IDA BARBALINARDO e ELENA SCOLARI | Una scala, un baule e un lungo tappeto di velluto rosso: agli occhi di chi è immerso in questo presente bulimico di immagini esteticamente perfette, pensate per catturare quel briciolo di attenzione rimasto, parrebbe una scena spoglia, fin troppo frugale per risultare interessante. Il gioco del teatro, invece, non ha bisogno di visioni spettacolari e virtuosismi scenografici, perché ha il grande potere di riempire di significato anche gli oggetti più semplici.
In questa tensione tra il chiasso del mondo esterno e l’essenzialità della dimensione teatrale si concretizza il confronto generazionale che è alla base di Grazie della squisita prova: in scena Nicola Borghesi con Enzo Vetrano e Stefano Randisi. Questi ultimi appartengono a un tempo in cui il teatro era un fenomeno di costume, capace di incidere realmente sull’immaginario collettivo e in cui la stessa critica aveva il potere di smuovere grandi porzioni di pubblico, indirizzandole alla visione di un determinato spettacolo.

ES: Dici bene: in questo spettacolo la povertà della scena esalta la forza dei simboli e la presenza fisica e calda degli attori. Il teatro ha bisogno dei corpi e delle parole che si incontrano, tutto il resto non è indispensabile.
Lo spettacolo prende il titolo dal commento che un maestro, Leo De Berardinis (con cui Vetrano e Randisi hanno più volte lavorato), usava rivolgere agli attori, con leggiadra sagacia, alla fine di una prova mediocre. È anche un’indicazione del tono generale del lavoro.
Qui si confrontano due generazioni e due modi assai differenti di fare teatro. Borghesi, fondatore del gruppo Kepler-452, recente vincitore di un premio Ubu per A place of safety, ha scritto un testo per due maestri del teatro, sono stati proprio loro a commissionarglielo e inizialmente Nicola non doveva essere in scena, poi li ha conosciuti meglio e – come è da sempre identificativo del suo metodo teatrale – ha passato del tempo con loro ed è entrato in contatto profondo con queste due persone, arrivando a pensare  che fosse giusto salire sul palco e ricoprire il ruolo di un polo antagonista, per dialogare in diretta con i due anziani attori, costruendo una dialettica viva e che vive proprio del rapporto continuo tra i dubbi di un teatrante quarantenne e la saggezza piana e semplice di due veterani.

IB: Dal contesto sociale e culturale in cui Vetrano e Randisi sono cresciuti professionalmente consegue una percezione serena della vita e delle sue salite, che prende forma, tra le altre cose, attraverso specifici aneddoti inseriti nel testo: il signore su un vecchio treno in Sicilia che chiede a Randisi: «Cos’è il teatro?»; il padre di quest’ultimo che la domenica legge le commedie ai figli, interpretando ogni personaggio in maniera differente; Vetrano e le sorelle che, dopo aver visto La strada di Fellini, ne intonano la colonna sonora dietro i vetri delle finestre di casa per far sorridere i genitori. Sono immagini di un mondo che sembra lontano anni luce e che, tuttavia, risulta più familiare di questo presente sconosciuto e minaccioso. Un mondo in cui non solo il teatro aveva una sua centralità ma in cui era molto presente la dimensione del gruppo che nelle avversità rendeva la ‘resistenza’ più facile da gestire e sopportare.
Cosa manca di più, secondo te, di quel passato, in questa controversa attualità? In che ambito è avvenuta una sostanziale involuzione?

ES: Forse proprio per ragioni di anagrafe, non voglio tessere un’ode passatista, mi piace invece rilevare quanto sia significativo che età diverse si intersechino in una intelligente riflessione sul mestiere dell’attore.
In quanti avranno scritto “un atto/dichiarazione d’amore per il teatro”, scrivendo di questo spettacolo? È vero ma è retoricamente banale e non rende la conflittualità dialettica che vibra dentro al testo che Nicola Borghesi ha scritto, con grande sincerità, rendendo omaggio alla carriera di Vetrano/Randisi ma inserendosi con i suoi dubbi, le sue perplessità, gli interrogativi che segnano e delineano il suo modo di fare teatro. Che è anche guardarsi indietro e parlare con con chi ha cominciato prima di lui.

IB: Borghesi è attore in un momento storico in cui il teatro è diventato sempre più marginale, certamente non al passo con i ritmi di una realtà velocissima e a tratti spaventosa. A dominare è il mercato, che con le sue mire inquina anche le specificità individuali, spingendo tutti a cucirsi addosso personaggi coerenti con la sua logica.
L’attore bolognese vorrebbe incidere sul presente e, in questo scenario, si chiede se il mezzo migliore sia realmente un mestiere residuale, che non interessa a nessuno e che monopolizza la vita di chi lo pratica imprigionandolo in una categoria non sindacalizzata, senza mezzi sufficienti per sostenersi: la perplessità è quindi doppia e riguarda sia le possibilità espressive che materiali.

ES: Su questa osservazione dell’autore non sono del tutto d’accordo e qui si può notare che il testo di Borghesi risale a cinque anni fa, quando ancora affermava di voler diventare ‘qualcuno’; nel frattempo, almeno in ambito teatrale, qualcuno lo è senz’altro diventato: i lavori di Kepler sono prodotti da enti importanti e prima del già citato A Place of safety, nel 2023 anche Il capitale vinse un Ubu nella categoria Progetti speciali. Certo, sempre di nicchia della nicchia si tratta, verissimo, però c’è una scala anche nei gradi di residualità.

IB: Nel modo in cui Vetrano e Randisi cercano di sollevare Borghesi dalle sue angosce c’è la visione del teatro come rifugio, come luogo in cui stare con gli altri, in cui intercettare una verità più autentica rispetto a quella esterna, pur nel gioco della  finzione. C’è, nel teatro, la possibilità di morire infinite volte e di essere eterni anche se nessuno si ricorda di te, perché i Fantasmi di quanti lo hanno abitato rimangono incastonati tra le fessure e la polvere dei palchi, come Scalognati rifugiatisi da un mondo di Giganti che ha perso ogni forma di sacralità.
Lo stesso abisso coinvolge anche chi, agli occhi del giovane attore, appare più risolto: quelli che hanno un “lavoro vero”, figli e casa di proprietà, vivono ugualmente quel vuoto in cui ogni tanto appare una luce che, solo per un momento, fa sembrare tutto più chiaro. Questo perché è la vita in generale ad avere contorni fumosi, poco definiti e tutti in fondo cercano una mappa che, se non a trovare la strada, aiuti a riconoscersi tra simili e a sentirsi meno persi: quale luogo, se non il teatro, può farsi carico di questa funzione? Sintesi dell’umano e delle sue contraddizioni, resta una delle ultime dimensioni in cui la vita può manifestarsi nella sua forma più pura, liberata da inutili orpelli. In veste di antidoto al nichilismo, alla bestialità e all’iperconnessione fasulla in cui siamo immersi, il teatro si rivela così ancor più necessario oggi che in altre epoche. Sta lì a ricordarci di vivere davvero con la consapevolezza dell’Uomo dal fiore in bocca, coscienti che la morte non è un insetto fastidioso da scrollarsi di dosso quando si vuole ma una presenza che dà peso a ogni istante. (Fantasmi, L’uomo dal fiore in bocca e I giganti della montagna sono tre spettacoli messi in scena dalla Compagnia Vetrano/Randisi, citati o ‘infiltrati’ in Grazie della squisita prova).

ES: Nello spettacolo si ragiona anche intorno a quale possa essere l’eredità di un attore, ancor più se non ha figli. Borghesi, con un artificio, introduce qui un pensiero romantico, fingendo di vergognarsene e definendolo retorico, così lo fa dire a Vetrano (ma lo fa dire): i figli di un attore sono gli spettacoli che ha fatto, creature cui ha dato vita e che ha visto crescere, cambiare e invecchiare. Rimarranno nel pulviscolo che galleggia nell’aria dei teatri, così come i personaggi.
L’invenzione entra nelle vite degli spettatori, nel tempo sospeso che passano in sala, ma soprattutto in Grazie della squisita prova è la realtà che entra in scena. Il teatro è rifugio ma la tua tana ti può anche crollare in testa, di questi tempi, come è successo al Teatro di Mariupol in Ucraina, ci ricorda Borghesi.
Se negli spettacoli di Kepler-452 – a seconda della situazione e argomento – fanno parte del cast operai, operatori umanitari, persone sfrattate, immigrati, qui è Borghesi stesso che irrompe con questioni esistenziali e professionali nel modo sognato e sognante di due grandissimi attori, leggeri come quel pulviscolo, dolci come i ricordi, spiritosi e ironici come solo i sapienti sanno essere (pensa allo storico Luciano Canfora).
In veste da camera o in soprabito.
Un po’ reali e un po’ no.
È bello che le conversazioni tra i tre appaiano come fatte intorno a un tavolo, durante una cena, in cui grandi vecchi della scena spiegano a un ‘nipote professionale’ i segreti di un’arte con la limpidezza piena che ha la semplicità: il teatro è un gioco, questo solo bisogna ricordare.
In teatro si può morire e si può risorgere, e si può credere che non si morirà mai.

 

GRAZIE DELLA SQUISITA PROVA

Uno spettacolo di Enzo Vetrano, Stefano Randisi e Nicola Borghesi
Scritto da Nicola Borghesi
Regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi
Coordinamento tecnico Antonio Rinaldi
Organizzazione Roberta Gabriele
Una coproduzione Le Tre Corde – Compagnia Vetrano/Randisi e Kepler-452
Con il sostegno di Liberty Associazione
Con il sostegno della Regione Emilia Romagna e del Comune di Bologna
Si ringrazia Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale

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