ELENA SCOLARI | Non per tutti i figli che tornano a casa si uccide il vitello grasso. A volte, metaforicamente, questa fine tocca al figliol stesso.
In Il ritorno a casa (The homecoming, 1964) del Premio Nobel (2005) Harold Pinter, il terzo figlio di Max, Teddy – Eros Pascale, soffocante e remissivo – arriva nottetempo, dopo sei anni di lontananza e accompagnato dalla moglie, alla casa del padre, dove vivono anche gli altri due fratelli e lo zio. Vuole fare solo una visita di qualche giorno, presentare Ruth ai suoi, far loro sapere che nel frattempo hanno avuto tre bambini e poi tornare alla sua vita, diversa da quella dei suoi parenti stretti, con i quali ha poco in comune: lui è un professore di filosofia mentre il padre Max – Massimo Popolizio, divertito e strafottente – è un ex macellaio, professione ereditata dal di lui padre; Lenny, Christian La Rosa, è una specie di magnaccia, incontenibile e ipercinetico; Joey, Alberto Onofrietti, un aspirante pugile vestito come James Dean e grullo assai; Paolo Musio è Sam (lo zio Sam), autista di taxi costantemente alla ricerca del giudizio favorevole del fratello maggiore Max, il quale lo paragona sempre impietosamente al migliore amico MacGregor. Macellaio abilissimo, che però trattava volentieri anche le carni di Jessie, la moglie di Max, ora defunta.

Ph. Claudia-Pajewski

Questi personaggi si muovono in una vecchia casa dei sobborghi inglesi, disordinata, non particolarmente pulita, con mobili scoordinati, lattine e bottiglie vuote lasciate sul tavolo. La stanza occupa tutto il palco, sul fondo una scala che sale al piano di sopra, una maglia dimenticata sul corrimano, a destra un grande specchio che pende dalla parete e di fronte un ritratto della regina Elisabetta II, sopra all’ingresso della cucina. Di fianco c’è un frigorifero e sopra l’arco di ingresso una testa di bovino impagliata.
Quattro uomini vivono qui o, per meglio dire, vivacchiano. Non fanno granché, né per migliorare il proprio stato né per darsi una qualunque prospettiva. Battibeccano, si punzecchiano, si insultano pure, si mandano al diavolo, si disprezzano anche un po’.
Pinter è drammaturgo crudo, cinico, anche molto divertente perché sferzante, lucidissimo distruttore dei cliché sulla famiglia, sulla coppia, sull’amicizia (Tradimenti), soprattutto disvela il vuoto celato dalle parole quotidiane, dalle chiacchiere vacue “fatte in casa”. Mina anche la fiducia nei ricordi (Vecchi tempi), mette in guardia dal sentirsi al sicuro. Come in La stanza, anche qui sembra che il pericolo venga dall’esterno: il ménage maschile, tutto sommato, si mantiene nel suo alveo di domestico squallore finché questo equilibrio non viene rotto e deviato dall’arrivo di Teddy e Ruth. Noi spettatori vediamo arrivare la coppia prima degli altri abitanti della casa e subito ci facciamo un’idea: lei, Giorgia Salari, è sicura, bella, elegante, asfissiata dalle premure ansiose di Teddy. L’odore della frittata che si farà è già ben distinguibile.

Ph. Nicolò Feletti

Il primo incontro della donna con la famiglia, ancora durante la notte, sarà con Lenny (una coincidenza l’assonanza con la parola italiana ‘lenone’), che la stuzzica, la corteggia, la provoca, indovina una certa condiscendenza. Al mattino il padre Max non ci mette molto a darle della sgualdrina dicendo chiaro a Teddy che non era mai più entrata una puttana in casa, da quando è morta sua madre. Benvenuta, Ruth! Il fatto è che Max ci ha preso, non è chiaro se Teddy il professore l’abbia sposata per toglierla da una strada o se fosse ignaro, di fatto Ruth deciderà di rimanere in questa casa, per dare soddisfazione sessuale ai membri della famiglia, e prostituendosi per dare soddisfazione a membri sconosciuti ma paganti. Aiuterà l’economia casalinga e detterà condizioni, prenderà quindi una posizione di comando soggiogando i maschi. Il marito filosofo non saprà opporsi e tornerà dai suoi tre bambini. Teddy è diverso, è il fratello colto (dileggiato e non apprezzato, per questo), è l’uomo che si è emancipato, ha viaggiato ed è andato a vivere altrove; l’autore lascia che siamo noi a decidere se sia l’unico che si salva o l’unico che soccombe.

Ph. Claudia Pajewski

Ci sono due particolarità significative, per raccontare questo spettacolo, la prima riguarda il testo e la lingua in cui è scritto: dal punto di vista verbale sono tutti un po’ sboccati, si parla in maniera decisamente uncorrect, come si direbbe oggi, nessuna attenzione per anziani, donne, genitori, persone non particolarmente sveglie, defunti – e la traduzione di Alessandra Serra è precisamente calcolata; nella struttura del testo c’è poi una nettissima cesura, che arriva d’un colpo (‘out of the blue’), insieme a Ruth. La seconda è la chiave stilistica con cui Popolizio, anche regista di Ritorno a casa, ha guidato la pièce: il divertimento. Un po’ come succede per Cechov, non è frequente che – fuori dal paese dell’origine dell’autore – le messinscena di opere di Pinter rispecchino la presenza di humour. Si preferisce spingere sugli aspetti angosciosi, sullo scavo psicologico, sui significati nascosti sotto l’apparenza e sempre negativi. Popolizio ha affrontato una commedia e l’ha trattata come tale. Marcando i caratteri dei personaggi, ripassando i loro contorni con colori carichi (come il giallo del suo giubbetto di tuta fatto d’acetato), insistendo nel renderli eccessivi, caricaturali, a volte anche esagerando la recitazione per provocare fastidio. Le figure hanno un che di cinematografico; sullo schermo certi eccessi fanno e danno carattere, a teatro sembrano facilmente tendere alla macchietta ma La Rosa trova un perfetto gradiente di sguaiatezza scivolosa, Popolizio gigiona, sì, ma con quale destrezza!, Musio reprime la frustrazione in modo mirabilmente servile, Onofrietti regge la stoltezza rozza fino alla fine, Pascale segna la sua differenza come fosse contornato di sofferenza contratta a ogni gesto. E Giorgia Salari attraversa con buona agilità il confine tra la moglie del professore e la mignotta.
Questo rende meno sgradevole, meno avvilente la situazione generale? No. La miseria è evidente, anche se si ride, l’infelicità è manifesta, anche se mascherata. Sebbene Max dica “questa ci ha fottuto” ridacchiando, la ‘bruttezza’ estetica (e in questo caso anche etica) della scena, in cui le barre neon rosse incorniciano Ruth impegnata in una lap dance intorno alla colonnina/lampada al centro della stanza, mentre i maschi spolverano a tempo di musica, denuncia chiaramente che c’è poco da ridere.

RITORNO A CASA

di Harold Pinter
traduzione Alessandra Serra
regia Massimo Popolizio
con Massimo Popolizio e con (in ordine alfabetico) Christian La Rosa, Paolo Musio, Alberto Onofrietti, Eros Pascale, Giorgia Salari
scene Maurizio Balò
costumi Gianluca Sbicca e Antonio Marras
luci Luigi Biondi
suono Alessandro Saviozzi
produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro di RomaTeatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, in collaborazione con AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali e Comune di Fabriano
foto di copertina Masiar Pasquali

Piccolo Teatro Grassi, Milano | 17 febbraio 2026