ESTER FORMATO | Ha debuttato a Catania qualche settimana fa, e a fine gennaio Quartett di Heiner Müller è andato in scena al Franco Parenti di Milano, per la regia di Maximilian Nisi che è anche interprete insieme a Viola Graziosi, con i quali abbiamo potuto scambiare riflessioni e idee.  Il testo che portano in scena è arduo, caratterizzato da un denso linguaggio barocco e artificioso, e quindi fa un po’ a pugni con le nostre abitudini nella recezione di uno spettacolo teatrale. Tuttavia Quartett che rielabora in maniera del tutto autonoma la materia di Relazioni pericolose di Laclos, ha una natura sfidante, dissacrante, crudele, impermeabile (per fortuna!) ad ogni lettura etica o morale.  Scritto nel 1980, viene da chiedersi se, nonostante l’assuefazione mediatica ad ogni sorta di violenza e sopraffazione, la sua carica oscena e spregiudicata possa risultare ancora efficace.

Quartett è un’opera spregiudicata, diretta, priva di filtri retorici. La sua lingua è cruda, irriverente e dissacrante. Quanto vale la pena lavorare sulla crudezza del linguaggio a teatro in questo periodo storico in cui i media abituano a ogni sorta di violenza?

V. G. In realtà, la crudezza dei media spesso è consumo rapido e anestesia. L’oscenità è poter mangiare la minestra davanti a immagini di guerra in tempo reale come se fosse normale: è l’abitudine all’odio e alla sopraffazione nella vita reale che mi spaventa. La scena invece è un luogo protetto, sacro: ci si osserva, e fa paura solo l’ombra di noi stessi. A teatro la parola passa attraverso un corpo vivo, in un tempo condiviso con altri corpi vivi: ha conseguenze. È un’esperienza. Basta questo per trarre tutta la lucidità e l’efficacia presenti nell’opera.

M.N Se i media ci hanno abituati alla violenza visiva, ci hanno però disabituati alla violenza del pensiero. La forza di Quartett non sta nel ‘cosa’ dice, ma nel ‘come’ la parola scarnifica i rapporti di potere. Lavorare su questo oggi significa restituire alla parola la sua capacità di ferire, di svegliare, di interrompere il brusio mediatico.
Ho capito che più il linguaggio è crudo, più deve essere recitato con eleganza. La sfida è non cadere mai nel ‘gratuito’. La crudezza a teatro ha valore solo se diventa un atto di verità: non stiamo cercando di scandalizzare — operazione ormai quasi impossibile — ma di disarmare lo spettatore, togliendogli quelle difese che i media hanno costruito intorno alla sua sensibilità.

La natura artefatta della lingua utilizzata da Müller potrebbe però fungere da ostacolo, perché tutto questo arrivi al pubblico nell’immediato. D’altra parte può essere letto come un aspetto ulteriormente sfidante e stimolante per chi porta in scena Quartett…

M.N. Il linguaggio di Quartett è barocco, denso e volutamente artificiale. Può sembrare superabile o datato solo se lo si legge con una lente naturalistica. Ma la sua forza sta proprio nel non essere naturale: è un linguaggio che distrugge il corpo mentre lo descrive e che costringe lo spettatore a un’attenzione non passiva. Per l’attore di oggi, recitare Müller significa esplorare una schizofrenia controllata.

V.G. Müller riprende la forma di Laclos che, basandosi su una scrittura epistolare, nega per natura una relazione faccia a faccia. Con Müller tutto diventa relazione, e quindi si avverte l’urgenza di portare in scena uno scontro fra corpi: la parola, ma anche il silenzio di un personaggio diventano un gesto, una strategia, un colpo, armi fortissime. Tutto ciò non ha assolutamente nulla di realistico, difatti lavorare su Quartett significa lavorare su una partitura, prima analizzando ogni minimo passaggio — ritmo, pause, cambi di temperatura — con una precisione quasi chirurgica, per poi lasciarlo risuonare in tutta la sua potenza.

ph. Azzurra Primavera

Infatti, a ben guardare, dietro la patina apparentemente monolitica del testo, si nasconde una pluridimensionalità con cui gli attori possono giocare…

V. G. La pluridimensionalità nasce dal fatto che ogni battuta può essere insieme attacco e difesa, seduzione e odio, gioco e disperazione. Un linguaggio così costruito contiene tutto: sono le armi del teatro per eccellenza, senza spargimento di sangue. E credo che oggi questo testo sia importante; mi ricorda l’Angelus Novus di Walter Benjamin, quello sguardo sul nostro tempo che vede le rovine accumularsi mentre la storia ci spinge in avanti.

M.N. Nello spettacolo l’elemento imprescindibile è il travestimento, da intendersi come una sovrapposizione di strati: l’attore interpreta un personaggio che ne interpreta un altro, in una spirale di specchi. La pluridimensionalità di cui parli si sposa perfettamente con le riflessioni contemporanee sulla fluidità di genere e sulla decostruzione del sé. Inoltre, Müller anticipa l’idea che l’identità sia una performance, inventandosi una vera e propria macchina teatrale che continua a funzionare proprio perché non offre soluzioni facili, né al pubblico né agli interpreti.

Eros e violenza sono i cardini che muovono i dialoghi del testo. Quanto è ampio il margine di rischio che questo binomio possa oggi essere frainteso o preso troppo sul serio, visto che non siamo tanto avvezzi a un’elasticità scevra da giudizi e pregiudizi?

V.G. Il rischio c’è, e mi diverte: perché fare teatro se non si è pronti a uscire dalla zona di comfort, a guardare qualcosa diversamente da come siamo abituati? La nostra attenzione è stata evitare due trappole: l’erotismo “decorativo” e la violenza “a effetto”. In Quartett eros e violenza sono la stessa energia che cambia segno: se la tratti con precisione, arriva. Non serve capire, ma sentire chiaramente il meccanismo. E, attraverso il gioco teatrale, riconoscere quanto ci appartenga, quanto sia dentro ciascuno di noi, sotto la patina dei comportamenti imposti dalla società. Qui l’essere umano è indagato come un animale, nella sua natura. Per me ciò che vediamo è uno zoo di resti umani. E lo trovo dolorosamente coerente con il tempo che stiamo vivendo, dove la disumanizzazione rischia di diventare normalità.

La “scarnificazione” dell’amore e del desiderio a vantaggio delle dinamiche di sopraffazione che le due controparti si contendono l’una sull’altro, non prevede in Quartett una chiave etica e morale. Ciò mi ha rassicurata sul fatto che il teatro può ancora prendersi la libertà di essere svincolato da  una lettura etica, e direi che l’opera conserva un’onestà in questo...

M.N. Müller non è un moralista, è un anatomista. In Quartett, l’amore e il desiderio non sono sentimenti da proteggere, ma territori di conquista. Indagare questi abissi non serve a trovare una lezione morale, ma a riconoscere quelle stesse dinamiche di potere che, in forme più sottili e quotidiane, continuano a muovere le relazioni umane anche fuori dal teatro. Müller non scrive per rassicurare, ma per scorticare. La sua parola è disturbante, seppur in una forma talvolta molto intellettuale. Ed è qui che si poteva cadere in una trappola. Una chiave ragionevole è stata invece quella di trasformare l’eros e la violenza non in concetti, ma in tensioni muscolari, respiri spezzati e silenzi carichi. La scommessa è che, anche dove la parola non arriva immediatamente, l’emozione e il disagio arrivino direttamente allo stomaco dello spettatore, attraverso una risonanza viscerale.

ph. Azzurra Primavera

La scenografia conta elementi molto significativi come la presenza dello specchio posto in alto e quella di una cortina velata interposta fra voi e noi, quasi a coinvolgere lo spettatore in qualità di voyeur che si trova assistere a reiterati scambi di ruoli, nonché alla moltiplicazione di personaggi e prospettive. Tutto ciò ha molto a che vedere col teatro, e con la possibilità del gioco che emerge chiaramente dalla regia di Maximilian. Quanta leggerezza si può trovare in un testo così denso?

V.G. La leggerezza qui sta nell’intelligenza del gioco, e in questo sono grata a Maximilian per la serietà e il rigore con i quali si è posto con me, davanti a questa materia così delicata. Il testo è nerissimo, ma dentro c’è un piacere vero nel trasformarsi, nello scambio di ruoli, nel teatro che si mette in scena mentre accade. Ed è un piacere reale stare in scena: ci divertiamo molto. Proprio questa leggerezza — quando è precisa — rende ancora più inquietante la crudeltà.

M.N. Questa è una leggerezza di chi sa che tutto è perduto. Partendo da questo assunto, il meccanismo del gioco arriva di conseguenza e coinvolge anche lo spettatore, trasformandolo da semplice testimone a complice involontario. Quel velo di cui parli separa la realtà dalla finzione del gioco di Valmont e Merteuil, ma al contempo invita chi guarda a spiare attraverso le maglie del tessuto. È l’essenza stessa del teatro: vedere senza essere visti, assistere a un rituale privato che si fa pubblico, che è appunto un gioco. È il meccanismo insito nel testo che ci diverte: la leggerezza non risiede nel contenuto — che rimane tragico e brutale — ma nella velocità del pensiero, nell’ironia tagliente e nell’eleganza quasi sportiva con cui i personaggi si scambiano colpi mortali.

Quanta libertà artistica, espressiva ed emotiva avete avvertito lavorando su Quartett?

V. G. Tantissima, e per me è una forma di fiducia nel teatro. Quartett non dà una morale: ti porta davanti a un abisso e ti lascia lì, senza appigli. La libertà è non dover giustificare il personaggio né condannarlo, ma accoglierlo e renderlo vero, o meglio verosimile. E quando il teatro si prende questa libertà non è irresponsabile: pretende presenza, nostra e degli spettatori. Ci obbliga, tutti, a porci delle domande.

M.N. Spesso, come attori, sentiamo la pressione di dover rendere i personaggi ‘umani’ o ‘comprensibili’ per far sì che il pubblico empatizzi con loro. In Quartett, questa necessità svanisce e quando è così puoi concentrarti sulla precisione del gesto, sulla crudeltà di un silenzio, sulla geometria dei corpi nello spazio scenico. Müller ti concede di essere tutto e il contrario di tutto. Essere uomo, donna, vittima e carnefice nello spazio di una battuta è un’ebbrezza espressiva rara che ci ha concesso di toccare vette di cinismo altissime per poi precipitare in una vulnerabilità quasi infantile. È una libertà che spaventa, ma che può condurre ad un grande risultato; se il pubblico si sente ‘rassicurato’ dalla nostra mancanza di etica, significa che siamo riusciti a creare uno spazio di onestà intellettuale dove lo spettatore non è più protetto da preconcetti, ma è libero, insieme a noi, di perdersi nel labirinto.

 

QUARTETT

di Heiner Müller
traduzione Saverio Vertone
con Viola Graziosi e Maximilian Nisi
regia Maximilian Nisi

musiche originali Stefano De Meo
scene e costumi Vincenzo La Mendola

produzione TEATRO DELLA CITTÀ