CHIARA AMATO | A cinque anni dal suo debutto, torna sul palco dell’Elfo Puccini di Milano Nel guscio, tratto dal geniale romanzo di Ian McEwan, per la regia di Cristina Crippa. La storia narrata richiama alla memoria la vicenda dell’Amleto shakespeariano: una coppia infelice, John e Trudy, una relazione extraconiugale tra lei e il fratello di lui, Claude, un omicidio cospirato per denaro.
Il protagonista e voce narrante è però qui un feto, interpretato da Marco Bonadei. Non è la prima volta che a raccontare è un feto, in teatro, ricordiamo il monologo testoriano Factum est. Il luogo d’azione è l’utero materno e la scena (di Roberta Monopoli) è composta da un velo semitrasparente che scherma il palco, come fosse una placenta. Sullo sfondo vi è un tessuto che cambia colore con il gioco di luci (di Michele Ceglia); dall’alto pende una sacca, mentre ai lati sono poste due aste per microfoni.
Lo spettacolo inizia nel buio totale, con suoni di liquidi che scorrono, gorgoglii infantili (idea di Luca De Marinis). Il monologo prende vita proprio con piccole frasi balbettate, tra le quali emergono un «essere o non essere» e il riferimento a un complotto. L’attore si muove in questo bozzolo con le gambe in aria, come se fluttuasse nel liquido amniotico, ma le parole usate sono tutt’altro che infantili, anzi il linguaggio è forbito e ricco di conoscenze che il protagonista afferma di aver intercettato dai podcast che la madre ascolta e dai dialoghi che avvengono nel mondo esterno.

La vicenda segue gli sviluppi della quotidianità materna: i dialoghi distratti con il marito John, poeta squattrinato, tenuto alla larga dalla gravidanza; i rapporti sessuali e le abitudini alcoliche dei due amanti, fino alla cospirazione con conseguente omicidio di John.
A popolare il palco ci sono anche le voci registrate degli altri personaggi (Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Cristina Crippa, Enzo Curcurù, Alice Redini, Elena Russo Arman, Vincenzo Zampa) che si alternano ai pensieri del nascituro. In alcuni passaggi è l’attore stesso a imitare gli altri protagonisti per come li immagina, e allora, per esempio, la madre ubriaca diventa una Lolita con gli occhiali a forma di cuore, il padre un uomo dall’intonazione dolce e sommessa.
La bravura di Bonadei sta in questa continua alternanza di toni e contenuti, passando dall’umorismo al dramma, dal vociare infantile e goffo al tono adulto ed erudito.
Alla prima parte, interpretata dal performer in sospensione, nudo e con un microfono in mano – come se fosse un presentatore televisivo – ne succede una seconda in cui l’attore può “sgambettare” liberamente sul palco. Tra le due sequenze, una voce fuori campo rompe la quarta parete, spiegando proprio che tecnicamente è scomodo per l’attore continuare in quelle condizioni lo spettacolo.

Bonadei si riveste, immerso nei fumi di scena, e in calzoncini e giacca alla Pierrot racconta pedissequamente nei dettagli come avverrà l’omicidio del padre; forse anche troppo dettagliatamente, il testo in alcuni passaggi perde infatti attrattiva, diventando estremamente minuzioso e con dialoghi serratissimi.
L’azione è ridotta al minimo. Le parole che ruotano intorno ai due personaggi maschili e i sentimenti che il feto prova per loro sono netti: amore per il povero padre e odio per lo zio; mentre la madre Trudy per lui è collocata nel mezzo, tra l’amore viscerale e il disgusto per le sue azioni.
Le luci hanno un ruolo fondamentale nel racconto: per lo più nelle tinte del rosso e del grigio per i momenti più efferati e passionali, nelle sfumature del beige quando i toni si smorzano lasciando spazio all’ironia. Si gioca tra rulli di tamburi e telecronache sportive per le descrizioni della vita sessuale della madre incinta, fino al serio terrore per il proprio destino una volta nato.
Ma è proprio Bonadei a tenere le fila del tutto: riesce magistralmente, e senza sbavature, a rendere avvincenti, riflessive e divertenti le quasi due ore di monologo. Mischia abilmente vari stili interpretativi, come un bambino che tende ad assomigliare ai diversi adulti che lo circondano.
E poi conclude in bellezza simulando il momento della sua nascita: si denuda totalmente, mentre racconta ogni passaggio al microfono, dalla rottura delle acque fino al primo vagito. La sua nascita è un atto di vendetta: vuole infatti vendicare il padre, ostacolando la fuga dei due assassini. Il dolore di questa storia familiare sanguinaria trova una catarsi.
Il riferimento ad Amleto è lapalissiano in alcuni dettagli: Gertrude e Claudio erano i nomi della madre e dello zio nella tragedia ispiratrice e vengono ripresi tali e quali; oppure l’uso della parola “regno”, quando nel romanzo contemporaneo si sta trattando di denaro; o anche l’apparizione finale dello spettro di John che aleggia pochi istanti a chiedere vendetta. Ma le affinità sono rintracciabili anche nell’atmosfera simil-gotica, e nello stato d’animo del protagonista, distrutto dal dolore e dai dubbi.
Dove però in Shakespeare sono il dubbio e l’impossibilità di agire a vincere, in McEwan invece questa impossibilità è vinta, facendo intervenire in maniera assurda e irrealistica un feto. Infatti, al contrario di Amleto, bloccato dall’indecisione, qui il feto pur intrappolato nel guscio materno, rompe quello spazio di inazione, e ne fuoriesce.
NEL GUSCIO
di Ian McEwan
traduzione Susanna Basso
regia Cristina Crippa
con Marco Bonadei
scene e costumi Roberta Monopoli
luci Michele Ceglia
suono Luca De Marinis
voci registrate Ferdinando Bruni (papà John), Elio De Capitani (zio Claude), Cristina Crippa (Ispettore Allison), Enzo Curcurù (poliziotto), Alice Redini (mamma Trudy), Elena Russo Arman (Elodie), Vincenzo Zampa (poliziotto)
produzione Teatro dell’Elfo
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di The Agency (London) Ltd
Teatro Elfo Puccini, Milano | 5 Febbraio 2026




