INES ARSÌ / PAC LAB* | La rabbia è un’emozione innata ma frequentemente demonizzata perché, se non opportunamente elaborata e canalizzata, può sfociare in reazioni aggressive; d’altronde reprimerla, come vuole un diffuso codice implicito di condotta sociale, rischia paradossalmente di amplificarla e tradurla in comportamenti distruttivi.
Lo racconta bene Le dieu du carnage di Yasmina Reza, la nota drammaturga francese che ha fatto dei conflitti relazionali, delle ipocrisie e del perbenismo i temi centrali di tutta la sua opera, collezionando successi internazionali e diversi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Tony Award nel 2009 proprio per questa sua pièce del 2006, poi scelta anche da Roman Polański per una celebre trasposizione cinematografica del 2011. L’opera, portata per la prima volta in Italia da Roberto Andò nel 2009, “contiene una sfida, compresa tra l’apparente evidenza di ciò che mostra e l’efferatezza misteriosa che nasconde”, come ha raccontato lo stesso regista. La nuova edizione allestita da Antonio Zavattieri, prodotta dal Teatro Nazionale di Genova e andata in scena presso il Nuovo Rifredi Scena Aperta di Firenze, è fedele ai dialoghi tradotti da Laura Frausin Guarino ed Ena Marchi per Adelphi e alle puntuali descrizioni della scenografia, che fanno parte delle note autoriali preliminari al testo.
Siamo a casa Houllié, in un salotto dagli arredi minimali e dai toni neutri funzionali a trasmettere, con efficace impatto visivo, le atmosfere sterili di un contesto borghese formale. Sotto le luci intense e fredde di Nicolas Bovey, spicca l’accurata disposizione di un vaso di tulipani rossi ad angolo e di una pila di grossi libri su un tavolino centrale. I coniugi Veronique (Alessia Giuliani) e Michel (Andrea Di Casa) sono nel vivo di un pacato confronto con gli ospiti Annette (Francesca Agostini) e Alain (Antonio Zavattieri), circa la spiacevole zuffa avvenuta tra i due figli delle coppie.

I toni amichevoli e l’ospitalità lasciano ben presto spazio a una escalation di tensioni e risentimenti, rivelati progressivamente nella postura sempre meno composta degli attori, che lentamente slacciano i bottoni delle camicie casual (di Anna Missaglia) e soprattutto si disfano delle maschere.
Complice una bottiglia di rum e il telefono cellulare di Alain che, pur di rispondere, interrompe con sempre maggior frequenza le conversazioni, i dissapori degenerano in una drammatica rissa, non meno accesa di quella che aveva interessato i bambini.
Annette, che sembra così riservata e cortese da tradire una profonda e intima tristezza, non riesce a gestire la tensione e finisce per rilasciarla, vomitando su un prezioso catalogo d’arte a cui Veronique è particolarmente affezionata. La reazione di quest’ultima è però ancora più imbarazzante delle circostanze: nonostante si definisca attivista convintamente impegnata nella difesa dei diritti umani, non manifesta alcuna attenzione nei confronti dell’ospite in preda alle forti nausee e si cura esclusivamente di ripulire il volume, lamentandone apertamente il danneggiamento. Michel aiuta con premura la moglie ad asciugare le pagine del libro con una singolare ilarità, che racconta un malcelato e inquietante divertimento, mentre Alain, incurante, è preso dall’ennesima telefonata: il cinico avvocato si sta occupando di difendere un’azienda farmaceutica che ha immesso sul mercato un prodotto pericoloso per la salute, disgraziatamente assunto anche dalla madre di Michel.
Il disappunto generale cresce e la civile riunione dettata dalle buone intenzioni prende una piega completamente inaspettata, di cui non sono certo protagonisti i dissidi dei piccoli attaccabrighe quanto le frustrazioni degli adulti. Tra accuse reciproche, le coppie si lasciano andare all’espressione più autentica dell’insofferenza, tradendo ogni aspetto della pregressa apparenza; nessuno di loro è soddisfatto della propria vita, tanto che il matrimonio è descritto come un supplizio. Ma il tragico si sposa al comico, perché i protagonisti dell’infausto incontro sono maldestre vittime di loro stessi. Anche Alain, che inneggia al “dio del massacro”, alla legge del più forte come unica certezza di riferimento, una volta privato del telefono cellulare dalla moglie, che lo getta esasperata, si spegne come un dispositivo senza batteria.

Il pubblico è continuamente colto di sorpresa, sconcertato dall’evoluzione surreale della trama e da un ritmo scenico incalzante che trasforma un quadro di vita familiare in un campo di battaglia impregnato di alcol e bile.
In un impeto di rabbia, Veronique, che non si sente apprezzata e riconosciuta nei suoi lodevoli e sani principi morali, riempie di schiaffi il marito e Annette, dal canto suo, finisce per perdere ogni timidezza, dichiarando seccamente che i figli hanno fatto bene a venire alle mani. In un pianto liberatorio, entrambe raccontano questo giorno come il più brutto della loro vita, mentre i compagni esausti fissano il vuoto in silenzio.
Più che una carneficina, questa commedia tragicomica racconta l’impotenza e la fragilità che ci ostiniamo a nascondere, per inseguire ciecamente un modello convenzionale ideale che crediamo vincente. Mentre i personaggi praticano le forme più subdole di manipolazione per confermare la loro buona reputazione e realizzare un desiderio profondo di supremazia, mentre inneggiano a un dio distruttivo, nel tentativo di scagionare la loro coscienza in preda ai sensi di colpa per i piccoli misfatti quotidiani, il pubblico ride di loro. Nonostante uno stile linguistico freddo e stereotipato, gli ottimi attori, tutti provenienti dalla Scuola del Teatro Nazionale di Genova, danno corpo e voce a una riuscita e affiatata rappresentazione di disregolazione emotiva.
Aspettative e speranze coltivate sono state disilluse e le coppie, non più così giovani, comprendono, in una catartica resa, di vivere vite che non sono le loro, costruite su conformismi vuoti e poco rispondenti alle loro vere aspirazioni. Non c’è molto da stupirsi se hanno cresciuto bambini incapaci di confrontarsi senza cercare di prevaricarsi reciprocamente, se anche lo stile educativo fondato sui migliori sentimenti di altruismo e sensibilità è solo una facciata dietro alla quale si palesa, alla prima difficoltà, un brutale autoritarismo coercitivo. Tanta aggressività è frutto di un ambiente culturale competitivo che, evidentemente anche nell’agiatezza, fonda tutte le sue caratteristiche su un comportamento perennemente difensivo e di sopravvivenza, come ha individuato Erich Fromm, in “Anatomia della distruttività umana”; l’opera, del 1973, indagava le radici della violenza nella società moderna e rintracciava nell’istinto distruttivo un bisogno psichico di reazione ai processi normativi di civilizzazione che hanno represso spontaneità e creatività, favorendo una condizione di alienazione che Reza ha causticamente parodiato.
LE DIEU DU CARNAGE
di Yasmina Reza
traduzione Laura Frausin Guarino, Ena Marchi
con Francesca Agostini, Andrea Di Casa, Alessia Giuliani, Antonio Zavatteri
regia Antonio Zavatteri
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Anna Missaglia
produzione Teatro Nazionale di Genova
foto di scena Federico Pitto
Nuovo Rifredi Scena Aperta, Firenze | 13 febbraio 2026
*PAC LAB è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.




