RENZO FRANCABANDERA | L’eccezionalità della tournée italiana del collettivo canadese People Watching, partita il 20 febbraio 2026 al Teatro Alfieri di Asti per poi toccare Bologna, Cattolica, Concordia e Correggio grazie alla sinergia tra Fondazione Piemonte dal Vivo e ATER Fondazione, risiede non solo nella qualità virtuosistica dei suoi interpreti, ma nella sua capacità di incarnare una delle tendenze più significative della performing art contemporanea: la dissoluzione dei confini disciplinari a favore di una scrittura scenica corale, in cui si fondono le tendenze tel teatro danza di derivazione espressionista e il contributo al segno coreografico del nouveau cirque. Play Dead, fin dal suo esordio nel 2023, si è imposto come un’opera capace di rimarcare e spingere ulteriormente in avanti il linguaggio del circo contemporaneo, allontanandolo dalla mera esposizione di abilità tecnica per trasformarlo in un dispositivo di indagine esistenziale, in cui l’acrobazia diventa sintomo e metafora della complessità delle relazioni umane, e riportandolo ai fasti dei lavori dei primi Peeping Tom, di Zimmermann e de Perrot.

Nato dall’incontro di sei artisti provenienti da realtà come il Cirque du Soleil e The 7 Fingers, il collettivo People Watching ha sviluppato il proprio immaginario durante l’isolamento globale del 2020, un dato biografico che non può essere letto come mera circostanza aneddotica, ma piuttosto come il nucleo genetico della loro ricerca. La distanza forzata e l’impossibilità del contatto hanno generato, per reazione, un’urgenza insopprimibile di esplorare nuove forme di intimità e connessione scenica. Si tratta di spettacoli che nascono da quella domanda su come condividere la prossimità quando il mondo è costretto a negarla.
Questo imprinting originario si riverbera in ogni fotogramma di Play Dead, dove i sei interpreti non si limitano a eseguire numeri acrobatici in sequenza, ma abitano uno spazio domestico – un salotto con divano, armadio, tavolo e sedie – trasformandolo in un campo di battaglia emotivo, in un laboratorio di micro-eventi relazionali che confluiscono l’uno nel successivo e che si estrinsecano in gesti particolarissimi ed esemplificativi, affidati alla mimica corporea portata al suo estremo ginnico.
Siamo davanti a un mosaico di frammenti narrativi non lineari, un caleidoscopio di situazioni che oscillano tra il grottesco e il tenero, l’assurdo e il lirico. La drammaturgia del corpo fa emergere il segno danzato da un caos domestico organizzato, lasciando spazio a tableaux vivant di straordinaria potenza. Si intuiscono, ma senza didascalia, triangoli amorosi, si assiste a dialoghi muti fatti di torsioni e sguardi, si osserva il reiterarsi di un gesto fino alla sua estrema, grottesca conseguenza, in un meccanismo di straniamento che deve molto alla lezione del teatro dell’assurdo. La scena iniziale in cui Natasha Patterson, ascoltando un interlocutore logorroico, accentua i cenni del capo fino a trasformarli in una contorsione da esorcismo, è emblematica di questa capacità di portare alla luce le tensioni inespresse e le dinamiche di incarnazione dell’isteria relazionale che si annidano nei gesti più quotidiani.
A livello estetico, Play Dead si distingue per una raffinatezza visiva particolarissima, che rimanda tanto alla lezione teatrale di Marthaler quanto al cinema di Anderson, associando le immagini al tenebrismo e al naturalismo della pittura seicentesca, creando un cortocircuito temporale che proietta lo spettatore in un senza tempo onirico. Questo effetto è amplificato dal mirabile lavoro sulla luce di Émile Lafortune, il cui disegno raggiunge l’apice in una sequenza centrale di straordinaria bellezza: una coreografia di gruppo eseguita quasi completamente al buio, di cui vengono rivelati solo frammenti grazie a un fascio luminoso che si sposta dall’alto, come un riflettore che scruta nell’oscurità. Un vero e proprio capolavoro illuminotecnico, che trasforma il palcoscenico in una tela su cui il movimento emerge e scompare in un gioco di apparizioni e dissolvenze.
Ciò che colpisce è la perfetta osmosi tra la dimensione performativa e quella più squisitamente tecnica. Gli attrezzi del circo – i piatti cinesi, le bottiglie di vetro – non vengono esibiti come tali, ma si mimetizzano nell’arredo domestico. I piatti che inizialmente servono per apparecchiare la tavola iniziano improvvisamente a roteare su lunghi steli, mentre lo sguardo degli altri personaggi si congela in una sospensione straniante. Le bottiglie, allineate sul tavolo, diventano il supporto per un equilibrismo che trattiene il fiato in sala e che fa scrosciare gli applausi del pubblico del Teatro Duse a Bologna. La stessa architettura dello spazio viene sovvertita: il tavolo perde due gambe e si trasforma in una rampa inclinata, l’armadio diventa un volume da scalare in una sequenza di zigzag e appoggi impossibili che ridefiniscono il rapporto tra corpo e oggetto. Questi elementi non sono attrezzeria scenografica, ma parte integrante di una messa in scena misurata in ogni gesto in cui il controllo assoluto del movimento convive con l’apparente casualità della vita quotidiana.
Il collettivo People Watching, recentemente nominato artista associato alla prestigiosa Usine C di Montréal per un biennio, è un interessantissimo modello emergente di creazione orizzontale e partecipata. L’assenza di una regia unica e la natura collettiva del processo creativo non appaiono nel risultato finale un vezzo, ma la condizione stessa per generare quella “connessione” che gli artisti che vi partecipano si pongono come obiettivo primario, anteponendola alla “grandiosità”, che pure resta presente. In un panorama artistico spesso polarizzato tra la spettacolarità tecnologica e la ripetizione dei classici, Play Dead si distingue: parla al pubblico di corpi che cadono e si rialzano, che si cercano e si respingono, che danzano sull’orlo del precipizio come si fa sull’ultima canzone prima che la festa finisca. L’arrivo in Italia, reso possibile dall’incontro tra due Circuiti regionali e dalla partecipazione alla vetrina internazionale CINARS, offre finalmente al pubblico italiano l’opportunità di confrontarsi con una delle voci più originali e mature della nuova scena performativa internazionale.
PLAY DEAD
direzione artistica e Performance Ruben Ingwersen, Jérémi Levesque, Natasha Patterson, Brin Schoellkopf, Jarrod Takle, Sabine Van Rensburg
set Design Emily Nicole Tucker
sound Design Colin Gagné
musica Michal Aloni, Francisco Cruz, Olivier Landry-Gagnon, Stefan Boucher
lighting Design Émile Lafortune
costumi Camille Thibault-Bédard, Catherine Veri, Jonathan Saucier, Paul Rose
carpenteria Alastair Davies, Atelier Moa
assistenza drammaturgica Peter James, Isabelle Chasse, Gypsy Snider
international Representation Aurora Nova
production & Tour Management Léah Wolff
finanziato da Conseil des arts et des lettres du Québec, Canada Council for the Arts, Conseil des arts de Montréal
support The 7 Fingers, La Compagnie des Autres, White Wall Studio, Patro Villeray, Phantom Theater
La tournée italiana si rende possibile grazie alla partecipazione alla Biennale CINARS (Conférence INternationale des ARts de la Scène) 2024 di ATER Fondazione e Fondazione Piemonte dal Vivo su invito della Delegazione del Québec in Italia.
Teatro Duse, Bologna | 23 febbraio 2026





