GIORGIA VALERI | Dal buco è un titolo particolarmente evocativo: richiama tanto l’epoca cui fa riferimento quanto l’immaginario della sostanza di cui tratta. “Buco” furono gli anni in cui l’eroina cominciò a serpeggiare indisturbata in ogni ambiente sociale negli anni Settanta, mietendo un numero sterminato di vittime che ancora oggi lasciano una voragine nella memoria di chi quelle persone le ha conosciute personalmente. E “bucarsi” è entrato nello slang proprio per nominare l’assunzione endovenosa di eroina, come se il linguaggio stesso avesse dovuto scavare un varco per nominarla. È da questo stesso scavo che nasce il lavoro di Masiar Pasquali, attore, fotografo e videomaker, autore del podcast IL BUCO – Pionieri dell’eroina, record di ascolti e premiato come terzo miglior podcast di narrazione al Premio Il Pod 2025, che diventa qui base d’appoggio per una riduzione teatrale essenziale e asciutta, andata in scena al Teatro della Contraddizione.

Pasquali aveva iniziato a lavorare, lo scorso anno, a un progetto di “topografia sensoriale partecipata”, intervistando circa un centinaio di persone della propria cittadina natia, Follonica. Dai racconti emerse presto una traccia comune: il passaggio dell’eroina nella trama sociale della cittadina toscana, come altrove in Italia, inciso nelle vite quotidiane prima ancora che nella cronaca. Sei sono le storie che confluiscono poi nel podcast, tasselli di una Storia più grande e condivisa. È in questo movimento dal particolare al collettivo che Dal buco si inscrive nella tradizione del teatro di narrazione: una forma che affida alla microstoria, a individui apparentemente “secondari”, il compito di restituire non i fatti, ma la percezione profonda di un’esperienza storica comune.
Anche nelle forme dello spettacolo viene rispettato quello che è il canone estetico e formale del teatro di narrazione: Pasquali è solo in scena, nessun apparato scenografico se non quattro luci neon che racchiudono la sua figura entro una cornice che ricorda un set radiofonico, e un grande schermo rotondo alle sue spalle, forse l’unico elemento che si svincola dallo standard. Rappresenta il buco, quello da cui escono video in Super 8, suoni e immagini dell’epoca, che funziona come vero e proprio dispositivo drammaturgico: accelera e rallenta la narrazione, commenta e suggestiona i racconti inediti di chi, direttamente o indirettamente, è entrato a contatto con l’eroina. Il rapporto con il pubblico è diretto, tanto che la captatio benevolentiae iniziale viene calibrata sulla giornata stessa dello spettacolo (Pasquali, quel giorno, non era in perfetta salute). Ne deriva un’atmosfera intimistica, sostenuta da un linguaggio diretto e dalla personificazione di dialoghi serrati, che caricano il monologo di un forte peso emotivo. Questa densità emotiva, però, rischia talvolta di saturare l’ascolto. Il continuo afflusso di voci, immagini e materiali finisce per lasciare poco spazio a una riflessione personale, a un tempo di sedimentazione che permetta allo spettatore di entrare in empatia diretta con le storie che si consumano nell’arco dei cinquanta minuti di monologo. Manca forse il gancio relazionale che permette alle storie di passare dalla memoria di lavoro, utile alla comprensione della narrazione, a quella dichiarativa, che permette il richiamo nel tempo delle storie vissute.

È anche vero che Pasquali è in grado di cambiare registro, tono e personaggio nell’arco di pochi secondi, modulando voce e mimica in un brevissimo lasso di tempo e maneggiando racconti di non facile attraversamento emotivo. Quel che resta, in battuta finale, è uno spaccato vivo e crudo di un’epoca che fatica ancora a rimarginare una ferita profonda, incapace di elaborare fino in fondo le proprie colpe e responsabilità. Lo spettatore si scopre così testimone inconsapevole e impotente, chiamato in causa ma al tempo stesso messo di fronte a una responsabilità collettiva che eccede il singolo. Da rilevare è anche l’accurato lavoro nel mantenere una distanza netta da quel fascino morboso e torbido che spesso accompagna il racconto delle droghe, dei loro effetti e del loro potenziale. Non c’è mai indugio sul piacere incontrollato né sull’estetica della libertà sfrenata. C’è piuttosto una denuncia aperta e instancabile, che non scivola né nel pietismo né tantomeno nel moralismo. Così anche le interviste ai ragazzi presenti al noto Festival del Proletariato Giovanile al Parco Lambro negli anni Settanta (allora conosciuto come Festival di Re Nudo), alla luce del racconto di Pasquali ritrovano la propria cornice storica, spogliate della patina aurea della memoria collettiva e restituite come testimonianza di un tempo che, seppur mutato nelle forme, sta tornando a insinuarsi nel tessuto urbano, silenziosamente, nei sotterranei delle città.
Se allora il consumo e lo spaccio di eroina furono un fenomeno collettivo e comunitario, quasi un battesimo generazionale che ha proiettato un’intera coorte nell’ombra lunga di quell’esperienza, oggi assumono i tratti di un fenomeno individualistico, frammentato, apparentemente invisibile, ma non per questo meno pericoloso.
DAL BUCO
di e con Masiar Pasquali
Teatro della Contraddizione, Milano | 23 gennaio 2026




