MARIA FRANCESCA SACCO | «Chiudo le tende della mia stanza, prendo parecchi sonniferi e mi risveglio solo ventisei ore dopo nella massima angoscia». Le parole di Thomas Bernhard, tratte dal suo nichilismo più tagliente, chiudono Cemento, il monologo con cui Roberto Trifirò si misura con l’universo dell’autore austriaco. Un finale che sulla pagina trafigge come una lama, ma che in scena, dopo novanta minuti di immobilità quasi rituale, lascia lo spettatore in un vuoto opaco, più torpore che angoscia. L’angoscia bernhardiana – vortice viscerale di autolesionismo, disprezzo cosmico e furia verbale – si trasforma qui in una stanchezza immobile, quasi a replicare il blocco del carattere in scena.

ph. Angelo Redaelli

Al centro del monologo, il protagonista Rudolf combatte un blocco creativo che lo paralizza: dovrebbe scrivere un saggio su Mendelssohn, ma la pagina bianca lo schernisce. Da questo nulla sgorga un flusso di coscienza intriso di autocommiserazione e rancore verso la propria vita mediocre, dove tutto diventa pretesto di frustrazione. Il primo bersaglio è la sorella, figura di un rapporto odio-amore che incarna l’invadenza, la superficialità, la prigionia domestica:è l’unica donna reale nella sua esistenza grigia e, proprio per questo, un incubo da cui fuggire. Si ritrova così a Palma de Mallorca, isola di evasione illusoria dove l’aria salmastra promette una redenzione che non arriva. Qui incontra Anna Hardtl (Priscilla Cornacchia), musa effimera segnata da un lutto: il suo dolore squarcia per un attimo la nebbia di Rudolf, facendogli intuire che la sua infelicità non è assoluta, che almeno il suo lavoro intellettuale è ancora possibile. Sorella-prigione e Anna-miraggio diventano così i due poli magnetici del suo vuoto interiore, le uniche presenze femminili che abitano la scena e la sua mente.

La scenografia di Gianni Carluccio amplifica questa apatia: cinque tavoli identici, separati da teli neri come sudari, compongono un labirinto statico in cui Rudolf vaga in una sorta di vestaglia, fantasma impigiamato e rassegnato. Sui tavoli, carte accatastate, fotografie incorniciate, un bicchiere semivuoto: frammenti di un’esistenza che non coagula. La moltiplicazione dei tavoli crea un effetto di vuoto a matrioska, una voragine che si espande a ogni passo, mentre i gesti lenti e le pause dilatate incarnano una vita osservata più che vissuta.

Trifirò dà corpo al monologo con grande precisione, qualità che gli permette di restituire il ritmo bernhardiano fatto di pause, ripetizioni, spirali ossessive. Il suo Rudolf è velato di rassegnazione, efficace nell’autoderisione amara – quei sorrisi strappati dal vagare in vestaglia, dalle invettive familiari – ma forse privo del furore che nell’originale lacera e trascina. La sua scelta è quella di contenere l’esplosione bernhardiana in un sussurro ossessivo, di mimare il blocco creativo attraverso l’inerzia stessa. Una scelta coerente, ma che rischia la monotonia: l’ironia si fa anemica rispetto all’uragano verbale dell’autore austriaco.

ph. Angelo Redaelli


Sul fondo, l’ombra di Anna incombe sin dall’inizio: una silhouette immobile che emerge solo nel finale, con movimenti lenti e misurati. Cornacchia costruisce un contrappunto muto di grande intensità, e il breve incontro con Rudolf spezza l’andare monocorde dell’esistenza dell’uomo, suggerendo una possibile sinergia anche se questo accenno resta sospeso tra simbolismo e semplice innesto scenico.
Trifirò, che nei suoi monologhi, come ad esempio Confessioni di un roditore tratto da La tana di Kafka, ha sempre praticato una sorta di autopsia dell’anima: porta anche in Cemento la sua poetica delle nevrosi scandite da ritmi ipnotici. Qui decifra Rudolf attraverso la stessa inerzia che lo paralizza, restituendo allo spettatore una lentezza che sembra voler mimare il vuoto ontologico bernhardiano: il blocco creativo diventa voragine esistenziale, replicata movimenti rallentati, nella quintuplicazione dei tavoli. Ne nasce una meditazione più che un dramma: uno spettacolo che invita a decifrare questo vuoto passo dopo passo, come un koan teatrale, fino a interiorizzarne la stasi.
Rispetto al Bernhard autentico, quello di Cemento o de Il nipote di Wittgenstein, uragano contro società, famiglia e sé stesso – l’interiorità di Rudolf qui appare come un cemento inerte che non indurisce mai. Trifirò coglie il blocco creativo, ma lo volge in qualcosa di quasi consolatorio, dove lo spettatore esce con un’angoscia mancata; ma forse è proprio questo il paradosso bernhardiano: l’assenza dell’angoscia ne genera una più sorda, più difficile da nominare, che continua a sedimentare dopo il buio in sala.

CEMENTO

di Thomas Bernhard
traduzione Claudio Groff
adattamento drammaturgico e regia Roberto Trifirò 
con Roberto Trifirò e Priscilla Cornacchia
scene, luci e costumi Gianni Carluccio 
voce narrante Marta Lucini
tecnico Iacopo Bertrand Bonalumi Lottieri 
produzione Teatro Out Off

Teatro Out Off, Milano | 22  febbraio 2026