ELENA SCOLARI | Stiamo ancora girando intorno ai bastioni di Orione. Philip Dick con il romanzo Anche gli androidi sognano pecore elettriche (1967) e ancor più Ridley Scott con il film Blade runner (1982) a esso ispirato, ci hanno inchiodato lì, davanti alle porte di Tannhäuser, bloccati da alcuni decenni a fissare i raggi B. Poi sono arrivati anche altri lungometraggi, come Her di Spike Jonze (2013): in queste storie fantascientifiche (sempre meno fanta, ormai), il protagonista si innamora di un robot con fattezze di donna, sempre piuttosto bella, per accidente: il replicante di Blade runner era Sean Young e l’umanoide di Her, Scarlett Johansson. Non risultano donne invaghite di androidi maschi, son sempre un po’ più sveglie, si sa.
La questione del rapporto tra umani e non-umani si è complicata vieppiù negli ultimi anni, con il maggior grado di raffinatezza raggiunto dall’Intelligenza Artificiale e dai robot antropomorfi. Qui si inserisce, in maniera profondamente poetica e molto poco tecnica, lo spettacolo The Employees di Łukasz Twarkowski, ispirato a un romanzo della scrittrice e poetessa danese Olga Ravn e appena programmato al LAC di Lugano.

Del regista polacco, anche videoartista internazionalmente riconosciuto, si è molto parlato, in Italia, in merito al monumentale Rohtko, visto nell’ambito della seconda edizione del Festival Presente Indicativo, organizzato dal Piccolo Teatro di Milano nel 2024. I due lavori hanno un impianto strutturale (curato da Fabien Lédé) molto simile: scena divisa in due fasce, quella superiore occupata da grandi schermi sui quali vediamo quello che avviene nella fascia sottostante, abitata dagli attori in carne e ossa e ripresi da operatori video di straordinaria bravura (Adrien Cognac, Adam Kuznowicz, insieme a una squadra artistica assai numerosa). Questa volta l’edificio scenico è però un cubo, le quattro facce sono come abbiamo descritto e il pubblico è disposto su quattro tribune intorno al “monolite”. La scatola è chiusa, i performer entrano ed escono dalla metà inferiore tramite porte o tende e li vediamo come in un acquario, e in effetti sono dentro a un esperimento o, per essere più precisi, sono l’esperimento: si trovano a bordo di un’astronave, nello spazio, occupati (sono employees) non si sa bene a far che, ma sotto la costante osservazione della “Organizzazione”.
Cosa c’è di speciale in questa missione? Gli individui che vediamo sono un gruppo misto in cui ci è impossibile distinguere tra umani e umanoidi. Ognuno di loro ci è stato presentato all’inizio, in interviste doppie in cui ciascuno dialoga con il proprio sosia artificiale. Cadetto con lettera e numero è un umano, cadetto con solo numero è non umano. Finite le presentazioni non possiamo più sapere in chi scorre sangue e in chi circuiti. Possiamo intuirlo, solo in alcune circostanze. E molto della questione sta proprio qui: umani che si avvicinano affettivamente – per attrazione ma soprattutto per solitudine – agli androidi (e ginoidi?) e androidi che cominciano ad avere la sensazione di essere “nati” e quindi a sentirsi vivi.
I sei interpreti – Dominika Biernat, Daniel Dobosz, Maja Pankiewicz, Sonia Roszczuk, Paweł Smagała, Rob Wasiewicz – sono incredibilmente bravi, sono attori che incarnano un tipo di recitazione diverso da quello che, ancora, possiamo intendere con “teatrale”: il loro agire non è quello di un attore/attrice che viene ripreso/a in video mentre recita a teatro, è piuttosto quello di chi recita insieme alla videocamera, in un rapporto stretto con l’operatore e perfettamente conscio che il proprio viso sarà visto in formato gigante sullo schermo, quasi come al cinema. Dico quasi perché chi riprende è vicinissimo, è dentro il lavoro e ne è parte fondamentale.
Questo è il primo degli aspetti in cui individuo la peculiarità di Twarkowski, il secondo ne è la causa ed è il modo di intrecciare i linguaggi e di utilizzare il video (diverso dallo stile di Milo Rau o di Caroline Guiela Nguyen o di Agrupación Señor Serrano, per citare alcuni tra i contemporanei più interessanti): il regista polacco crea un tipo di espressività attoriale nuova, intima e penetrante, e crea anche un alfabeto comunicativo basato su una fusione di mezzi mai giustapposti ma sempre integrati. Il doppio livello visivo e di interpretazione ne forma un terzo, non chiaramente definibile ma percepibile dallo spettatore.
C’è poi la questione spaziale, non trascurabile ma che personalmente trovo meno significativa. All’inizio di The Employees compaiono alcune istruzioni sugli schermi: ci avvertono che è consentito invadere il perimetro intorno al cubo, anche durante le azioni (ma nessuno lo fa), e che ogni mezz’ora circa (sulle quasi tre totali) ci saranno pause di tre minuti in cui l’azione si fermerà e il pubblico potrà spostarsi, alzarsi, sdraiarsi, ballare, anche insieme agli attori. E questo un po’ succede, ma quanto al variare il senso della fruizione pare un elemento poco incisivo. Si crea una maggior sensazione di comunità, qualcuno balla i ritmi techno, altri salutano un amico, molti si sgranchiscono ma insomma, niente di “spaziale”. Rispetto al sentirsi dentro un ambiente, l’alchimia era più riuscita in Rohtko, dove, nonostante la tradizionale divisione palco/platea del Teatro Strehler, la forza narrativa dello spettacolo trascinava dentro al ristorante newyorchese di Mr Chow.
Nello spettacolo ci sono sottoinsiemi di pensieri e conversazioni su molte cose, sugli oggetti (ma perché quella specie di budino mistico nella teca acquatica?); su sapori e odori: gli astronauti sono costretti a mangiare tutti i giorni gnocchi giapponesi tondi e insapori; sui ricordi, falsati o creati dalle emozioni. Divertente la conversazione contra homines tra proiettori, anche loro con un’anima, sono oggetti tanto diversi dagli androidi?
Ma il vero nucleo sono le relazioni, l’amore, il sesso, la ricerca del contatto e del corpo dell’altro. Sorvolando sui superflui tableaux vivants ispirati a quadri famosi della Storia dell’Arte, c’è molto corpo, in questo lavoro, è evidente che è ciò che ci fa umani. Infatti dal corpo e dai sensi passa la sensazione più intensa: la fortissima vibrazione delle poltroncine causata da suoni bassi emessi ad alta potenza nella sequenza climax – in cui si perde anche il filo drammaturgico dei fatti – è un effetto che senz’altro ricorderemo.
Il tempo di The Employees è dilatato, rado (anche grazie alle belle musiche di Lubomir Grzelak) e questo è un topos della fantascienza cinematografica, qui adottato: nello spazio c’è silenzio, c’è il vuoto, il susseguirsi degli eventi non è mai forsennato come sulla Terra, sembra sempre che ci sia una rarefazione che induce all’introspezione. Certo, aiuta ad aumentare l’effetto oracolare di alcune battute del testo, nel quale si indulge anche a qualche banalità tra l’olistico e il profetizzante.
Lo spettacolo fa pensare, costringe a pensare, ed è già molto. Al fondo, gli interrogativi che si pongono Olga Ravn e Twarkowski sono le grandi domande esistenziali di sempre, calate nel contesto di oggi, in cui si presentano addentellati nuovi, certo, ma lì, davanti ai bastioni di Orione noi ci stiamo ancora chiedendo chi siamo e dove andiamo, dove finisce la vita, cos’è la coscienza, quale rapporto abbiamo con il nostro io profondo e con il tutto.
Il resto sono dettagli.
THE EMPLOYEES
di Olga Ravn
traduzione dal danese Bogusława Sochańska
adattamento e drammaturgia Joanna Bednarczyk
regia Łukasz Twarkowski
con Dominika Biernat, Daniel Dobosz, Maja Pankiewicz, Sonia Roszczuk, Miron Smagała (video), Paweł Smagała, Rob Wasiewicz, Małgorzata Hajewska-Krzysztofik (ospite, registrazione audio)
scene Fabien Lédé
costumi Svenja Gassen
disegno luci Bartosz Nalazek
musica Lubomir Grzelak
video Jakub Lech
consulenza sui movimenti Rob Wasiewicz
assistente alla regia Adam Zduńczyk
concept facilitation Szymon Adamczak
operatori di ripresa Iwo Jabłoński, Gloria Grunig
operatore luci Jan Zajączkowski
operatori del suono Damian Kruszewski, Rafał Szydłowski
operatori video Adrien Cognac, Adam Kuznowicz
direttore di produzione Monika Balińska
stage manager Zuzanna Prusińska
assistente di produzione Aleksandra Urban
modelli e oggetti Katarzyna Rytka
realizzazione scene Piotr Szczygielski
creazione costumi Aleksandra Andrychowicz
foto di scena Natalia Kabanow
produzione STUDIO teatrgaleria
Teatro LAC, Lugano | 19 febbraio 2026






