STEFANIA CARVISIGLIA| Il teatro è quel luogo in cui quando la morte avviene ci trova preparati. Interagiamo con il sentimento di paura della perdita e il conseguente attaccamento alla materia, alla vita, con uno sguardo distaccato, o ironico. Sappiamo che quello che avviene davanti ai nostri occhi è finzione. Il teatro è quel luogo in cui la morte ci fa sorridere. Ce ne liberiamo.
E se provassimo ad allargare lo sguardo e immaginare il teatro come un obitorio? Luogo di attesa. Corpi non più in vita che attendono di essere manipolati, da chi in vita è ancora, prima di essere sepolti. Corpi osservati, riconosciuti, esaminati per accertarne le cause della morte. Se scegliamo questo punto di vista, la scelta è radicale. Si sceglie di andare a indagare dei meccanismi fondanti della visione e dei rapporti di potere ad esso collegati, in un luogo predisposto alla visione qual è il teatro. Si sceglie di andare a intercettare la struttura ossea dei meccanismi della rappresentazione, di levarne la parte conciliante e ben disposta verso l’altro, per mostrarne l’oscenità, o altrimenti, il fuori scena.
Schau/Stellen di Vincent Giampino, coreografo e performer che articola la sua pratica intorno al concetto di “povertà coreografica”, va a interagire con quest’apparato dello sguardo, portando in scena due corpi (lo stesso Giampino e, la danzatrice, Greta Francolini) in due appuntamenti che si susseguono (Schau e Stellen).

Il modo che sceglie per andare a disvelare i meccanismi della rappresentazione teatrale, è il gesto che conclude ogni spettacolo: l’inchino. Il gesto è ripetuto in modo ossessivo, nella variante classica, come piegamento in avanti della schiena(in Schau) e nella variante capovolta, nell’arco dorsale (in Stellen). La ripetizione porta con sé uno svuotamento della relazione che intrattiene con lo spettacolo e di conseguenza dello spettacolo stesso. Gli occhi dello spettatore vanno piano piano a sottrarre ogni strato finché a rimanere è la struttura ossea, senza più la carne, i vasi sanguigni, la muscolatura: senza cuore. Allo spettatore è richiesto di scegliere la destinazione di questi corpi che il teatro come obitorio (scritta che appare chiaramente durante il lavoro) gli offre.
Abbiamo incontrato Vincent Giampino, per un dialogo sul suo lavoro.

Vincent, da dove parte Schau/Stellen? Trova sponde nei tuoi lavori precedenti, in qualche zona residuale che avevi lasciato sedimentare?

Schau/stellen parte da un progetto per così dire, contenitore, dal nome umlaut. La umlaut è la dieresi in lingua tedesca che modifica il suono di una vocale facendolo diventare il suono tra due vocali, una compresenza di suoni, quasi una crasi. Così ho deciso di guardare ai corpi e ai materiali che sarebbero emersi in studio.
Considero il lavoro una specie di continuazione del precedente, ff_fortissimo, che si conclude con la formazione di una figura eretta con il peso sbilanciato in avanti, quasi a formare una curva.

Vuoi dire qualcosa rispetto alla scelta del titolo del lavoro?

Forse avrei dovuto fare una scelta più accattivante, ogni tanto ci penso. Schau in tedesco ha diversi significati che vanno da mostra a guarda, ma anche spettacolo; stellen invece spazia da fare, produrre a mettere, presentarsi (i significati variano in base al contesto chiaramente), schau stellen invece significa mettere in mostra, esporre.

ph.Luca Ghedini

Il dividere il lavoro in appuntamenti autoconclusivi o componibili è una scelta di serialità, di vendibilità, di una narrazione che prende forma in tempi diversi?

No non di serialità, quel trend è ormai andato. Pensavo potesse aiutare la vendita, sbagliando, poi però mi sono reso conto che stellen ha senso e potenza solo se visto dopo schau. Quindi schau può avere e ha avuto anche una vita indipendente, ma stellen no.

Quindi non pensi ce ne saranno altri?

Da un po’ di tempo ormai penso ai lavori che faccio come tutti idealmente collegati, come le puntate di una serie tv. Intimamente tutti i nuovi lavori iniziano dalla fine del precedente senza necessariamente una unità di forma o di estetica. 

Che tipo di rapporto scegli di indagare tra i corpi in scena e i corpi fuori dalla scena? Tra Il meccanismo della visione e quello della visibilità o dell’esposizione che tipo di dialogo c’è?

L’esposizione del corpo, o dei corpi, sulla scena mi appare sempre come un gesto violento all’interno della ritualità teatrale, ma al tempo stesso essenziale per l’attivazione del meccanismo della visione.
Quella timidezza o ritrosia dei performer nell’esporsi, se non la si interpreta secondo parametri virili di un’idea di scena in cui la vulnerabilità deve necessariamente essere rimossa in favore di una volontà di potenza, costituisce invece un dato performativo da preservare: è la base per la costruzione di uno stato di compresenza tra i corpi in scena e quelli fuori scena.
Non si tratta di una vulnerabilità costruita retoricamente, ma di una condizione già presente nei corpi, alla quale viene lasciato spazio affinché possa esporsi e trasformarsi, diventando anche altro. In Schau/Stellen questo è uno stato che viene progressivamente raggiunto e al quale si lascia spazio in quanto eccedenza prodotta dalla fatica.
Questo dato brucia l’immagine e assottiglia i corpi, ma è un bruciare che non consuma.

Si può spiegare meglio il luogo dell’obitorio in riferimento al teatro? Pensi sia necessario svelare i meccanismi della visione per ricercarne nuove traiettorie, potenzialità? Che tipo di luogo è, per te, il teatro, in questi tempi orribili?

Carmelo Bene diceva che tutto ciò che va a teatro o si sceglie di mettere a teatro o è già morto oppure si è deciso di ucciderlo. Un pensiero portato all’estremo, ma in qualche modo risuona non credi? Poi guardando a quanto e per quanto tempo riescano a sopravvivere certe retoriche di linguaggio, estetiche, modi di scrittura e riferimenti, è difficile credere vera questa affermazione.
Il teatro e le sue forme dalla modernità in poi, in occidente, sono strettamente legate ai modi della rappresentazione del potere, c’è chi prova a questionarle e chi prova a cavalcarle, e va bene cos
ì.

Stai parlando di scelte di contenuti, di linguaggi, dell’intervento di tematiche dominanti e del relativo rischio di incidere sul dialogo con la complessità? 

Diciamo che quello che viene lasciato emergere spesso non è uno specchio reale di ciò che viene proposto e credo sia importante ricordarselo, soprattutto per chi propone oggetti al mercato. Il filtraggio di estetiche, tematiche, linguaggi e politiche del corpo e della scena che viene operato mi sembra non rappresenti tanto le proposte artistiche quanto più un discorso verticistico dei/delle programmatori/trici, e il gusto che se ne assapora è quello di una certa melanconia. Questo procedimento diventa estremamente generativo se lo si guarda da una prospettiva di analisi e non di giudizio. E trovo utile ricordarmi che qualsiasi ambito e mercato è sempre influenzato da una questione di classe.
Ecco, direi che il teatro degli eventi dai quali ci lasciamo definire e che definiamo attivamente è sempre un po’ più vasto di quanto pensiamo o crediamo.

Il gesto dell’inchino: gesto di sottomissione, di saluto, di ossequio. In che modo il gesto perde il suo aggancio semantico? E l’inchino che diventa un arco, portando il corpo e il senso a un capovolgimento della sua denotazione?

Vediamo, la ripetizione è vero può svuotare la semantica, ma per quanto sia possibile che il lavoro in parte svuoti o questioni il significato del gesto dell’inchinarsi c’è da dire che il gesto è ripetuto sì ma con variazioni, e la ripetizione variata crea struttura di visione e ascolto. Quindi sì, è in parte vero che il lavoro decostruisca il significato e i significanti possibili del gesto in quanto preghiera, richiesta di grazia, saluto fascista, ringraziamento, esposizione di una sottomissione e così via, ma trovo anche vero che costruisca visione nel corso della struttura nel tempo, e nella parte finale di Schau tutti questi significati svuotati si ristrutturano, questionati, vivendo contemporaneamente nell’immagine della figura che canta ma che ormai, dopo la decapitazione (prospettica), non mostra più il viso.
l’
Arco come apertura è un dettaglio compositivo di Stellen che fa eco con il gesto opposto di chiusura dell’inchino. Entrambi i corpi lo praticano ma solo Greta lo porta a compimento.

 

ph.Elisa Norcini

A un certo punto, vediamo i corpi sanguinare. Per fortuna, questa è una finzione, ma è una finzione che accade (e di cui capiamo la sua natura dopo un pò che accade). Il sangue, un ulteriore liquido corporeo che viene messo in campo (oltre al sudore), viene da una ferita e allo stesso tempo ferisce chi osserva, creando una generale preoccupazione e un altro stato di presenza dello spettatore che esce da quel ruolo, interrogandosi realmente se è il caso di chiamare un’ambulanza. Il piano si inclina ancora e inserisce il carattere di urgenza o di emergenza. E ancora una volta di ribaltamento ironico…

Dici bene. Quel dettaglio non è solo una costruzione estetica dell’immagine ma anche dettaglio simbolico e di senso che chiama in causa il pubblico e la sua postura, attivando altri aspetti. E’ vero è una ferita, l’immagine di una emergenza, chiamate un’ambulanza per questi corpi, per questa scena, per questo palco (credo che farò sanguinare anche il palchetto di stellen), per questo altare, ma è anche una contraddizione in termini. Se questo teatro è un obitorio i corpi non dovrebbero, potrebbero sanguinare, eppure lo fanno. Questo dato li posiziona automaticamente fuori dal teatro e infatti in stellen i corpi che danzano lo fanno sempre nella prossimità del palchetto, mai sopra, e ne toccano solo i margini. Sono corpi vivi che sudano, diventano paonazzi, faticano, bruciano, sanguinano. Chiamate un’ambulanza per i vivi. Questa danza è un referto medico.

Per concludere, vuoi dire qualcosa sull’ultimo progetto Intercity Notte, che hai sviluppato nei giorni scorsi (23, 30, 31 gennaio), in collaborazione con Xing, a Bologna?

Intercity Notte utilizza un formato denominato “treno” come nell’espressione: “ieri sera mi sono fatto un treno incredibile in discoteca”, oppure “stasera, treno?” – che implica l’iniziare a ballare in discoteca e non fermarsi per un tempo relativamente lungo, senza mai interrompere la relazione costante con la musica, la serata, le vibes e il movimento.
Questo progetto nasce da una riflessione sul corpo come oggetto povero, spesso impoverito dallo sguardo che lo osserva. Mi interessa interrogare il modo in cui lo sguardo esterno — culturale, sociale, normativo — attribuisce significati, anticipa comportamenti, prescrive relazioni. È uno sguardo che non è mai neutro, ma profondamente impregnato del contesto in cui si forma.
Il setting di studio del progetto è quello della festa, della serata in un club. Non come semplice cornice estetica, ma come dispositivo. Il club è uno spazio in cui il corpo è simultaneamente esposto e protetto, osservato e anonimo, individuale e collettivo. È un ambiente in cui lo sguardo si moltiplica e si frammenta, e in cui le norme del comportamento quotidiano vengono temporaneamente sospese o rinegoziate.

SCHAU

coreografia Vincent Giampino
performance Greta Francolini, Vincent Giampino
dimensione sonora Domenico Palmeri
outfit design Rebecca Ihle
outside eye / conversazioni Paola Granato
produzione TIR Danza
con il sostegno di Lavanderia a Vapore – Centro di residenza per la danza
residenza artistica spazio K.Kinkaleri – Centro di Residenza Regionale
con il supporto di Xing

STELLEN

coreografia Vincent Giampino
performance Greta Francolini, Vincent Giampino
outfit design Rebecca Ihle
outside eye / conversazioni Paola Granato
produzione TIR Danza
con il sostegno di Lavanderia a Vapore – Centro di residenza per la danza
residenza artistica spazio K.Kinkaleri – Centro di Residenza Regionale