MARIA FRANCESCA SACCO /PAC LAB* | Letizia va alla guerra – la suora, la sposa e la puttana è uno spettacolo che si muove su un equilibrio complesso: tre epoche, tre conflitti, tre donne che condividono lo stesso nome. Una struttura che potrebbe disperdersi e frammentarsi, ma che trova coesione nella regia di Adriano Evangelisti e nel lavoro attoriale di Agnese Fallongo (che ha scritto anche la drammaturgia) e Tiziano Caputo, capaci di attraversare registri diversi con precisione e fluidità. La loro presenza scenica non si affida mai al monologo statico: ogni quadro prende vita attraverso dialoghi serrati e momenti canori, che costruiscono ritmo e definiscono i personaggi con tratti netti e riconoscibili.
La scenografia, essenziale, è costruita attorno a due grandi cornici che delimitano lo spazio e che accompagnano le diverse epoche attraversate dalle protagoniste: le cornici diventano porte, confini, soglie della memoria. Sul fondo, una piccola finestrella con una grata introduce un ulteriore livello narrativo: è da lì che appare la terza Letizia, la suora, come se emergesse da un luogo sospeso tra clausura e ricordo. È un dettaglio scenico semplice, ma di grande efficacia visiva.
Ancor prima dell’inizio dello spettacolo, una musica accoglie lo spettatore in sala con una lieve inquietudine: chi ne coglie la melodia sa che si tratta della Canzone arrabbiata di Nino Rota, colonna sonora del film D’amore e di anarchia, di Lina Wertmuller, segnale discreto che anticipa la narrazione nei temi e nella battaglia per la resistenza, di ogni tipo.
La prima Letizia è siciliana e segue il marito al fronte durante la Prima Guerra Mondiale. Non ha mai lasciato casa, ma attraversa l’Italia per amore. Il suo ingresso con l’abito da sposa – lo stesso che la accompagnerà nella morte – crea un’immagine sospesa tra memoria e realtà. Il velo, che cattura luci fredde per tutta la scena, diventa un presagio visivo più eloquente di qualsiasi parola: un sudario anticipato.
La seconda Letizia vive nella Roma della Seconda Guerra Mondiale, ma il conflitto resta ai margini: un rumore lontano che non invade mai davvero la scena. La sua storia personale – l’infanzia in convento, la zia che la introduce alla prostituzione, l’amore che potrebbe salvarla – è raccontata attraverso scambi rapidi, che rivelano un personaggio costruito più sulle ferite che sulle circostanze storiche. La sua lotta non è contro la guerra, ma contro la sifilide che interrompe ogni sogno di rivalsa.
La terza Letizia, la suora, è il punto di raccordo: ha cresciuto la seconda e ha sepolto la prima. La sua apparizione dalla finestrella con la grata è uno dei momenti più riusciti dello spettacolo. Fallongo costruisce una suora anziana e malata con una precisione sorprendente: divertente senza mai scadere nel grottesco, fragile ma mai patetica. La comicità nasce dal ritmo del dialogo, non dall’eccesso, e il breve siparietto tra suore – gestito con misura e intelligenza da Caputo – evita ogni caricatura. È una scena che funziona proprio perché non indulge: sorprende per equilibrio e credibilità e riesce a far sorridere senza tradire la verità del personaggio e, nondimeno, creando una sospensione narrativa che fa fremere il pubblico sulle poltrone.
Il cuore dello spettacolo è la relazione scenica tra Fallongo e Caputo. Lei interpreta tutte e tre le Letizie, costruendo personaggi distinti non solo attraverso la voce e l’accento, ma attraverso una trasformazione fisica sorprendente. La prima ha un corpo trattenuto, quasi contratto; la seconda è più aperta e suadente; la terza è fragile, ma mai patetica. Ogni personaggio è riconoscibile fin dal primo gesto.
Caputo, dal canto suo, dà vita a una galleria di figure maschili e femminili con una versatilità notevole. Non è mai un semplice “spalla”: è un controcanto, un contrappunto, un elemento drammaturgico che sostiene e amplifica la narrazione.
La loro intesa è evidente: si ascoltano, si sostengono, si rilanciano. È un teatro che vive del loro dialogo, della loro capacità di costruire insieme un mondo.
La musica non è un semplice accompagnamento: è parte integrante della drammaturgia. I momenti canori non interrompono la narrazione, ma la amplificano. Le canzoni non sono mai decorative: sono commento, sono memoria, sono respiro, oltre che testimonianza ulteriore del talento degli artisti.
Il nome “Letizia” passa da una donna all’altra come un testimone. Non solo un omaggio affettivo, ma un modo per opporsi all’oblio: un filo che tiene insieme vite diverse, segnate da perdite e scelte obbligate. Lo spettacolo parla di guerra senza mostrarla e di amore senza idealizzarlo, affidandosi alla concretezza dei personaggi e alla qualità del loro dialogo.
Letizia va alla guerra è uno spettacolo solido, capace di raccontare tre storie difficili senza cadere nel sentimentalismo. Le protagoniste affrontano ciò che accade con una forza discreta, mai esibita, e proprio questa misura dà allo spettacolo la sua autenticità.
LETIZIA VA ALLA GUERRA
la suora, la sposa e la puttana
drammaturgia Agnese Fallongo
regia Adriano Evangelisti
con Agnese Fallongo e Tiziano Caputo
musica dal vivo Tiziano Caputo
Teatro Fraschini, Pavia | 30 gennaio 2026
* PAC LAB è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.




