INES ARSÌ / PAC LAB* | Dal 19 al 22 Febbraio, la Compagnia teatrale Cantiere Obraz ha animato gli spazi del Teatro di Cestello di Firenze con Biografie, un Festival dedicato al racconto di esperienze di vita individuali, capaci di trasformarsi in fonti di ispirazione universali.
Ci ha raccontato Alessandra Comanducci, Direttrice Artistica del Festival insieme a Paolo Ciotti: “La biografia è lo strumento privilegiato per comprendere il mondo in cui viviamo, per ricontestualizzarci e proiettarci fuori da un’omologazione che ci appiattisce su una narrazione massificata. Più semplicemente, mentre lasciamo traccia delle nostre vite o ascoltiamo le vite di altri, creiamo dei legami indissolubili fra esseri umani, in cui la dignità dell’individuo può essere protetta e la comunità ritrovarsi solidale. Quando ascolto o racconto una vita, riesco a mettermi immediatamente nei panni dell’altro ed è proprio il teatro il luogo privilegiato per scambiarsi di abito e accogliere altre vite”.
Cantiere Obraz, compagnia residente presso il Teatro di Cestello dal 2010, offre da sempre eventi di teatro partecipativo, come la rassegna annuale Il respiro del pubblico, e non è nuova all’esercizio dell’indagine e della rappresentazione di personaggi esemplari del patrimonio culturale collettivo. Già con il progetto Fiorentini Fantastici, a partire dal 2023, aveva proposto passeggiate urbane all’insegna della scoperta delle figure storiche che hanno abitato la città e aveva omaggiato, tra gli altri, il “Sindaco Santo” Giorgio La Pira, che è stato celebrato con una mise en espace anche in questa occasione.
Le quattro giornate del Festival, patrocinate dal Comune di Firenze, sono state inaugurate dalla mostra fotografica interattiva Storie di Vita nel quartiere, realizzata dai giovani della Scuola di Critica Teatrale di Cantiere Obraz, I Ciuchi Mannari, che hanno raccolto voci e immagini degli abitanti dell’Oltrarno fiorentino, per esporre ritratti da osservare e ascoltare. Tra gli appuntamenti pomeridiani, il laboratorio teatrale Essere archetipi di Elisa Bellu, che ha consentito ai partecipanti di rintracciare e ironizzare i modelli sociali che condizionano i nostri costumi sociali, attraverso le maschere della Commedia dell’Arte e Abbasso la guerra, l’esperienza creativa rivolta ai bambini, guidata da Margherita Cecchi e Martina Spanò.

Di particolare interesse l’incontro aperto con il pubblico, Vite che sono anche la mia, a cura di Matteo Brighenti. Il giornalista e docente della Scuola di Critica Teatrale I Ciuchi Mannari, ha raccolto contributi sul tema della trasposizione scenica della biografia dalla viva voce di Francesco Alberici, Caroline Baglioni, Ermelinda Nasuto, Daniele Timpano e Matteo Pecorini: artisti di profonda caratura, che hanno messo in scena storie personali o di altri, in cui possiamo riconoscerci e che, dunque, diventano anche le nostre. Sceneggiare qualcosa di sé o degli altri, ha riflettuto Brighenti, è un complesso lavoro di traslazione che diventa interpretazione ed eredità emotiva: il teatro è, infatti, un gioco di specchi in cui l’attore e lo spettatore si immedesimano in vicende significative che si possono liberamente associare a esperienze personali e tradurre in catarsi.
La narrazione biografica non è una lettura cronologica o una cronaca spontanea di eventi, ma il frutto di una profonda elaborazione di memorie e di incontri che contribuiscono fattualmente alla costruzione della nostra identità. Dunque, l’intersoggettività, il sé che si nutre dell’esperienza dell’altro, è naturale protagonista di tutto il Festival, un contenitore di storie, di personaggi reali o immaginari, che ha lo scopo di restituire preziose conoscenze alla comunità, dotandola di sguardo critico e di più affinati strumenti di comprensione della realtà.
In questa cornice è andato in scena Quando ero matto, il reading della novella pubblicata nel 1902 da Luigi Pirandello, interpretato da Dimitri Frosali, storico attore della Compagnia di produzione teatrale Arca Azzurra, e da Paolo Ciotti, regista e attore di Cantiere Obraz. I due, sotto i coni di luce di Thomas Harris, hanno narrato al leggio la doppia identità conflittuale di Fausto Bandini, l’uomo diviso tra i modelli sociali convenzionali, cinici ed utilitaristici e la sua indole altruistica che lo ha portato alla rovina, ma gli ha anche permesso di conoscere l’esperienza svagata della speranza e della felicità. ll duello interno tra l’identità soffocata e la maschera necessaria a integrarsi in un sistema spietato di egoismi ed espedienti di sopravvivenza, si articola attraverso frequenti digressioni in un trascorso a cui Bandini sembra, almeno apparentemente, aver rinunciato per uniformarsi al contesto in cui vive, segnato indelebilmente dal tradimento dei suoi affetti più cari, che hanno dilapidato senza scrupoli i suoi beni. Eppure, troppo spesso il personaggio rammenta nostalgicamente di essere stato matto e di aver vissuto, solo allora, una vita tanto serena da non sembrare esattamente una pazzia. Sopravvivere alle illusioni infrante diventa certo una magra consolazione e il protagonista è costretto a convincersi continuamente della maschera costrittiva e insalubre che deve indossare per apparire savio, in un contesto sociale effettivamente malato.

Ciotti e Frosali impersonano il contrasto tra passato e presente del protagonista, in un dialogo che mostra chiaramente la scissione di personalità del personaggio, traumatizzato da tragici accadimenti e in preda a un meccanismo di difesa estremo, che respinge alcuni aspetti della sua personalità, demonizzandoli. Gli attori danno voce alla frantumazione dell’io, uno dei temi centrali di tutta l’opera di Pirandello, con calibrata padronanza, agilità ritmica e una modulazione espressiva sufficiente, da sola, a convertire l’ascolto della lettura umoristica in efficace esperienza.
Alla maschera come strumento fallimentare di mistificazione dell’identità si è dedicato anche Michele Santeramo, l’autore teatrale, finalista premio UBU, che ha realizzato un laboratorio intensivo sull’improbabile metamorfosi di Arpagone, L’avaro di Molière, già ispirato al celebre Pantalone della Commedia dell’Arte. Il drammaturgo ha proposto una storia di adattamento del personaggio seicentesco, restituendocelo ancora vile, arido e ossessionato dal denaro, ma in un contesto contemporaneo e non così distante dalle più drammatiche realtà del nostro tempo, in cui la crudeltà e l’arrivismo si nascondono dietro fragili facciate di falso impegno sociale.

Da tempo la scrittura di Santeramo si focalizza sui personaggi delle grandi opere teatrali, che riporta sul palco per metterle in discussione insieme agli attori interpreti e anche agli spettatori, che sono sempre considerati parte attiva della scena. Il laboratorio, che ha visto la partecipazione di Margherita Cecchi, Elisa Bellu, Giulia Moro, Emma Bani, Filippo Macigni, Cristiano Burgio e Ciro Donadio, ha dato vita a una piccola comunità di lavoro guidata dall’autore per una intera giornata, fino alla lettura scenica serale. L’esercizio della pratica drammaturgica si è principalmente incentrato sui ritmi della narrazione scenica e sul sottotesto implicito; i partecipanti hanno discusso la trama e i personaggi fino a interiorizzare una valida immedesimazione nei ruoli. Ma è la profondità dei temi sviscerati ad aver toccato il pubblico; il protagonista, Arpagone, interpretato dallo stesso Santeramo, si presenta subito dichiarandosi cambiato, non più in cerca delle ricchezze perdute, ma impegnato a fare del bene a giovani coppie senza figli. L’uomo cinico, anche nella sapiente impostazione del tono della voce, è diventato un trafficante di minori ed è pronto a venderli al miglior offerente, anche sottraendoli a genitori in difficoltà economica. Pur di guadagnare è disposto a tutto, forse persino a rinunciare all’amore, quando il traffico di vite può mutarsi in traffico d’organi, con guadagni ben superiori al valore che attribuisce alle persone.
Tuttavia, qualcosa in lui è combattuto, non certo grazie alle coppie di disperati cui elargisce o sottrae la prole come fosse merce, ma per un più alto conflitto di interesse. L’amore per una giovane ragazza, che miracolosamente lo corrisponde, vale di più di una considerevole cifra di denaro? La scelta del personaggio rimane incerta fino all’ultimo momento, quando pare stia per cederla ai suoi assassini, che hanno bisogno di un cuore sano per il figlio, ma poi tutto viene stravolto da un bisogno più alto, che il personaggio sembra realizzare in coscienza.
Il talento interpretativo di Santeramo si manifesta con assoluta certezza in una scelta stilistica che non dice, non enuncia, non rappresenta, ma attraversa tutti gli stadi dell’incertezza e della perplessità, in una elaborazione interiore che traspare chiaramente. Come il cacciatore della famosa fiaba di Biancaneve, accecato dalla purezza d’animo della giovane, rinuncia a sottrarle il cuore per colmare la sua sete di potere, forse perché, effettivamente, non esiste potere più grande dell’amore.
La lettura scenica, che ha visto tutti i partecipanti seduti davanti ad un leggio, se dapprima poteva apparire di complessa e innaturale dinamicità, grazie alla caratura del testo, ai conflitti sollevati e alla suspense suscitata, ha conquistato una tale intensità da catturare la platea, spesso interpellata, in un teatro a piene luci accese.
Santeramo ha raccontato l’identità come entità suscettibile di cambiamento grazie all’incontro con l’altro, con il diverso, con quello che non avevamo considerato possibile e che invece ci trasforma. D’altronde, non esiste un io senza un tu, come affermava il filosofo Martin Buber nella sua opera del 1923, Ich und Du, e la protagonista assoluta delle nostre vicende è sempre e comunque la relazione umana.
QUANDO ERO MATTO
di Luigi Pirandello
con Paolo Ciotti e Dimitri Frosali
luci e costumi Thomas Harris
produzione e Regia Cantiere Obraz
foto di Emilio Trambusti
editig Thomas Harris
ARPAGONE
di e con Michele Santeramo
liberamente ispirato a L’Avaro di Molière
con Margherita Cecchi, Elisa Bellu, Giulia Moro, Emma Bani, Filippo Macigni, Cristiano Burgio, Ciro Donadio
Teatro di Cestello, Firenze | 19 – 22 febbraio 2026
*PAC LAB è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.




