ANTONIO CRETELLA |
Questione di prosodia
L’espressione “magistratura politicizzata”, un conio particolarmente fortunato del Berluscocene, è uno di quegli evergreen che non passano mai di moda, un mot de passe ottimo per svicolare da domande difficili, amato forse anche per la sua prosodia particolarmente accattivante. Meno si parla di “politica magistraturizzata”, cioè quella politica che usurpando compiti e prerogative del potere giudiziario, si erge pubblicamente a giudice e giuria emanando sentenze senz’appello su questo o quell’altro caso giudiziario a seconda delle proprie convenienze, senza prove né istruttoria, quasi sempre venendo poi smentito dalle vere indagini, ma costruendoci sopra, nel mentre, intere campagne elettorali e legiferando quasi per compulsione al solo scopo di colpire categorie invise, sbattendo poi regolarmente la testa contro profili di incostituzionalità e lesioni di diritti umani. Ecco, di politica magistraturizzata non si parla mai: forse perché è un’espressione di difficile pronuncia, uno di quei tipici casi in cui è più facile il farsi che il dirsi.

D’Istruzione Pubblica
“D’Istruzione Pubblica” è la terza parte di una serie di documentari in cui i registi Federico Greco e Mirko Melchiorre analizzano il progressivo deterioramento del comparto pubblico in favore del dominio del mercato anche in altri ambiti, come nella sanità, attraverso lo svuotamento progressivo delle risorse destinate al pubblico e, nel contempo, la creazione di una narrazione del mercato salvifico e apportatore di progresso laddove nel pubblico regnano lassismo e decadenza. Il lavoro di Greco e Melchiorre vuole mostrare l’esatto contrario, cioè che la forzata imposizione di un modello privatistico e aziendale è la causa che ha indotto la decadenza del pubblico per avvantaggiare se stesso. Nell’istruzione questa trasformazione ha uno scopo ben preciso: il passaggio dalla scuola del cittadino, quella prevista dalla Costituzione, alla scuola della forza lavoro, totalmente piegata a logiche d’azienda. Non più fucina di pensatori, ma di performatori neutri intercambiabili, attraverso l’imposizione di un paradigma pedagogico ad hoc, quello delle competenze di matrice anglosassone. Sul tema, oltre al documentario, si sta producendo una buona letteratura, come ad esempio il lavoro di Mimmo Cangiano, “Contro la scuola neoliberale”, forse ancora più scioccante del film stesso. Tra le voci di dissenso contro l’assunto del film, si leva sorprendentemente quella di Raimo, il quale, molto sbrigativamente, a dire il vero, stronca la pellicola dicendo sostanzialmente che muoversi acriticamente contro l’innovazione pedagogica è un regalo al passatismo di Valditara. A mio parere, Raimo fa un grossissimo errore: la critica alla pedagogia delle competenze, declinata come ammaestramento comportamentista alla faccia delle sue basi costruttiviste, non ha nulla a che vedere col passatismo di Valditara, che è una vuota operazione di cambi di nomenclatura (il ritorno della maturità o del ginnasio) che non intaccano minimamente l’impianto del neoliberismo scolastico, che anzi avanza galoppante con novità didatticamente incomprensibili come i licei quadriennali o la filiera delle scuole tecnico-professionali, veri e propri allevamenti di polli in batteria. L’accusa contro chi evidenzia tale deriva è di voler tornare alla scuola classista gentiliana, ma la scuola neoliberista è classista in egual modo, se non di più: basta ricordare la splendida caricatura che Paola Cortellesi fece della ministra Moratti e la sua distinzione tra scuola “free” e scuola “pay”, mutuando il linguaggio delle pay TV e applicandolo al solco scavato tra l’istruzione pubblica e quella privata. Era il lontano 2001 e il problema era già tanto evidente da costruirci sopra una satira deflagrante che è ancora tristemente valida a 25 anni di distanza.




