BIANCA MARTINELLI / PAC LAB* | La sera del 24 gennaio è fredda, a Parma piove, ma a EuropaTeatri c’è uno spettacolo di Danio Manfredini e infatti la platea è piena. In scena il trittico Tre studi per una crocifissione, rappresentato per la prima volta nel 1992 e oggi attuale più che mai.
Nonostante lo spettacolo compia quindi i suoi trentaquattro anni di vita, l’attraversamento dell’autore-attore è ancora capace di interrogare il presente. 
Manfredini, formatosi con César Brie e Iben Nagel Rasmussen artisti dell’Odin Teatret,  frequenta i centri sociali Isola e Leoncavallo di Milano; nel primo sarà fondatore del Collettivo teatrale Tupac Amaru. Fin da subito la sua poetica autoriale è indipendente e completamente autonoma dalle logiche di mercato del settore teatrale, emerge nei primi anni Ottanta con spettacoli come La crociata dei bambini di Brecht (1984), Notturno (1985) e soprattutto con Miracolo della rosa (1988). L’attore definisce un’immaginario legato a situazioni di marginalità sociale emergendo come uno degli autori più profondi del teatro italiano. La sua poetica è caratterizzata da un taglio intenso e singolare, sia per il lavoro di interpretazione attoriale, che lega nella drammaturgia anche la pittura e la danza, sia per il contenuto umano e sociale. Manfredini è infatti capace di dar vita a un racconto che passa dallo sguardo di chi sta ai margini e che conosce la sofferenza e la solitudine. Nonostante ormai la carriera trentennale, le molte candidature al Premio Ubu per i suoi spettacoli e la lunga esperienza nel lavoro pedagogico, Manfredini non è una figura del potere. Lontano dalla figura malsana del genio, del grande maestro sovrano, intoccabile e sacro, Manfredini è proprio il contrario: ha il volto di un uomo che pratica la relazione, la prossimità, lo sguardo con l’altro, in un incontro che non può lasciare indifferenti. Il suo lavoro è segnato dallo studio dell’empatia, della vicinanza e della relazione. I suoi personaggi si svelano senza giudizio, non per rispondere ma per domandare.

Così come in altri attraversamenti di realtà, anche Tre studi per una crocifissione traccia dei solchi profondi nel percorso di vita di chi è in viaggio, verso qualcosa che non arriva mai. I temi della malattia mentale, della sessualità e dell’emigrazione esplodono in questa immersione nell’animo umano, con una delicatezza disarmante.
La scena è spoglia: una sedia, un tavolino. Colpisce però la presenza di due corde, posizionate a X e che separano lo spazio tra il pubblico e il palcoscenico. Lo spettacolo si struttura in successione, l’arco narrativo è scandito da tre monologhi che raccontano qualcosa dei tre personaggi che appaiono: un paziente psichiatrico, una transessuale, un extracomunitario.
Il lavoro si ispira all’omonimo trittico di Francis Bacon del 1944. Il rimando a Bacon però non fa riferimento agli elementi pittorici dell’artista, ma al suo sistema metodologico, cioè alla sua produzione di trittici, in cui riesce a tenere una separazione evidente nonostante il legame tematico e fisico delle opere d’arte. Il lavoro di Manfredini si ispira al pittore nella misura in cui tiene insieme tre realtà differenti e distinte, ma comunque capaci di dialogare tra loro in una sequenza di immagini che compongono e completano l’opera teatrale. Tuttavia, anche l’attore-autore conosce e utilizza il linguaggio pittorico e, in fondo, lo spettacolo è una sequenza di squarci di realtà capaci di parola: insomma, delle immagini in movimento.
Il primo personaggio è il paziente di un ospedale psichiatrico, il secondo è Elvira, prostituta transessuale appartenente all’immaginario del regista cinematografico R. W. Fassbinder nel film Un anno con tredici lune, e il terzo arriva dall’opera La notte poco prima della foresta del drammaturgo francese Koltès: è un personaggio straniero, vagabondo in una città europea.

La sala aspetta qualcosa, c’è un fremere nell’aria al di qua della grossa X, poi un passo lieve ma deciso varca le quinte nere. Nella scena semivuota viene illuminato un tavolino e una sedia. L’uomo che entra ha il passo incerto e traballante, l’attore si siede. Ecco le parole che inaugurano lo spazio, lo spettacolo, il viaggio: «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita […] per me si va tra la perduta gente, per me si va nell’eterno dolore». La perduta gente, l’eterno dolore sono il cuore dello spettacolo, l’essenza dei personaggi. Il paziente milanese è ironico, forse senza saperlo, ma il pubblico ride. Parla a qualcuno, alla madre, accarezza un gatto immaginario, sposta e risistema alcune sedie sparse per il palco, come se invocasse fantasmi assenti che però gli fanno compagnia. È alla ricerca di un’apparizione, di un volto a cui rivolgersi, altri due occhi con cui guardarsi, che però non arrivano mai. Per uscire dal grigiore, fuma una sigaretta, guarda una puntata di qualcosa in TV, mangia un pasto senza sapore, scioglie delle vitamine nell’acqua. Poi l’attore-autore cambia la scena, sposta dietro le quinte ciò che non serve e prepara la scena successiva, si cambia.

Nel passaggio di costume tra una scena e l’altra, Manfredini si spoglia davanti al pubblico. Prima di indossare il nuovo abito, prima di cambiare pagina, si arresta per un secondo con la testa china, solo, in mutande di fronte a un pubblico silenzioso. La luce lo illumina e, nel respiro di quel momento, la resa del suo corpo  è un momento di sospensione temporale, un vorticoso affondo che si cede allo sguardo del mondo, che, riparato e al sicuro, guarda la fragilità. Poi un rapido rivestimento, ed ecco apparire Elvira, con una bottiglia di qualcosa che potrebbe essere whisky sul tavolo, che racconta il suo tragico vissuto.
Con un vestitino corto e dei tacchi vertiginosi, il performer cammina incerto, si copre dei lividi sul volto con del trucco, come fosse un gesto normale che Elvira è solita compiere. Si rivolge alla madre, donna che l’ha abbandonata in un orfanotrofio quando era ancora un bambino, prima della transizione. Le racconta del suo cambio di sesso, dell’incontro con un uomo sbagliato, poi la prostituzione, la violenza della società, l’emarginazione, l’alcol e gli ansiolitici. Elvira sceglie la morte, dicendo: «Non è vero che il suicida detesta la vita. Solo… non ne sopporta certe situazioni». E forse più che un sottrarsi alla vita, ci si vorrebbe sottrarre allo sguardo. Uno sguardo incapace di vedere, incapace di accogliere, incastrato su di sé, lontano dal rapporto con l’altro. Quello che colpisce di Elvira è l’incertezza dell’andatura, capace di rappresentare perfettamente la fragilità del corpo, di un’esistenza che sente di non meritare di essere al mondo. È il racconto di un amore che nasce già rifiutato: la madre castra addirittura l’adozione del figlio, per non far sapere dell’esistenza di questo bambino, nato da una relazione fuori dal matrimonio. Una camminata che porta il peso di un dolore intriso nel cuore, nel giudizio di un mondo che non ascolta, non vede e non protegge. La questione dell’omosessualità è un tema che Manfredini tocca spesso nei suoi spettacoli, come in Luciano o in Cinema Cielo, e che sicuramente incontra in Miracolo della rosa, romanzo dell’autore francese omosessuale Jean Genet. Dal medesimo autore estrae da Nostra Signora dei Fiori la figura della transessuale Divine, protagonista del romanzo.

Di nuovo il cambio scena, la luce, la nudità, lo sguardo basso. Ecco una camicia mal abbottonata, un cappotto blu lungo, delle scarpe rumorose. Un uomo vaga solo per le strade di una grande metropoli europea, alla ricerca di qualcuno con cui condividere una serata, “una birra”, per citare Manfredini. Entra qui la danza, e non è una coincidenza che compaia per la figura che porta l’interferenza del linguaggio: in un parlare incespicante e nell’accento diverso, l’unico strumento di conciliazione è il corpo.
Questa è una danza che si fa soglia tra la liberazione e la gravosa solitudine: con passi quasi da tip tap, le mani in tasca nel lungo trench blu conferiscono un movimento sinuoso al corpo. Poi la pioggia che batte e non lascia tregua, che costringe a ripararsi, ma dove si va quando non si ha una casa? Quando non si ha nessuno da raggiungere? Alla ricerca di un compagno di bevute, l’uomo straniero è incazzato nero, racconta delle sue difficoltà, urla e balla sotto l’acqua battente.

Tra le parole di rabbia torna la danza: il solo è composto da gesti che si ripetono, un braccio lanciato nel vuoto si trasforma in un ballo di coppia con una figura assente, le braccia sollevate come a cingere il corpo di un partner che però non c’è. Le ginocchia si piegano e le braccia vengono lanciate verso il basso, una alla volta. L’attore è di spalle e la schiena è leggermente curva. Nasce un senso di profonda pesantezza, di un corpo appesantito da una vita mal spesa, nella solitudine di un sogno infranto. La danza ha l’esplosività del magnetico teatro-danza di Pina Bausch e la delicatezza intima del lavoro di Raffaella Giordano. Manfredini infatti incontra Giordano e altri danzatori e danzatrici della compagnia di Wuppertal.

La marginalità da cui l’autore guarda la realtà è strutturale e fondativa, è un lavoro a lato, che toglie di mezzo l’individualità. È un fare che si insinua nelle intercapedini di quei luoghi, di quelle vite che vengono oscurate e silenziate dalla nostra società. Non è un caso che Manfredini abbia realizzato molti dei suoi lavori fuori dai luoghi istituzionali del teatro: infatti, dalla fine degli anni Settanta è esponente di un teatro militante ed è nei centri sociali di Milano che prendono vita molti suoi spettacoli, tra cui questo. Importante anche il suo lungo lavoro negli ospedali psichiatrici come insegnante di pittura. Lo spettacolo di Manfredini è capace di infuocare la retina, è un urlo a bocca aperta nel vuoto, un susseguirsi di immagini semplici eppure profondissime ed estremamente contemporanee. La sensazione che nasce guardando questo spettacolo è un istinto: quello di mandare all’inferno chi non sa guardare, chi non riesce ad amare l’altro, una condanna eterna all’indifferenza. Per usare le parole di Jean Genet, autore francese caro a Manfredini: “Che sia impastato di indifferenza, che sia impietrito di cieca indifferenza”, chiunque non sappia guardare con amore fuori da sé.

Lo spettacolo finisce, nel buio, nel silenzio, lasciando l’impressione che qualcosa ci abbia preceduti, che qualcosa sia sempre stata lì, in attesa di uscire, come una malattia che si slatentizza, ma che nel dolore offre un punto di vista nuovo, quello della relazione, lasciando un’unica sola domanda, quella di una vita: che senso ha essere qui, insieme, a guardare e a farsi guardare?
Nonostante lo spettacolo compia quindi i suoi trentaquattro anni di vita, l’attraversamento dell’autore-attore è ancora capace di interrogare il presente. Manfredini regala un incontro: mentre il mondo si fa arido e asettico, impegnato in guerre, mentre si risvegliano pensieri politici di violenza, mentre il distacco dalla realtà si fa voragine nelle tecnologie contemporanee e nel marasma del mondo individualista, Manfredini risveglia la necessità della relazione con l’altro.

 

TRE STUDI PER UNA CROCIFISSIONE

di e con Danio Manfredini
luci Lucia Manghi
collaborazione al progetto Andrea Mazza,
Luisella Del MarLucia ManghiVincenzo Del Prete

EuropaTeatri, Parma, 24 gennaio 2026.

PAC LAB è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.