LAURA NOVELLI | Nel gennaio del 2023 Saverio La Ruina presentò al TeatroBasilica di Roma Via del Popolo, poetico affondo in una biografia personale capace di trascendere snodi esistenziali e riferimenti geografici per tradursi nella storia umana di molti. Nei giorni scorsi il ben noto drammaturgo, regista e attore calabrese è tornato sulla scena capitolina con un nuovo lavoro dal titolo KR70M16 – Naufrago senza nome, nel quale la tessitura biografica cede il passo alla cronaca e alla denuncia sociale, regalando al pubblico uno spaccato surreale, uno slittamento lirico e sulfureo che non pochi legami ha, tuttavia, proprio con il precedente spettacolo.
L’arioso palcoscenico del Teatro India (dove la pièce ha debuttato in prima nazionale) è rivestito di un biancore quasi lunare: lo abitano solo alcune lapidi molto stilizzate, atte peraltro a diventare sedie praticabili, uno sfondo che lascia presagire la presenza del mare e inserti musicali mai eccessivi (li cura Gianfranco De Franco). E lo abitano soprattutto due anime defunte, ma vive e fisicamente presenti – quella di un giovane di origine africana affogato a seguito di un naufragio di migranti (Cecilia Foti) e quella di uno psicanalista ebreo morto in un campo di concentramento (lo stesso La Ruina) – e un Camposantaro/demiurgo (Dario De Luca) che ne orchestra l’incontro, ne connette i destini e ne custodisce i rispettivi dolori.
Siamo dunque in un cimitero. Ma quel cimitero puntellato di lumini che in Via del Popolo (Premio Ubu nel 2023 come Miglior testo italiano) era soglia di memorie e di affetti parentali, qui è un luogo sospeso tra i vivi e i morti: una waste-land dalla connotazione impalpabile dove gli oggetti di scena vengono disegnati a vista e le persone scomparse sono fantasmi in carne e ossa che prendono voce per recriminare il loro sacrosanto diritto a una degna sepoltura. Che è poi il diritto di esserci, di essere riconosciuti, di avere un nome, di essere ricondotti – post mortem – all’abbraccio, al ricordo, alla preghiera di chi resta.

Se la tragedia di Cutro (era il febbraio del 2023 e morirono affogate più di 90 persone, tra cui oltre 30 minori) viene evocata dall’autore a partire proprio dal titolo, laddove la cifra KR sta ad indicareil luogo di quel terribile naufragio, è sempre nel titolo che, trascendendo quella tragedia stessa, si annida il mistero straziante, la domanda chiave del testo: chi era la settantesima vittima recuperata in mare? Aveva presumibilmente sedici anni, era maschio, ma qual era il suo nome? La sua identità?
“Certamente, tra le suggestioni che hanno ispirato KR70M16 – ci racconta lo stesso La Ruina – il dramma che si è consumato a Cutro ha avuto un ruolo nevralgico, anche se in realtà questa drammaturgia parte da più lontano. Ho iniziato a scriverne alcuni dialoghi già nel 2019, dopo aver incontrato una serie di ragazzi, ospiti di una cooperativa di Catania, che avevano alle spalle viaggi disperati e che mi hanno raccontato aneddoti sconvolgenti. In quell’anno stavo facendo una ricerca sulla religione islamica e mi sono improvvisamente ritrovato immerso in vicende umane alle quali sentivo di dovermi avvicinare con maggiore forza. A quel primo nucleo di materiali si sono poi aggiunti altri cruciali motivi di ispirazione: quanto avvenuto a Cutro, con tutto quello stuolo di bare bianche, le migliaia di persone affogate nel Canale di Sicilia e soprattutto gli studi della professoressa Cristina Cattaneo, un’eccellente anatomopatologa che lavora da decenni per dare un’identità ai cadaveri di migranti e per permettere ai loro cari di elaborare il lutto (suo il saggio Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, Raffaello Cortina Editore, 2018, ndr). Proprio a lei devo il personaggio di Kamaru, un ragazzino con il volto mangiato dai pesci che muore in mare senza un nome e che viene ritrovato con la pagella scolastica cucita dentro il giubbotto, come a voler mostrare che era bravo e che meritava accoglienza qui da noi”.
Pantaloni corti e – appunto – giubbotto sportivo verde, il giovane Kamaru di Ceclia Foti (molto incisiva nel caratterizzare la levità e insieme l’accorato bisogno di aiuto del suo personaggio) ha tutto l’ingenuo candore dei suoi anni, ma possiede anche una saggezza adulta, votata a interrogarsi e interrogarci sul senso e sul peso della sua morte. Kamaru chiede dignità; si lamenta che sulla sua lapide non ci sia scritto il suo nome, costantemente storpiato dal docile Camposantaro (un ottimo De Luca, pacato e paterno, qui anche curatore del disegno luci e delle illustrazioni) nel più italiota Skaramuzzo. Ma il ragazzo non ci sta, insiste che per lui – cadavere senza documenti nel cimitero del Mediterraneo – è importante e, quando il Camposantaro gli chiede casa cambi se c’è il suo nome oppure no, la risposta non ammette repliche: «Cambia, perché prima o poi qualcuno che legge il mio nome ne parlerà con qualcun altro che ne parlerà con qualcun altro ancora, fino a quando non lo saprà qualcuno che lo dice a mia madre».
È pertanto nel cuore di quella pietas antica che ci lega ai sentimenti imprescindibli che va rintracciato il grumo ostinatamente umano di questo bel lavoro: il pensiero va al vecchio Priamo che si umilia di fronte ad Achille chiedendogli il corpo martoriato di Ettore; ma il pensiero va anche, e soprattutto, ai celebri versi con cui Ugo Foscolo connette la perdita di un figlio proprio al dolore di una madre: «Questo di tanta speme oggi mi resta! / Straniere genti, l’ossa mie rendete / allora al petto della madre mesta». Non sapremo mai se la richiesta di Kamaru – e quella dei tanti “innominabili”colpiti dallo stesso destino – abbia trovato ascolto. Ma, per quanto tale richiesta ci chiami in causa come esseri umani a una presa di coscienza necessaria, forse non è “solo” questo il punto. E non lo è perché la pièce di La Ruina – sorretta da una scrittura asciutta, quasi beckettiana, originale, ironica ed estremamente delicata – va oltre; aziona, cioè, un meccanismo drammaturgico sghembo e teatralissimo, pur nella sua semplicità, che parte dalla ricerca identitaria del protagonista per innescare un incontro di anime e offrirci una più ampia riflessione sulla Morte, sulla Storia, sul Lutto e sulla Memoria.

Complice l’interessamento del bonario Camposantaro, il giovane migrante conosce infatti uno psicologo austriaco morto durante l’Olocausto e ospite dello stesso cimitero, il dottor Schwarz, che dovrebbe aiutarlo a mitigare la sua crisi identitaria e con cui imbastisce una conversazione conflittuale ma in fin dei conti tenera, per quanto dolorosa. Gesti cauti, ritmo della voce cadenzato, registri sottoesposti e, anche qui, inscritti in una vocazione a togliere che ben intercetta l’essenzialità della scrittura e della regia, l’autore interpreta l’elegante medico – in completo bianco e gilet dai toni dorati – con estrema sensibilità, rendendolo una figura ruvida e dolce insieme, un simbolo di quella supremazia del dolore bianco – «Ma sai con chi stai parlando? Noi siamo morti a milioni, bruciati nei forni crematori, non c’è sofferenza più grande, va bene?» – che purtroppo l’abominio di Gaza ha evidenziato con spietatezza ingiustificabile.
“Anche questo personaggio – riprende La Ruina , raggiunto telefonicamente a Parigi in occasione di una ripresa di Dissonorata all’Istituto Italiano di Cultura per celebrarne i vent’anni dal debutto – lo avevo in mente sin dal 2019 ed è ispirato ad una persona realmente vissuta. Il dottor Schwalz era un medico ebreo austriaco che stava a Castrovillari tanti anni fa e che mi curò quando ebbi un incidente con la moto. Mi ricordava tanto Freud, era stato internato in un campo e tutti in paese lo chiamavano Scivalzo”.
Le luci si abbassano e virano verso il blu. L’incontro tra il giovane con il volto morso dai pesci e l’anziano dottore che ha vissuto l’orrore del lager merita compostezza ma rimane lieve, persino divertito, e accarezza l’umanità di entrambi: ombre di una Spoon River che ci comprende tutti. C’è un afflato spirituale intenso. Karamu dice di andare dalla madre ogni notte e di sentirla piangere. Anche Schwarz rievoca la madre, una lettera drammatica, uno strappo impossibile da cucire. E allora ecco che il dolore di ciascuno non cede più ad alcuna differenza. È dolore e basta. E questo sì che ci riguarda da vicino. Forse basterebbe ammorbidire le nostre anime. Capire che il cimitero più sacro è sempre dentro di noi e dentro gli altri. «Ma nel cuore / nessuna croce manca/ È il mio cuore / il paese più straziato», ha scritto Ungaretti. Basterebbe capire e sentire che, semplicemente, le tragedie degli altri sono anche le nostre tragedie e che non esistono sacrifici più nobili di altri. Non a caso, nell’epilogo delle piéce, l’anziano psicoterapeuta immagina di cadere in mare con il ragazzo e di vivere ciò che lui ha vissuto. Un viaggio tra oggetti, giocattoli, abiti, quaderni e «fiumi di indirizzi». Quando riemerge in superficie, si alza e scrive “Karamu” sulla lapide. Un gesto pietoso, poetico, che, nella sua bellezza quasi ingenua, suona come un monito, una denuncia acre. Perché anche la poesia può scendere in battaglia a teatro.
(Si veda anche l’intervista di Roberta Fusco all’artista.)
KR70M16 – NAUFRAGO SENZA NOME
di e con Saverio La Ruina
e con Dario De Luca, Cecilia Foti
musiche Gianfranco De Franco
disegno luci e illustrazione Dario De Luca
luci e audio Daniele Nocera
costumi Cecilia Foti
responsabile allestimento Giovanni Spina
assistente alla regia Rosy Parrotta
organizzazione Egilda Orrico
amministrazione Tiziana Covello
produzione Scena Verticale
Teatro India, Roma | 30 gennaio 2026
Lo spettacolo sarà il 26 febbraio al Teatro Goldoni di Firenze




