LAURA NOVELLI | Pinocchio. Che cos’è una persona di Davide Iodice è molto più di un meraviglioso spettacolo. È un tuffo all’indietro che ha qualcosa di spericolato e, insieme, di doveroso. Un atto poetico (e politico) che racconta la fragilità delle vite “extra-ordinarie” – come ama definirle il regista stesso – e al contempo si interroga e ci interroga con un carico di domande dinnanzi alle quali non si può restare indifferenti: cos’è una persona? Cos’è la vita? Cosa sono il male, il dolore, la normalità? Fino a quel leit-motiv salmodiante che puntella l’ultima parte della piéce: e dopo? A porcele sono otto Pinocchi un po’ folletti (Giorgiocchio, Chiarocchia, Arielocchio, Jurocchio, Stefanocchio, Tommasocchio, Gaetanocchio, Federocchio), ognuno portatore di un mondo che ribalta codici e canoni omologanti e che lì, sulla scena, sa diventare un mondo di poesia, di verità, di luminosa presenza. Accanto a loro, madri, padri, cugini, amici: una costellazione di voci e corpi sospesi tra la favola e l’esistenza quotidiana. E poi, uno stuolo di fatine, tra le quali una più magica delle altre, Fata Giovanna con i suoi versi aspri, conigli dal muso nero, un Grillo crocifisso sotto il peso della società e dell’istruzione, Arlecchini e Colombine innamorati, un maestro che qualche risposta fortunatamente ce l’ha. E, soprattutto, un estremo bisogno di suggerire al mondo che è proprio il mondo a dover cambiare.
Frutto di un lungo percorso laboratoriale svoltosi all’interno della Scuola elementare del Teatro – Conservatorio popolare per le arti della scena, un progetto di pedagogia e creazione artistica rivolto a ragazzi e ragazze con disabilità o provenienti da contesti criminali e disagiati che Iodice ha avviato a Napoli nel 2013, il lavoro rappresenta la prima produzione pensata ad hoc per la compagnia che vede riuniti gli allievi e le allieve più “anziani” della Scuola. A dieci anni dai primi laboratori, sostenuti dall’associazione Forgat ODV e condotti dall’artista campano insieme con numerosi collaboratori (tra cui la regista Annalisa D’Amato), arriva dunque questo intenso esito scenico. È infatti il 2023 quando Pinocchio debutta al Campania Teatro Festival. L’anno successivo viene ospitato dalla vetrina Primavera dei Teatri e dal Festival di Narni e, dopo svariate repliche partenopee – al Teatro San Ferdinando, dove è stato visto per PAC da Federica D’Auria, e al Teatro Mercadante – l’approdo alla Biennale di Venezia 2025 segna un traguardo particolarmente emblematico per uno spettacolo che, già vincitore del Premio Speciale Ubu 2024 e del Premio ANTC lo stesso anno, non è semplicemente uno spettacolo. “Un manifesto per e sulla disabilità”, lo definisce Iodice. Un manifesto sommesso, compassato, lirico che, senza pietismo, retorica né patetiche strumentalizzazioni, sa guardare la realtà e sa insegnarci a rivolgerle lo sguardo con occhi nuovi. Ne abbiamo parlato con il drammaturgo e regista (qui anche curatore delle scene e delle luci) a margine delle date romane della pièce, presentata al Teatro India dal 17 al 22 febbraio.
La prima domanda può suonare scontata ma è d’obbligo: perché hai scelto proprio Pinocchio per il debutto della compagnia Scuola elementare del teatro?
La scelta è venuta in modo molto naturale. Pinocchio è una figura “incagliata” dentro di me e che spesso riaffiora. È legata ai ricordi infantili, alle poesie lette, a Collodi certo. Si tratta di un tema molto antico in me, che nel corso degli anni ritorna con insistenza. Ritorna con Carmelo Bene, poi in uno spettacolo fatto anni fa che si chiamava Senza naso né padroni. E poi ritorna in questa forma qua perché emblematizza una serie di questioni che sono centrali nel quotidiano della nostra esperienza con le allieve e gli allievi della Scuola elementare del teatro. Diciamo che loro un po’ si riconoscono in Pinocchio; è un fratello simbolico di queste ragazze e ragazzi così fuori dall’ordinario; appunto, come dico sempre, extra-ordinari. Inoltre, anche tutto il tema della genitorialità che attraversa Pinocchio è un nodo fondamentale per noi, per me, che sono padre di un ragazzo extra-ordinario. Sono queste le suggestioni più importanti che stanno alla base dello spettacolo.

È un lavoro che viene da lontano, la cui preparazione in fondo ha accompagnato i primi dieci anni della Scuola. Cosa ti ha spinto, ad un certo punto, a tradurre il percorso laboratoriale in una vera e propria performance scenica?
Sì, è vero. Questo spettacolo nasce dopo un lungo lavoro. Per dieci anni non ho mai voluto portare in scena i ragazzi. Ho sempre tenuto separata la pedagogia dalla costruzione dello spettacolo, perché fare uno spettacolo è un momento molto stressante. Il laboratorio deve essere giocoforza democratico, mentre la costruzione di uno spettacolo non lo è per sua natura. I nostri attori speciali stanno con noi da tredici anni e ormai sono diventati grandi. Noi li chiamiamo ancora ragazzi ma sbagliamo perché alcuni di loro sono adulti. È una condizione dalla quale bisogna liberarli e bisogna liberare noi stessi da questo sguardo: non dobbiamo vedere in loro dei bambini non cresciuti, che è poi esattamente la favola di Pinocchio. Inoltre, ad un certo punto, abbiamo sentito l’esigenza di accogliere un’utenza nuova, cioè di aprire il progetto – un progetto gratuito per la città – ad altre persone. L’unica soluzione era quindi fare una compagnia: io comincio, faccio un primo spettacolo e poi di anno in anno, finché reggiamo, l’affidiamo ad altri registi, ad altri registe, e la compagnia diventa il luogo degli allievi storici. È un modo per dare continuità al loro viaggio e, al contempo, per fare spazio ai nuovi ragazzi.
E come hai affrontato questo passaggio così delicato con le famiglie degli allievi storici?
Beh, non è stato facile. Ho dovuto dire ai genitori che i loro figli si erano ormai fatti grandi e che non avrebbero più potuto iscriverli alla Scuola elementare del teatro. Poi è arrivata l’idea della compagnia e ne abbiamo discusso insieme. Ho parlato a lungo con loro. Ho spiegato loro che si sarebbe trattato del primo lavoro della Scuola, che per me doveva essere una sorta di manifesto, cioè l’espressione di un punto di vista di chi vive la disabilità quotidianamente, perché qualcosa deve pur cambiare, e che non potevamo esimerci dal tentare di avere un’interlocuzione proprio attraverso il teatro. Pinocchio, come ho già detto, esprime in modo forte anche questo tema della genitorialità e nello spettacolo la scena della balena è particolarmente significativa in tal senso. C’è Geppetto e c’è l’ultima candela e Pinocchio chiede al babbo: Cosa succede? Si spegnerà, gli dice Geppetto. E dopo, cosa succede? Dopo finirà il cibo. È molto disperante la risposta di Geppetto. D’altronde la questione del “dopo di noi”, che per noi è cogente, era da affrontare insieme, e lo abbiamo fatto. Prima di arrivare allo spettacolo, c’era un percorso da fare insieme alle ragazze e ai ragazzi, ma anche insieme ai genitori, perché per gli allievi il teatro è un modo di emanciparsi dalla disabilità, ma anche noi come genitori di figli disabili ci dobbiamo emancipare nella e dalla disabilità.
Hai parlato della scena della balena. Lo spettacolo è costellato di momenti molto intensi: penso al funerale della fata, al teatrino, al grillo crocifisso, ma ne potrei citare molti altri. Come si è andata costruendo la drammaturgia?
Come sempre nel mio teatro, procedo per sollecitazioni. Scuoto l’albero e aspetto che il frutto cada da solo. Mi baso essenzialmente sui flussi energetici che partono dal training fisico ed emotivo e poi dentro questo lavoro si innestano delle immagini, delle visioni, dei temi e si comincia a costruire poco alla volta, inserendo progressivamente anche dei prototipi di oggetti. Sono sincero quando dico che lo spettacolo si è fatto da solo; riesco a parlare anche della bellezza di questo spettacolo, della sua forza, perché non l’ho fatto io. Lo considero, piuttosto, il precipitato emotivo di un collettivo che a un certo punto si è formalizzato. Tanti contributi sono arrivati dai genitori. Cito solo i pezzi altamente poetici scritti da Giovanna Silvestri, la mamma di Federico. In scena con i ragazzi e le ragazze ci sono care givers bravissimi. Alcuni sono attori e attrici nati. Quando, ad esempio, penso alla prova di Renato Tognaccini, il padre di Jurij, o di Patrizia De Rosa, la mamma di Giorgio, mi vengono i brividi.

Una delle qualità dello spettacolo che mi ha particolarmente colpito è, infatti, proprio l’alto livello di consapevolezza teatrale di chi recita. Come hai guidato gli interpreti per permettere loro di raggiungere questa forte capacità di presenza scenica?
Anche rispetto a questo c’è stato, ovviamente, un grande lavoro. Come ho detto, si tratta di un percorso che con alcuni degli interpreti va avanti da dieci anni, con altri da meno tempo, ma comunque negli ultimi due anni il laboratorio ha avuto uno sviluppo decisivo. Nella mia pratica pedagogica cerco di inculcare l’idea che il punto fondamentale non è andare in scena, ma “essere” in scena. Si tratta, diciamo, di una questione che secondo me riguarda qualsiasi attore, attrice, performer. “Essere”, “esserci” è tutto, è fondamentale e loro ci riescono benissimo. Sono strepitosi. Li devi solo proteggere. Devi fornire loro un passamano su cui appoggiarsi, ma poi sono così pieni e felici di questo momento.
Al pubblico arriva totalmente questa pienezza. Questa felicità. Cosa credi sia cambiato in voi artisti, operatori, pedagoghi nel corso del lavoro? E cosa nei ragazzi?
Posso dire che noi acquisiamo una consapevolezza sempre maggiore delle possibilità degli allievi e quindi siamo impegnati a seguirle, a lasciarle esprimere. Infatti, il secondo spettacolo della compagnia, che è Alice, il mondo alla rovescia (andato in scena lo scorso 30 dicembre al Ridotto del Mercadante all’interno delle celebrazioni per Napoli 2500, ndr), segna una sorta di upgrade, un passo ulteriore, perché in scena i ragazzi sono senza genitori. Sono assolutamente liberi nella loro anarchia; il che, da un lato, è una cosa meravigliosa, dall’altro, un fiume di energia che può andare fuori controllo. Quindi, per rispondere alla tua domanda, direi che ci stiamo assumendo sempre di più il rischio della libertà. Ciò vale anche per me, come regista, nel senso che se nel Pinocchio la formalizzazione, a un certo punto, ha fatto un passo indietro, qui arriva a livelli più alti. All’inizio i ragazzi hanno lavorato con Annalisa D’Amato, che doveva firmare la regia, sul tema dello specchio e su altri snodi cruciali, a partire anche da Carroll ovviamente. Poi Annalisa purtroppo non ha avuto più la possibilità di seguire il processo e quindi sono subentrato io, proprio nella fase di costruzione dello spettacolo. Ho deciso di lasciare sotto traccia il tema di Alice e di lavorare principalmente sul rovesciamento, appunto, sull’idea di un mondo capovolto, e intendo capovolto in senso negativo. Il percorso ha toccato temi profondi per i ragazzi (ad esempio: quando mi guardo allo specchio, vedo…), per poi aprirsi ad una riflessione sul tempo contemporaneo. Dal punto di vista espressivo e stilistico ho alzato molto l’asticella. Alice è proprio uno spettacolo, quindi formalmente è più difficile da sostenere.
Immagino sia difficile da sostenere anche l’organizzazione relativa alle repliche, alla tournée, agli spostamenti. In che modo gestite tutti questi aspetti logistici?
Per ora Alice ha fatto solo una data, una sperimentazione in anteprima; ce lo stanno già chiedendo diverse realtà e capiremo come fare perché abbiamo anche la tournée di Pinocchio. La gestione della compagnia la cura Ilenia De Falco di Interno 5, senza la quale noi non riusciremmo a fare niente. Ilenia si occupa della distribuzione, della gestione della compagnia e ora deve comporre un calendario delle nostre attività. Per Pinocchio questo calendario deve essere fatto su misura dei genitori, perché i genitori rischiano di essere licenziati a causa delle troppe assenze dal lavoro. La scorsa estate siamo andati a Venezia, a febbraio a Roma e Torino, ora abbiamo davanti a noi Milano, Savona, Modena e chiuderemo le repliche a Budapest (al National Theatre, dal 7 all’11 maggio, ndr). Ci sono dei problemi logistici non indifferenti, ma il nostro primo obiettivo resta quello di far vedere il mondo ai ragazzi. Per la stagione successiva dobbiamo organizzare la tournée nei fine settimana per non far prendere troppe ferie ai genitori. E avremo anche le repliche di Alice. Per questo spettacolo il passaggio in più che voglio fare è quello dell’affidamento completo della compagnia. Nel senso che i genitori non solo non saranno in scena ma non verranno neanche ad accompagnare i loro figli. Facciamo un passo verso l’autonomia, che è faticoso, complesso, ma va fatto.
Tu ti sei trasferito da qualche tempo a Modena e sei già attivo in alcuni importanti progetti promossi da ERT. Il modello della Scuola elementare del teatro e della relativa compagnia nasce a Napoli: possiamo dire che sia un modello esportabile?
Direi di sì. Ovviamente io sono molto legato a Napoli. Subito dopo aver finito l’Accademia Silvio D’Amico, ci sono tornato. Sono andato all’estero, ho fatto tantissime cose, ma poi ho sempre deciso di tornare nella mia città. Adesso, a 57 anni, la lascio. E la lascio in primo luogo per mio figlio, un ragazzo extra-ordinario, come ho già detto, che ha iniziato un percorso universitario. E proprio per permettergli di studiare, mia mogie (la scrittrice Valeria Parrella, ndr) ed io ci siamo dovuti trasferire perché in Campania, purtroppo, c’è un ritardo strutturale molto forte rispetto a quanto succede in Emilia Romagna, una regione da sempre all’avanguardia sul fronte dell’istruzione e dell’integrazione sociale. Quindi mi trovo a vivere una specie di paradosso, cioè aver impiantato un progetto importante nella città dove sono nato e cresciuto e, al contempo, dover sostenere mio figlio, così come sostengo i figli degli altri, lontano da Napoli. In questa dualità si annidano delle scelte difficili però si annida anche una spinta all’autodeterminazione, perché la Scuola elementare del teatro è un’APS, un’ Associazione di Promozione Sociale nella quale io non sono voluto entrare, perché ho sempre detto alle “guide”, chi lavora cioè nel coordinamento dei laboratori, che questo progetto sarebbe dovuto esistere a prescindere da me. Loro infatti si sono formati su una metodologia precisa e adesso anche loro sono diventati grandi e possono agire autonomamente. Io ovviamente ho mantenuto un ruolo di supervisione: vado a Napoli almeno una volta al mese, faccio delle masterclass e seguo personalmente tutte le prove decisive degli spettacoli.

Su quali traiettorie si collocherà la tua collaborazione con ERT e cosa puoi dirci del progetto di alta formazione per giovani attori e attrici La magia dell’umano che, nata all’interno della Scuola di Teatro Iolanda Gazzero, vede Elena Di Gioia e te come curatori?
Modena ed ERT mi hanno accolto, come sempre, benissimo. Sono diventato un “artista di casa” per cui abbiamo attivato alcuni processi di produzione che mi vedranno impegnato almeno fino al 2028. Stiamo progettando una serie di eventi sui quali non posso ancora anticipare nulla, a parte il fatto che, seguendo proprio la mia specifica linea di lavoro, saranno disseminati in luoghi diversi del territorio, avranno una decisa ricaduta nella realtà e coinvolgeranno in modo diretto gli allievi che formeremo con i nuovi percorsi pedagogici. Arrivo perciò proprio a La magia dell’umano (bando in scadenza l’8 marzo, ndr). Si tratta di un’esperienza di alta formazione che avrò l’onore di dirigere e che sarà affidata a maestri straordinari come Emma Dante, Danio Manfredini, Armando Punzo, Francesca Della Monica, Raffaella Giordano, Rossella Menna, Fabiana Iacozzilli. Diciamo che ho voluto costruire una squadra pedagogica composta da artisti che sento molto affini. Emma è praticamente mia sorella. Danio è un maestro assoluto. Con Armando e Fabiana c’è grande sintonia. Raffaella Giordano è stata per me una figura fondamentale: è la persona che mi ha insegnato che bisogna lasciarsi guardare, non farsi vedere. Insomma, ci saranno vari cicli di lezioni affidati a questi grandi docenti; da parte mia curerò l’interconnessione tra i diversi interventi pedagogici e, soprattutto, lavorerò, in seguito, con gli allievi e le allieve del corso. Motivo per cui mi auguro che al bando partecipino attrici e attori che hanno una vocazione alla drammaturgia, alla regia, perché io cercherò di comporre un gruppo di creazione all’interno del quale recitazione, drammaturgia e regia saranno fortemente unite, complementari. D’altronde è proprio ciò su cui si fonda la Scuola elementare del teatro: un’officina dove tutto avviene collettivamente e dove la costruzione degli spettacoli passa attraverso un’autorialità totale.
Questa attenzione per il team, per il lavoro di squadra, emerge anche nel documentario di Rai Cultura Davide Iodice. Pinocchio e gli altri curato da Felice Cappa e coprodotto dalla Rai insieme con la Biennale di Venezia. Un ulteriore affondo nel tuo mondo artistico e nella poetica verità del tuo Pinocchio. Quali pensieri ed emozioni ti ha suscitato la sua visione?
È un prodotto molto bello, nel senso che a me sembra persino troppo, sinceramente. Mi pare un regalo enorme che mi è stato fatto. Felice che è una persona molto competente, con uno sguardo intelligente sulle cose. In realtà io avevo capito che doveva essere un piccolo intervento, dentro una costellazione di interventi più ampi, dedicati ai grandi maestri che la Biennale celebrava in questo settantacinquesimo anno dalla prima edizione. In effetti ho rilasciato un’intervista che si concentra soprattutto sulla ricerca dei nessi con alcune fondamentali esperienze del passato. Il discorso però si è ampliato e, al contempo, si è concentrato molto sul mio percorso. Felice è stato così sensibile da articolare una tessitura visiva e narrativo per me molto utile, perché ha individuato le relazioni tra il mio lavoro, in Pinocchio ma anche in generale, con alcuni grandi artisti, in particolare con quelli che io considero i miei maestri più diretti, più frequentati, cioè Leo de Berardinis e Carmelo Bene.
Parlando di Carmelo Bene non si può non tornare proprio a Pinocchio. Prima hai detto che lo spettacolo di Bene entra, insieme con molti altri materiali, in questo primo spettacolo della compagnia Scuola elementare del teatro. Potresti spiegarci meglio in che senso?
Ho avuto la fortuna di avere un contatto molto stretto con Carmelo Bene e con la sua genialità. Ma ci sono arrivato attraverso un percorso del tutto particolare. Tiziano Fario, il mio scenografo e altro mio grande maestro, quello che io considero il mio gemello artistico, è stato lo scenografo di Carmelo Bene per tanti anni. All’inizio della mia carriera, proprio per seguire Tiziano, cominciai a fare mille lavori e imparai da lui a costruire le maschere. In pratica, ero il suo assistente scenotecnico. Anche nella seconda edizione del Pinocchio di Bene ho aiutato Tiziano a realizzare le maschere e ho seguito tutti passaggi che andavano dalla loro progettazione alla realizzazione vera e propria; erano maschere bellissime. In seguito, ho proseguito a lavorare come assistente scenotecnico di Tiziano in Macbeth Horror Suite e ho avuto la fortuna di seguire, anche in quel caso, l’intero percorso creativo dello spettacolo, comprese le riprese della Rai a Napoli. In quella messinscena, inoltre, interpretavo anche la strega, cioè stavo chiuso in un armadio e muovevo un velo per delle ore. Ho avuto, insomma, un rapporto molto “materico” con il teatro di Carmelo Bene e credo sia stato un privilegio enorme. Tiziano aveva trovato quella strada per farmi stare dentro a un linguaggio teatrale ineguagliabile e tutto ciò che ho assorbito si è sedimentato dentro di me. Quindi sì: questo Pinocchio ha certamente anche qualcosa di quel vissuto. Di quella che è stata per me una grande esperienza umana e artistica.
PINOCCHIO che cos’è una persona?
ideazione, drammaturgia e regia di Davide Iodice
con Giorgio Albero, Gaetano Balzano, Danilo Blaquier, Federico Caccese, Stefano Cocifoglia, Giuseppe De Cesare, Simona De Cesare, Patrizia De Rosa, Gianluca De Stefano, Paola Delli Paoli, Chiara Alina Di Sarno, Aliù Fofana, Cynthia Fiumanò, Vincenzo Iaquinangelo, Marino Mazzei, Serena Mazzei, Giuseppina Oliva, Ariele Pone, Tommaso Renzuto Iodice, Giovanna Silvestri, Jurij Tognaccini, Renato Tognaccini
compagnia Scuola elementare del teatro APS
partner Teatro Trianon Viviani, Forgat ODV
training e studi sul movimento Chiara Alborino e Lia Gusein-Zadé
equipe pedagogica e collaborazione al processo creativo Monica Palomby, Eleonora Ricciardi
tutor Danilo Blaquier, Veronica D’Elia, Mara Merullo
cura del processo laboratoriale Scuola Elementare del Teatro Aps
versi Giovanna Silvestri
realizzazione scene Ivan Gordiano Borrelli
cura dei costumi Daniela Salernitanocon Federica Ferreri
tecnico audio Luigi Di Martino tecnico luci Mattia Santangelo
direttrice di produzione Hilenia De Falco
foto Renato Esposito
si ringraziano Gabriele D’Elia, Tonia Persico, Ilaria Scarano
produzione Interno 5, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
Teatro India, Roma | 18 febbraio 2026




