaneo il problema resta lo sguardo paritario tra i generi senza che uno eserciti potere sull’altro.
Non è superfluo ricordare inoltre che nel corso dei tempi Pigmalione si è trasformato in uno scienziato o in un ingegnere. A partire da Frankenstein di Mary Shelley l’arte cede alla scienza. E non è un caso. Con l’affermazione del meccanicismo prima e del pensiero scientifico poi, la razionalità della Téchne resta di competenza maschile, mentre l’irrazionalità caotica della natura (e dell’arte che la imita) pertiene al femminile. E la scienza, si sa, ha il compito di dominare la natura (e l’arte).
Ed ecco quindi la bambola Olympia di Hoffmann nel bellissimo racconto L’uomo della sabbia, creata dallo scienziato Spallanzani e preferita da Nataniele alla fidanzata Clara in carne e ossa, che ha il difetto di essere donna assennata che lo contraddice e addirittura non trova belli i suoi versi. Nel racconto di Hoffmann il protagonista è proprio lo sguardo. Tutto passa attraverso gli occhi, finestre di un desiderio capace di plasmare il reale.
Poi appare Hadaly, la Eva Futura di Villiers de l’Isle Adam, costruita da Edison, lo scienziato per eccellenza della prima era industriale, il primo a creare bambole parlanti, ritirate dal mercato perché spaventavano le bambine. Hadaly viene creata per rimpiazzare Alice, il suo modello vivente e deludente e non è superfluo ricordare come Hadaly 2052 sia il modello di ginoidi di intrattenimento sessuale ribelli in Ghost in the shell 2 di Mamuro Oshi.

E poi c’è l’androide femmina costruita dallo scienziato pazzo in Metropolis di Fritz Lang. E qui ci fermiamo perché potremmo continuare a lungo, per tornare al corto circuito avviato da Méliès e Bernard Shaw da cui siamo partiti: il simulacro si ribella al suo creatore, non riporta l’ordine, ma genera il caos.
Il critico coreano MinSoo Kang afferma che il Pigmalione contemporaneo che appare in molti film e serie di fantascienza ha un sogno che è irrealizzabile. Il desiderio che pervade il maschile di creare una donna artificiale perfettamente controllabile è destinato a fallire, perché la ribellione non è un bug ma una conseguenza strutturale del progetto stesso.
Che siano i Cylon di Battlestar Galactica – dove non è superfluo ricordare che i modelli capaci di rendere possibile l’attacco devastante al genere umano sono Caprica 6 e Boomer, due donne – o i Residenti di Westworld – anche qui i due modelli ribelli sono donne, Dolores e Maeve – un simulacro creato per servire e obbedire, genera piuttosto il cambiamento e la ridefinizione dei canoni.

Il modello Pigmalione e Galatea accusa quindi segni di invecchiamento, ma non illudiamoci, è ancora imperante. La sottomissione della bambola, del robot o delle modernissime IA (e quindi della donna in generale) è ancora data per scontata. Pensate a film come Blade Runner 2047 dove sia Joy, modello di intrattenimento sottomesso e pronto al sacrificio, sia Luv, replicante assassina, vengono alla fine uccise. O alla recentissima M3gan, che se nella prima apparizione metteva in conflitto ribellione e rispetto dei compiti, nella sua versione 2.0 si mette al servizio della sua creatrice contro il modello ammutinato.
Galatea è nata per essere il rimpiazzo delle donne ribelli, e questa è la storia scritta dal vincente sguardo maschile. Ma rivela anche un un lato rimosso: il desiderio esasperato di passività della fantasia deve essere in qualche modo negato dal mondo reale, e la realtà è come una goccia d’acqua: piano piano scava anche la pietra, finché un giorno Pigmalione si sveglierà e troverà che Galatea non ha più nessuna voglia di essere compiacente.




