OLINDO RAMPIN | Forse è una illazione la nostra, ma l’interesse generato dalla visione di Recollection of a falling di Spellbound Contemporary Ballet ci sembra sia soprattutto frutto di un fatto “casuale”. Il fatto casuale è l’imprevedibilità con cui si connettono i due pezzi tra loro diversissimi di cui si compone lo spettacolo, visto al Teatro Ariosto di Reggio Emilia. In modo misterioso e indipendente dalla volontà dei due autori, Jacopo Godani e Mauro Astolfi, la seconda coreografia sembra germinata dalla prima e contrario, quasi ne fosse il rovescio, in vitale quanto imprevista opposizione. Del resto spellbound in inglese significa “stregato”, e una sorta di incantamento ha forse contribuito all’imprevedibile esito di questo lavoro.
Ciò può accadere per lo statuto performativo del teatro e ancor più della danza. I danzatori sono gli stessi nei due lavori, e questa identità amplifica anziché ridurre la diversità linguistica tra le due scritture coreografiche e crea un tramite imprevedibile e rigenerativo tra l’accadimento scenico e il pubblico, con un effetto di parziale ma vitale autonomia dalla creazione stessa. L’opera è in certo senso il frutto imprevedibile del “quanto” di soggettività con cui la corporeità e la mobilità dei danzatori trasformano lo storyboard coreografico, di cui diventano, più ancora di quanto non accada abitualmente, autori oltre che interpreti.

Forma mentis di Jacopo Godani

1. Forma mentis. Jacopo Godani ha escluso in partenza tutte le possibili tentazioni di un coreografo. La seduttività, prima di tutto, sia nelle scene, sia nelle luci che nei costumi. Le danzatrici e i danzatori vestono tute da training e si muovono dentro una scatola scenica disadorna e illuminata senza mistero. Persino la giovinezza dei loro corpi e dei loro volti non risulta sottolineata in chiave attrattiva. Lo spettatore non percepisce, dalla natura dei loro movimenti, più geometrici e puntuti che armoniosi, quel tanto di eroticità che è fatalmente connesso, anche quando è intenzionalmente negato, con il vocabolario coreografico. Tutto sembra privo di intenzionalità estetica.
C’è, è vero, un musicista dal vivo, il fisarmonicista Sergev Sadovoy, interprete della bella partitura di Ulrich Müller, ma il suo apporto, pur decisivo nella relazione con la danza, fino al coinvolgimento diretto dentro una sequenza coreografica, non muta di segno l’ottica della scrittura, che rimane rigorosamente ristretta agli intrecci di torsioni, a coppie, a terzetti, disegnati con febbrile adesione dai danzatori. Ogni tanto qualche gesto resta nella memoria dello spettatore perché sembra scalzare la storia narrata passo passo fino a quel momento. Qualcosa sembra incrinarsi e precipitare, facendo percepire una crisi dentro quell’universo geometrico, quella forma mentis così tersa e trasparente. È il volto più sghembo di una danzatrice, lo sguardo più cupo di un danzatore. Ma è un attimo, tutto torna subito a una lingua razionale, che a volte ricorda un esercizio marionettistico.

Daughters and angels di Mauro Astolfi

2. Daughters and angels. Al rientro dall’intervallo, quando inizia Daughters and angels di Mauro Astolfi si ha subito la percezione di un cambiamento radicale di rotta. Certo, cambia la lingua coreografica, cambia il concetto di scena, di uso delle luci. All’origine di questo lavoro, spiega il coreografo, c’è una ricerca di Isabel Pérez Molina, esperta di women’s studies e women’s history, ma all’ignaro spettatore la fonte ispiratrice può sembrare, con il senno di poi, esterna e “pretestuale”. Quel che invece appare cogente è la rivelazione della espressività di quei corpi, che pochi minuti prima ci era sembrato di conoscere nella loro unica, un po’ meccanica possibilità comunicativa. Invece era l’ottica, diciamo così, naturalistica del racconto coreografico di Godani, che riduceva a tal punto la scrittura da confondersi con la vita.
Ora, un fondale morbido che chiude interamente lo spazio scenico, cangiante nelle sfumature e nei colori a seconda dei cambi di luce di Marco Policastro, è gonfiato dal retroscena. L’effetto, di natura registica, è semplice e potente: un mare-ventre che genera o riassorbe volta a volta danzatrici e danzatori, in numero disuguale. Vestiti dei costumi di Anna Coluccia, appena meno feriali ma informati a una minore occasionalità, trasformano se stessi in persuasivi interpreti di un dramma corale di avambracci, di spalle, di cadute, di prese. A generare questo lessico così strutturalmente altro da quello del pezzo precedente non è però solo il diverso indirizzo tecnico e stilistico, più teatrale, delle scelte di Astolfi, ma la pieghevolezza interpretativa di questa eccellente formazione di giovani interpreti, che mostrano una duttilità e latitudine espressiva degni di lode: Anita Bonavida, Maria Cossu, Filippo Arlenghi, Lorenzo Beneventano, Giuliana Mele, Martina Staltari, Miriam Raffone, Marco Prete, Alessandro Piergentili.

 

RECOLLECTION OF A FALLING

interpreti Anita Bonavida, Maria Cossu, Filippo Arlenghi, Lorenzo Beneventano, Giuliana Mele, Martina Staltari, Miriam Raffone, Marco Prete, Alessandro Piergentili

FORMA MENTIS
coreografia, art direction, luci, costumi Jacopo Godani
musica originale Ulrich Müller
musica dal vivo Sergev Sadovoy
assistente alle coreografie Vincenzo De Rosa

DAUGHTERS AND ANGELS
coreografia e regia Mauro Astolfi
set e disegno luci Marco Policastro
musica originale Davidson Jaconello
costumi Anna Coluccia
assistente alle coreografie Elena Furlan

produzione Spellbound Contemporary Ballet

Teatro Ariosto, Reggio Emilia | 11 febbraio 2026