CRISTINA SQUARTECCHIA l Sono due le artiste in scena ma in realtà quattro come si legge dal titolo The Doozies – Eleonora Duse, Isadora Duncan e noi, per lo spettacolo di Silvia Gribaudi e Marta Dalla Via in onore delle due divine del teatro e della danza. Due figure rivoluzionarie, due donne che hanno scardinato dogmi, precetti e dettami nel campo delle arti sceniche agli inizi del Novecento: in realtà delle visionarie animate da una scintilla creativa fuori dal comune e da un’urgenza espressiva stupefacente, che andava fuori dall’ordinario. Tanto luminose sulle scena, quanto fragili nella società di allora, Eleonora Duse e Isadora Duncan rappresentano ancora oggi quella forza indomita di chi ha tracciato strade, abbattuto steccati in nome dell’emancipazione delle donne nell’arte, al duro prezzo della solitudine, del rischio e della propria esistenza. Partendo dall’espressione to be doozy, termine dai molteplici significati, comunque rinviabili al concetto di essere stupefacenti, di lasciare a bocca aperta, Silvia Gribaudi e Marta Dalla Via si accostano a queste due divine con affetto e devozione, ma soprattutto con il desiderio di ripercorrere quella scintillante condizione generativa di estro e lirismo, quel dinamismo innovativo e creativo che echeggia ancora oggi nelle arti. Un omaggio a cuore aperto che non poteva che essere ospite della stagione di danza Scintille la parte è il tutto a cura di Valentina Marini. The Doozies ha la forza dirompente della comicità, dei tanti modi di essere in scena che sanno emozionare, interrogare, scuotere, come la Duse e la Duncan fecero. Un lavoro nato dal confronto documentale con la consulenza di Eugenia Casini Ropa e Franca Zagatti per trasmettere quella scintilla creativa, mai spenta, alle nuove generazioni. Abbiamo incontrato Silvia Gribaudi e Marta Dalla Via negli spazi del Teatro Biblioteca Quarticciolo  di Roma.

Come è nato questo lavoro e da dove siete partite?

S. G. Il lavoro è nato dal desiderio di incontrarci e di metterci in ascolto, senza ruoli prestabiliti. Siamo partite dal corpo come luogo politico e poetico, e dalla domanda su cosa significhi oggi essere “straordinarie”. Isadora Duncan è arrivata quasi subito, come un fantasma necessario, una figura che ha aperto possibilità ancora vive.

M. D. V. Inizialmente abbiamo più pensato  a cosa evitare e ci siamo orientate sul non. Non fare uno spettacolo biografico (ci sono documenti e testi che hanno già svolto questa funzione brillantemente) NON interpretare Duse e Duncan – non ne abbiamo le capacità – non  parlare dei loro amori Gabriele D’Annunzio e  Gordon Craig (hanno già avuto parecchia attenzione). Messi questi paletti é paradossalmente scoppiata la libertà!

ph.-Tommy-ilai

Tra corpo e voce, movimento e parola, quali sono stati i punti di contatto e quali invece quelli di frizione?

S. G. Il punto di contatto è stato l’ascolto: del tempo, dell’altra, dello spazio. Il corpo non illustra la parola, ma la attraversa. Le frizioni sono state utili, perché il corpo a volte rifiuta di spiegare, e in quel rifiuto nasce qualcosa di più vero.

M. D. V. Il punto di contatto è sicuramente la comicità. Io e Silvia siamo unite nello humor che decliniamo nella parola e nel movimento creando uno stile armonico. Più che di frizione parlerei poi di fruizione nel senso che, andando allo scheletro delle cose, la partitura coreografica per me e la struttura  drammaturgica per Silvia sono materie aliene. Non capendo il processo nella totalità ci rimangono punti di domanda ai quali rispondiamo con fiducia l’una per l’altra.

ph.-Tommy-ilai

Qual è stata l’eredità di Duncan e Duse e quanta strada resta per la parità di genere?

S. G. Duncan mi ha lasciato l’idea di un corpo libero, non addestrato a piacere ma a esistere. La parità di genere è ancora una questione aperta: non riguarda solo chi sale in scena, ma chi decide, chi produce, chi viene ascoltata davvero.

M. D. V. La visione che ho di Eleonora Duse prende corpo dalla mia lettura della sua raccolta epistolare. Parlo soprattutto delle lettere scritte alla compagnia, agli impresari e ai critici, quindi lettere professionali. Alcune parole ricorrono ossessivamente e sono lavoro e fatica. Altre espressioni frequenti riguardano le difficoltà economiche e quelle legate al fatto di essere donna. Eleonora Duse é attrice, regista, imprenditrice ma non é mai al sicuro, è potentissima sul palco eppure debole appena mette piede nel mondo reale dove devi avere un protettore. Non so quanto sia lunga la strada per la parità ma so che stiamo camminando troppo piano.

Chi è oggi Doozies? E che valore ha esserlo?

S. G. Doozies è chi è fuori misura, chi eccede, chi non si adatta. Oggi esserlo significa accettare la propria diversità come forza e non come difetto. È una posizione scomoda, ma necessaria.

M. D. V. Mi piace pensare che quelle due “o” nel titolo siano le bocche mie e di Silvia che ci stupiamo, una dell’altra. Mi piace pensare che siano gli occhi degli spettatori che ci/si guardano. Chiunque riesca a sorprendere e sorprendersi é Doozy!


Di e con
 Marta Dalla Via e Silvia Gribaudi
Disegno luci Roberto di Fresco 
Direzione tecnica Leonardo Benetollo
Consulenza coreografica Chiara Frigo
Costumi Sonia Marianni
Ricerca Materiale Eugenia Casini Ropa, Franca Zagatti, Maria Pia Pagani

Produzione di Associazione Culturale Zebra
Coproduzione di Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, La Corte Ospitale con contributo della Regione Emilia-Romagna (IT)

Con il sostegno di MiC – Ministero Italiano della Cultura