CHIARA AMATO e ILENA AMBROSIO | Nello spazio della Galleria Toledo di Napoli va in scena il monologo Elogio della vita a rovescio, scritto e diretto da Daria Deflorian.
In scena c’è la sola l’interprete (nonché collaboratrice al progetto), Giulia Scotti, circondata, ai lati, da quattro mucchietti di sale e, in fondo al palco, da qualche sacco bianco. Il bianco sembra essere il colore da sottolineare, leitmotiv di una sceneggiatura che scaturisce dallo studio e dall’approfondimento di tre testi della scrittrice coreana Han Kang, Premio Nobel per la Letteratura nel 2024: La vegetariana, Libro bianco, Atti umani. “Non si può capire La vegetariana senza Atti umani, e non si può capire Atti Umani senza il Libro bianco“, quindi il racconto si suddivide in tre parti. In esso si mescolano e si alternano diversi punti di osservazione: l’interpretazione di Scotti dialoga con una voce fuori campo dal vivo di Deflorian stessa che spiega, prima, lo studio dedicato alle opere di Han Kang, la passione nata per la Corea, le sue tradizioni, la sua storia politica e poi si affida ai testi citati dell’autrice; infine si concentra sul rapporto tra sorelle. Nelle opere della scrittrice coreana, infatti, la potenza del legame tra sorelle si svela sempre in maniere diverse, spesso giocando sulla relazione tra una sorella che è riuscita a trovare uno spazio nel mondo e un’altra che invece è rimasta schiacciata dalla violenza di quello stesso mondo.

Scotti parla al proprio pubblico con un ritmo lento, sommesso e utilizzando tutto lo spazio del palco: a conclusione della prima parte (dedicata a La vegetariana), simula il volo e il cinguettio di un uccello, citando il fatto che la madre di Han Kang avrebbe voluto reincarnarsi in un volatile, e a quel punto le luci di scena calano. Ma di quel testo viene citato ben poco: l’episodio dell’impossibilità di alzare una serranda e il tragitto della sorella della protagonista verso l’ospedale psichiatrico: un frangente molto toccante nella sua resa scenica, in quanto ogni minimo gesto viene caricato di un pudore tipicamente orientale: la sorella che ce l’ha fatta non vuole far capire a nessuno perché si stia recando in un ospedale psichiatrico, più come forma di cura per la sorella “malata” che per sé stessa.
La seconda parte – dedicata a Libro bianco – inizia con un’introduzione sul contesto di composizione dell’opera e sul metodo di creazione di Kang. Vengono, intanto, svuotati al centro della scena i sacchi di sale: il bianco domina allora il palco, l’interprete sparge quella sabbiolina e ci si rotola dentro, come se fosse tornata bambina e assistesse alla prima nevicata.
La terza e ultima parte – quella che prende spunto da Atti umani – ci immerge nella storia del massacro di Gwangju, cittadina in cui l’autrice stessa aveva abitato fino a poco prima dei fatti. È la storia di una tirannide che spazza via tutto il resto ma è anche la storia di una bambina che si domanda perché sia accaduto ad altri di soccombere e non a sé stessa. E anche qui assistiamo al gioco di riflessi tra due sorelle, perché il riferimento alla sorella è dichiarato: «Tante volte ho fissato i tuoi occhi, come cercando un’immagine in uno specchio buio e profondo», scrive Kang in Libro Bianco, e questa ricerca di un’immagine, lo specchiarsi in essa, traspare in tutto lo spettacolo.
Nel finale si richiama allora il rapporto che si instaura tra i lettori e gli autori, quella simbiosi di sentimenti provati e narrati, facendo sì che non ci sia più un rapporto di estraneità ma anzi di vicinanza. Purtroppo il finale risulta però molto brusco, tanto che il pubblico resta basito prima di applaudire. Si ha una sensazione di mancanza, di vuoto, come se non fosse stato concluso un discorso.

Nel 2024, Daria Deflorian ha dato vita a un adattamento teatrale di La vegetariana confrontandosi con l’impossibilità umana di esistere a questo mondo senza provocare dolore. Elogio della vita a rovescio (debutto nel 2023) può essere considerato quasi uno studio preliminare, dove l’attenzione è sempre sia sul rapporto tra sorelle sia su una serie di personaggi “storti” – come li definisce Deflorian stessa – che però a quello stesso rapporto possono essere ricondotti. Un testo che, pur affrontando temi dolorosi, riesce a essere delicato grazie all’interpretazione di Scotti, che quasi accarezza il palco con il gesto e con la parola. Una intimità e una delicatezza che, a tratti, vengono smorzate dai richiami “filologici” allo studio sui testi dell’autrice, i quali però costituiscono viva sostanza drammaturgica di quello che, in definitiva, è un vero e proprio elogio di Han Kang.
ILENA AMBROSIO | Un elogio, sì, di un universo letterario intero che ha profondamente colpito Deflorian, fin dalla prima lettura e che costituirà una tappa della personale a lei dedicata dal 7 al 19 aprile, al Piccolo di Milano, assieme a La vegetariana, a Memoria di ragazza da Annie Ernaux, e a Chi ha ucciso mio padre di Edouard Louis.
L’abbiamo raggiunta telefonicamente per parlarne direttamente con lei.
Allora, partiamo dal titolo: Elogio della vita a rovescio, un riferimento letterario ben preciso. Quale tipo di cortocircuito c’è stato tra il saggio di Karl Kraus e l’opera di Han Kang?
Il titolo è, in realtà, un’intuizione molto libera, istintiva. È arrivato subito, prima di lavorare più approfonditamente su Han Kang e viene dall’impressione che avevo avuto di La vegetariana, il primo romanzo che ho letto, quello che da subito ho desiderato portare in scena… L’idea di una vita rovesciata: da una quotidianità piuttosto grigia, almeno vista da fuori, grazie a un sogno la vita si trasforma in modo radicale. E in quei giorni di letture e ragionamenti ho notato il libro di Karl Kraus e il suo meraviglioso titolo. Ancora non mi sentivo pronta a sciogliermi in una dimensione più direttamente “hankangiana”, mi è sembrato di poter fare un elogio di quella vita rovesciata senza che tra il libro di Kraus e Han Kang ci fosse una relazione precisa. Un elogio prima di tutto a una figura misteriosa e controversa qual è Yeong-hye nel romanzo della scrittrice sud-coreana.
Parli di La vegetariana ma in questo lavoro, come capita sempre per la tua creatività, non converge soltanto l’immaginario del romanzo ma tutto quello dell’opera di Han Kang. Cosa ha smosso in te questo immaginario? Quali sono i fuochi che si sono accesi? Cosa ti ha messo in contatto con questo mondo?
Lo raccontiamo nello spettacolo, credo. Uso questo plurale perché da una parte ci sono il mio testo, la regia, e dall’altra la condivisione e l’interpretazione di Giulia Scotti, che, come sempre nel mio modo di procedere, non è esterna alla creazione. Lo raccontiamo procedendo per continue associazioni, come infilando le perle di una collana. A partire da una figura ricorrente nelle opere di Han Kang: la sorella. Quello della sorella era, prima di tutto, il ruolo che avrei ricoperto nella versione teatrale del romanzo un anno dopo. Ma poi ci ha colpito ritrovare la stessa figura in Libro bianco, pubblicato da poco da Adelphi: una sorellina vissuta solo due ore che ha segnato la vita dell’autrice, che a lei ha dedicato il suo testo più autobiografico. E poi, lettura dopo lettura, abbiamo intravisto la stessa relazione nel ragazzo raccontato nello splendido e terribile Atti umani dove, per raccontare un massacro, pagina nera della storia della Sud-Corea, lei parte da un legame intimo con una delle tante vittime innocenti. E se in Libro Bianco sente che è viva “al posto” della sorella, in Atti umani succede lo stesso, con il ragazzo che è morto “al posto” suo. Per tutta la vita lei si chiede: Perché io sì e l’altro no? Perché io sì e mia sorella no?
Non solo una relazione primaria, una di quelle da cui non ci si stacca mai, ma anche un rapporto sottile e misterioso tra chi è vivo e chi non lo è più. Han Kang è maestra nel mettere in dubbio questo confine tra chi c’è e chi non c’è, racconta molto bene come tornano in vita le persone che abbiamo perso, come rimangono con noi tutta la vita e come questa relazione sia una relazione aperta.
Per tornare a La vegetariana e quindi al primo romanzo che apre questa infilata di perle, la figura della sorella racconta anche la difficile posizione dell’umano rispetto alla violenza del mondo. Yeong-hye lo mostra molto bene perché è come se, per sradicare la violenza che sente addosso e dentro, dovesse riattraversare una dimensione animale e poi una dimensione ancora meno carnale per arrivare a quella via vegetale in cui lei crede; lei vuole credere di potersi così finalmente liberare non solo dalla violenza attorno a lei ma anche da quella che sente dentro.
Quindi un universo letterario stratificato, pluri-prospettico. In che modo tutto questo si riversa in Elogio?
È chiaro che ripensare a Elogio oggi è diverso da quando l’abbiamo scritto con Giulia, quando ancora non c’era il futuro, non c’era ancora La vegetariana né il Nobel che ha anche messo in primo piano l’opera di questa scrittrice sudcoreana fino a quel momento conosciuta in una – seppur vasta – nicchia di appassionati.
Prima di tutto con Elogio condividiamo con lo spettatore l’esperienza di innamorarsi di una scrittura e di come si finisce con l’immergersi dentro un mondo non tuo. Lo spettacolo comincia proprio con questa ammissione: i miei mesi con Han Kang. Quindi, non parliamo solo di sorelle ma anche di quella sorellanza che nasce tra chi ha scritto un romanzo e chi lo legge, sperando di allargare questa empatia anche tra chi è in scena e chi l’ascolta e la guarda. È un travaso, un travaso di cose comuni, di condivisioni, di scoperte, scivolare continuamente dalla propria vita alla vita di un’altra persona. Questi continui travasi, questo continuo essere con qualcuno che c’è ma che non c’è più, che non hai mai conosciuto dal vivo ma che ti ha cambiato un po’ la vita, sono anche il racconto sull’esperienza dell’essere abitato.
Dentro Elogio c’è anche la scrittura di Han Kang, una scrittura forte, molto stratificata: ogni volta che la rileggi ti racconta cose sempre più complesse, noti delle frasi, dei dettagli che a una prima lettura non avevi colto… una specie di mistero infinito, che non è solo contenuto, che non è solo forma ma è accadimento: per quanto la pagina sembri ferma, ti rendi conto che quella pagina si muove con te. Han Kang supera la dimensione del realismo: tutto è molto reale, lo capiamo, lo conosciamo, ma nello stesso tempo c’è qualcosa tra le righe che è un po’ più in là, a volte sembra lievemente fantascientifico, sicuramente fantasmatico e che ti fa entrare in una finzione, una finzione che è una porta aperta rispetto ai limiti di quella che chiamiamo realtà. E quindi: cosa può succedere? Come posso guardare e riguardare a qualcosa che sembra dato e che invece è sempre misteriosamente nuovo?
Per quanto riguarda la messa in scena, Giulia Scotti sarà sola sul palco. Cosa le hai chiesto, o meglio, cosa vi siete reciprocamente chieste? Cosa è scaturito da questa sorrellanza a livello prettamente scenico?
A Napoli ci sarà una versione particolare di Elogio, perché, mentre normalmente Giulia dialoga con dei microfoni che a volte la sdoppiano, proveremo a operare questo sdoppiamento con la mia voce dal vivo, anche se io non sarò in scena. Quindi Giulia è sola, ma c’è sempre uno sciogliersi in qualcun altro, proiettarsi in un’assenza e nella ricerca di un legame con l’altro da sé. Abbiamo scelto il bianco come richiamo al Libro bianco ma non solo: il bianco è il colore di Han Kang, nella cui scrittura ci sono sempre tanta neve, nebbia, chiarore; c’è sempre un lutto, e per la società non solo coreana ma in generale orientale, il colore del lutto è il bianco. E c’è il sale che per noi è un modo di disegnare, come se fosse una materia, una pittura solida che modella lo spazio e lo trasforma. Un lavoro molto semplice ma in cui, in continuazione, lo spazio si sposta e si trasforma.
Spostamenti e trasformazioni. Come artista sei sempre stata profondamente in divenire: a che punto ti senti delle tue trasformazioni?
La trasformazione si capisce sempre a posteriori, uno si gira e si accorge di essersi spostato; mentre ti succede la puoi definire meno. In questo momento non mi vedo distintamente. Quando con Antonio Tagliarini, dopo tantissimi anni di profonda e sorprendente e indimenticabile collaborazione artistica, abbiamo sentito bisogni diversi, lui è tornato alla performance, a una forma più astratta, io invece mi sono avvicinata di più al teatro, alla rappresentazione, al desiderio di nascondermi dietro alcune figure, alcune storie. Non intendo nascondermi per mostrarmi meno: nascondersi per me ha voluto dire negarsi ma essere un po’ più libera. Libera dall’autobiografia per potermi mettere in gioco allargando i confini della mia biografia attraversando vite di altri e storie di altri. E questo è avvenuto sicuramente già con Chi ha ucciso mio padre di Édouard Louis con Francesco Alberici, e anche con questo lavoro con Giulia Scotti. Penso sia una cosa molto bella lavorare con nuove generazioni, sto insegnando molto, facendo molti tutoraggi, mi appassiona la creatività delle nuove generazioni, mi ricarica.
Poi c’è un lato legato a un desiderio di composizione visiva, di immagine, di suono, di luce. L’atto di presenza dell’attore rimane centrale ma non vuol dire che debba essere per forza l’unico segno forte, quando le condizioni produttive e di tempo di lavoro lo permettono. Sto allenandomi a portare dentro tutti gli altri segni, a far sì che questo mosaico diventi sempre più articolato. Questo mi appassiona molto ultimamente, mi appassiona collaborare con altri; non mi sento mai sola, non mi sento interessata a portare una singolarità ma più un caleidoscopio di segni che sono tutte le persone, tutti i mondi. Questo mi permette di trasformarmi. Sono gli altri che mi trasformano.
ELOGIO DELLA VITA A ROVESCIO
un progetto di Daria Deflorian
condiviso con Giulia Scotti
liberamente ispirato all’opera di Han Kang
con Giulia Scotti
collaborazione alla drammaturgia Andrea Pizzalis
aiuto regia Chiara Boitani
direzione tecnica Alessio Troya
regia Daria Deflorian
coordinamento tecnico “Personale Daria Deflorian” Elena Vastano
per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano, Silvia Parlani
una produzione INDEX
in collaborazione con A.D., TeatroBasilica, Lottounico, Carrozzerie | n.o.t
con il supporto di MiC – Ministero della Cultura
un ringraziamento a Silvia Rampelli e Attilio Scarpellini
Galleria Toledo, Napoli | 28 Febbraio 2026




