MATTEO BRIGHENTI | Il mondo non sta per finire. È già finito. E noi, che facciamo? Niente. Facciamo finta di niente. Altrimenti, dovremmo cambiare vita. Allora continuiamo a fare colazione, anche mentre il tavolo si scioglie davanti a noi come in un quadro di Salvador Dalí. Oppure, insistiamo a cenare, finché un tornado non ci spazza proprio via dal salotto di casa. D’altra parte è domenica, è giorno di festa, dai tempi della Creazione. Ci meritiamo un po’ di pace.
La nostra distruzione, però, non si prende un attimo di riposo, neanche oggi. Anzi: forse soprattutto oggi. La Dimanche di Focus e Chaliwaté al Teatro Fabbricone di Prato è dunque un impressionante catalogo della nostra surreale ostinazione a non voler vedere le conseguenze del cambiamento climatico in atto. Quadri di esterno e di interno scritti e diretti da Julie Tenret, Sicaire Durieux, Sandrine Heyraud, in cui la realtà è scomposta nella più inventiva finzione e la tragedia è vestita della più sfrenata commedia. Senza parole, con un linguaggio prettamente visuale e fisico.

Focus e Chaliwaté sono due pluripremiate compagnie belghe. Sono seguite e apprezzate da tempo. Usando uno stesso vocabolario artistico e poetico, hanno unito le forze per creare insieme questo spettacolo meticoloso, che si concentra sui particolari di ogni vita quotidiana – l’esperienza personale, intima – per creare una narrazione che mira a toccare l’universalità delle vite sulla Terra.
Il primo ensemble, creato da Tenret, lavora principalmente con il teatro di oggetti e il teatro di figura. Il secondo gruppo, composto da Heyraud e Durieux, si esplica piuttosto in teatro gestuale, recitazione, mimo e clownerie. Grazie all’uso estensivo di video, scene, musiche e luci, Dimanche riesce a muovere le diverse prospettive del racconto su routine e notizie di attualità, cambiando continuamente il punto di vista.
Sul palco, infatti, si può essere sia oggetti che soggetti delle vicende, narratorɜ e narratɜ, dal momento che il racconto viene agito tanto da interpreti quanto da burattinaɜ, che muovono le cose dall’alto di un io onnisciente. La drammaturgia di Alana Osbourne, di concerto con la scenografia di Zoé Tenret, fluisce con agilità e meraviglia dal totale al dettaglio, dal campo lunghissimo al primissimo piano, come se fossimo di fronte al montaggio in diretta di una macchina da presa.

Si comincia da tre reporter naturalistɜ in viaggio per documentare l’apocalisse. O, meglio: dal loro van, un modellino a quattro ruote mosso su un plastico di alberi, montagne, laghi, insenature, ricreati anche con i corpi deɜ performer attraverso sbalorditive contorsioni sul tavolo-diorama. Poi entriamo nell’abitacolo, dove sobbalzano al ritmo dei tornanti, tenendo tra le mani il volante, i tergicristalli e lo specchietto retrovisore con tanto di Arbre Magique. Infine, arrivatɜ a destinazione, lɜ vediamo scendere e iniziare il reportage.
Vestitɜ da neve, con giacche a vento, berretti di lana, paraorecchie, doposci, sono una giornalista, un cameraman e una tecnica del suono. Si trovano al Polo Nord, vogliono filmare l’Orso Bianco ma lo scioglimento dei ghiacci fa sì che l’animale si ritrovi faccia a faccia con la sola telecamera. Gli unici esseri umani sono le marionettiste che muovono la figura sua e del suo cucciolo. Li manovrano in tutto e per tutto: siamo inizio e fine, salvezza e distruzione. I due orsi possono solamente guardare lo sgretolarsi dell’ambiente circostante, con la nostra attenzione – la telecamera – che sembra così distante quanto violenta al confronto con la secolarità perfetta e fragile di questa Natura in estinzione.

L’epilogo tragico della spedizione giornalistica è una delle notizie al telegiornale lasciato in sottofondo. Un uomo passa l’aspirapolvere in casa, sulla neve rimasta dalla scena precedente, neve che non si scioglie, tra queste quattro mura che ribollono dal caldo. È tutto finto, qui, per riuscire a portare le conseguenze delle nostre azioni visibili all’estremo e dimostrarci che non abbiamo e non c’è più tempo sul serio.
La creatività incisiva e tenera di Julie Tenret, Sicaire Durieux, Sandrine Heyraud, dà mille forme a oggetti minimi, artigianali, che nell’uso evocativo in scena diventano impressionanti, per cui arrivi a credere che sulle nostre teste possa finanche volteggiare un elicottero. Al capitolo sull’Orso Polare ne seguono altri due su altrettante specie a rischio di estinzione, sempre mettendo in dialogo Uomo e Natura, casa unifamiliare e spazi incontaminati, premesse e conseguenze dei nostri comportamenti insostenibili.

Il panorama è pessimistico e lo sguardo sul futuro del nostro Pianeta passa per gli occhi di queɜ tre reporter che, progressivamente, si spengono l’uno dopo l’altro. È tutto reale e no, non c’è niente da ridere, anche se l’apparenza lo vuole far sembrare. È il modo che Focus e Chaliwaté hanno scelto per aprire un varco alla coscienza nei nostri automatismi preconcetti, per sorprenderci e impegnarci a considerare che non c’è salvezza possibile nel voltarci dall’altra parte. Perché “un’altra parte” non c’è.
Dimanche non fornisce alcuna consolatoria illusione. Per questo, oltre che incredibilmente sognante, è uno spettacolo dannatamente importante. Come pochi, pochissimi altri in questi nostri anni di rimozioni e accomodamenti a difesa della nostra presunta innocenza universale.
DIMANCHE
scritto e diretto da Julie Tenret, Sicaire Durieux, Sandrine Heyraud
con Julie Tenret, Sicaire Durieux, Sandrine Heyraud / Thomas Dechaufour, Shantala Pèpe, Christine Heyraud, Julie Dacquin / Sophie Leso
drammaturgia Alana Osbourne
scenografia Zoé Tenret
allestimento scenico Zoé Tenret, Bruno Mortaignie (LS Diffusion), Sébastien Boucherit e Sebastien Munck
marionette create da Waw! Studios / Joachim Jannin e Jean-Raymond Brassinne
assistenti creatori delle marionette Emmanuel Chessa, Aurélie Deloche e Gaëlle Marras
luci Guillaume Toussaint Fromentin
suono Brice Cannavo
video Tristan Galand
primo assistente camera Alexandre Cabanne
caposquadra macchinisti Hatuey Suarez
riprese subacquee Alexandra Brixy
riprese televisive Tom Gineyts
post-produzione video Paul Jadoul
costruzione del set video Zoé Tenret e Sébastien Munck
sonorizzazione video Jeff Levillain (Studio Chocolat-noisette) e Roland Voglaire (Studio Boxon)
costumi Fanny Boizard
direzione generale del palcoscenico Léonard Clarys
direzione di scena Leonard Clarys, Isabelle Derr, Hugues Girard, Nicolas Ghion, David Alonso Morillo, Charlotte Persoons o Lian Van De Putte
uno spettacolo delle compagnie Focus e Chaliwaté
in coproduzione con il Théâtre Les Tanneurs, il Théâtre de Namur, la Maison de la Culture de Tournai/Maison de la création, le Sablier – Ifs (FR), Arts and Ideas New Haven (USA), Adelaide Festival (Australia), Auckland Arts Festival (Nuova Zelanda), Théâtre Victor Hugo de Bagneux, Scène des Arts du Geste / EPT Vallée Sud Grand Paris e La Coop asbl
con il sostegno di Fédération Wallonie-Bruxelles – Service du Cirque, des Arts Forains et de la Rue et de la Loterie Nationale, di Wallonie Bruxelles International (WBI), della Bourse du CAPT, della Commission Communautaire Française, di Shelterprod, di Taxshelter.be, ING e del Governo Federale Belga Tax-Shelter
con il supporto di Escale du Nord – Centre Culturel d’Anderlecht, Centre de la Marionnette de Tournai, La Roseraie, Latitude 50 – Pôle des Arts du Cirque et de la Rue, Espace Catastrophe, Centre Culturel Jacques Franck, Maison de la Culture Famenne-Ardennes, Centre Culturel d’Eupen, La Vénerie, Centre Culturel de Braine l’Alleud, Royal Festival de Spa, Théâtre Marni, Escaut, Bronks, AD LIB Diffusion, AD LIB Production: Résidences au Libitum, LookIN’out e il Festival XS
Teatro Fabbricone, Prato | 6 febbraio 2026




