GILDA TENTORIO | Fuoritraccia è una realtà che opera nel lecchese e in Brianza e si inventa una stagione teatrale itinerante, con spettacoli in luoghi inconsueti (case private, magazzini e luoghi non teatrali), per avvicinare un nuovo pubblico, innescare dialoghi inediti e cortocircuiti propositivi. Appuntamento dunque alla palestra comunale di Annone Brianza, scenario perfetto per la nuova produzione degli irresistibili Sacchi di Sabbia.
Stavolta, con la consueta sfrontatezza gentile che li caratterizza, l’hanno combinata grossa: dopo Eschilo e Aristofane, mostri sacri antichi, ora osano accostarsi al Bardo! E non scelgono un’opera facile, ma Troilo e Cressida, un testo sperimentale dove, come spiega la studiosa Nadia Fusini, tutto è doppio: tragico e comico sono dimensioni che si sfiorano e si compenetrano per delineare un “disastro senza catarsi”. Shakespeare ci trasporta a Troia, nell’assedio più celebre della letteratura, ma la sua riscrittura dell’Iliade gioca con il modello per degradare ogni ideale eroico. La guerra e l’eros sono due forze istintuali e distruttive, gli eroi sono sboccati, sbruffoni, il campo di battaglia un’arena di vanità e di bassezze, il tutto condito da ipocrisia, astuzia ingannevole, tradimento, libidine, avidità.
Su questi ingredienti primari si è scatenata la fantasia dei Sacchi di Sabbia, che conosciamo per il talento nella ricerca e nello studio del comico. Il meccanismo di fondo è in apparenza semplice, ma una volta avviato si trasforma in un vortice rapido in cui ogni dettaglio è curato con minuta precisione. Sì, perché intanto si è spalancata la porta degli spogliatoi e a passo di corsa, come per un riscaldamento in campo, arrivano i protagonisti in calzoncini e maglietta. E proprio le magliette saranno la miccia per trovate geniali. Anzitutto, il colore: rossi i Troiani e azzurri i Greci. Guerrieri-atleti che continuano a “scendere in campo”, stanchi di uno scontro bellico che ha i tratti ridicolmente ludici di una partita fra squadrette di provincia, divise da un aggressivo campanilismo più che da ideali patriottici. Questa via interpretativa ben si attaglia alla caratura comico-tragica di Shakespeare (che d’altra parte alla fine del Primo Atto parla proprio di “sportful combat”) come pure il lessico calcistico o la mazza da golf, il tabellone segnapunti, lo scontro-ring verbale o le punzecchiature dell’avversario con slogan da stadio.
Presto diventa chiaro, però, che la maglietta è un mezzo ricercato di dialogo con il pubblico, perché le scritte personalizzate sul davanti o sulla schiena degli attori danno informazioni preziose. Sono elementi identificativi, in quanto oltre al colore, riportano il nome dell’eroe e aiutano a orientarsi in questa folla di personaggi (in Shakespeare sono più di venti). Ma nulla resta mai fermo, perché qui si esce dal ruolo spogliandosi letteralmente, e rivelando già pronto lo strato-ruolo sottostante. E in questo metti-togli si enfatizza ancora di più quello che Shakespeare voleva mostrarci: Troiani e Greci sono categorie fluide, perché in fondo la guerra parifica vinti e vincitori negli appetiti degradanti della brutalità.

L’espediente della maglietta, però, non si risolve nel mimetismo di una partita sportiva, perché si è già trasformato in un’effervescenza di brillanti trovate. Diventa infatti didascalia scenografica, quando indica “Tenda di Achille”, “Palazzo di Priamo” oppure commento ironico come in un cartoon (ad esempio, sulla schiena di un Achille silenzioso leggiamo “Do not disturb”). E intanto, senza che se ne avveda, lo spettatore viene fagocitato in un dispositivo che gioca con la teatralità a più livelli: guardo, ascolto e leggo. Questa intrusione straniante del testo dilaga perfino nelle indicazioni paratestuali che segnano la fine degli atti: ecco che si apre un ombrello, e leggi “Fine secondo atto”, oppure la “Fine del quarto atto” è una scritta su una sacca con l’accappatoio. Il testo, quindi, vive dentro lo spettacolo, e proprio questa anomala sovrapposizione di un codice inatteso, scatena lo spiazzamento del comico.
Naturalmente i Sacchi di Sabbia sanno declinare la comicità in mille altre varianti: l’istrionismo, il grottesco, la caricatura, la parodia (“Caro Achille ti scrivo, così mi distraggo un po’” oppure la promessa di Cressida sulle note di Nessuno di Mina), l’anacronismo inaspettato, l’iterazione (altra trovata geniale: squilla il telefono, che dà notizia di quanto avviene fuori scena), la caratterizzazione stereotipata (esilarante è l’Achille di Enzo Illiano, indolente e un po’ sciocco che parla in napoletano), e poi le improvvise impennate di stile solenne, l’umorismo nero di Cassandra (Giulia Gallo), l’idealismo alato di Troilo (Gabriele Carli) infangato dal pragmatismo spiccio degli altri, l’avidità ruffianesca di Pandaro (Giovanni Guerrieri) preoccupato dei suoi risparmi al Banco di Ilio…
Dunque, che cos’è la guerra? I Sacchi di Sabbia rispondono che è un gioco brutale, “maschi sudati e mezzi nudi che si fanno a pezzi”, commenta con animo poetico Troilo, mentre Cressida ripete la frase con occhi maliziosi e compiaciuta: tutto è relativo e dipende dai punti di vista, e così è lecito stemperare la malinconia della morte nella vitalità dell’eros. D’altra parte già Shakespeare ci invita a un riso amaro non tanto sulla guerra, faccenda tragica e orribile, quanto sulle meschinerie degli uomini assetati di potere.
Una scena esemplare, con un fine tocco metaletterario, mostra Achille e Patroclo lontani dalla mischia, che passano il tempo a sbeffeggiare i compagni. Scopriamo così che il mite Patroclo ha un forte talento attoriale perché sa imitare alla perfezione la retorica vacua dei comandanti achei. Nello spettacolo questa scena è resa con altri due ingredienti comici. Sulla maglietta di Guerrieri leggiamo l’identificativo “Voce di Patroclo”, dunque abbiamo un attore che “recita” una voce e infatti procederà in buffi monologhi in falsetto, e intanto agita un piccolo pupazzo, che rappresenta l’eroe oggetto dello sfottò. Tutto è ipocrisia, i capi sono marionette isteriche, la guerra una sfida prepotente di vanità. E allora, il comico si colora di satira e di amarezza.

C’è forse un barlume di speranza quando Ettore si rifiuta di combattere con Aiace, che è suo parente, e il segnale al pubblico viene ancora una volta da una maglietta, questa volta eccezionalmente “mista” (blu davanti, ma rossa dietro), perché Ettore è anche Aiace! Ma Troia deve cadere e così Ettore toglierà questa maglia della fraternità con il nemico, e infine si avvierà allo scontro finale, tutto fiero nella sua armatura di gommapiuma. Tuttavia, la tragedia resta fuori dal perimetro di questa palestra, confinata in quel “fuori” che varcheremo di nuovo anche noi tornando a casa. Pandaro, infatti, ci informa che la recita termina qui: per lui si risolve nella fuga vigliacca con il malloppo, per noi in un lungo applauso alla bravura di questa eclettica compagnia toscana, che anche questa volta ci ha sedotti con la delicatezza multiforme del comico.
TROILO E CRESSIDA
L’Iliade raccontata da Shakespeare
uno spettacolo de I Sacchi di Sabbia
con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano
elementi scenici e costumi a cura di Paola Martini, Eleonora Domenicali, Chiara Fornaro, Chiara Gulmini (Accademia di Belle Arti di Firenze)
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con I Sacchi di Sabbia
con il sostegno di Mic, Regione Toscana
Rassegna Fuoritraccia – Annone di Brianza | 21 febbraio 2026




