PAOLA ABENAVOLI | I non detti, le rivelazioni improvvise e le immediate riconciliazioni, l’inquietudine, i rimpianti: lo scorrere della vita come dentro una gabbia, che ogni personaggio ha edificato attorno a sé. Il teatro, il matrimonio, la malattia, la dipendenza, l’incapacità di esistere diventano prigioni dell’anima: l’essenza di Lungo viaggio verso la notte, l’opera di Eugene O’Neill diretta e interpretata da Gabriele Lavia -nella traduzione di Bruno Fonzi e nell’adattamento di Chiara De Marchi-, si materializza, diviene reale in scena, catturando subito l’attenzione del pubblico e diventando linguaggio drammaturgico.
Una serie di sbarre inglobano l’azione, ambientata ad inizio del secolo scorso, e il salone in cui si svolge l’opera, delimitando il palco e separandolo sia dal proscenio che dal fondale: una scelta scenografica (creata da Alessandro Camera) che è, dunque, metafora del sentimento che permea il dramma, uno strumento che pian piano lo spettatore non avverte più come estraneo, ma come parte integrante del racconto, del luogo, della vita dei personaggi. Una difficoltà che da interiore si manifesta, l’ostacolo visibile di un’esistenza riassunta nell’arco di una giornata, anch’essa metaforico viaggio, appunto, verso la notte. La giornata della famiglia Tyrone, sull’orlo della disgregazione, tenuta insieme dalla disperazione, dai tentativi dei singoli componenti di risollevarsi dai loro dolori: il padre James, attore che ha inseguito il sogno di essere interprete shakespeariano, ma che invece è rimasto legato solo alla commedia commerciale; la madre Mary, morfinomane, che vive di ricordi e rimpianti, dopo tanti anni passati a seguire il marito in tournée e dopo una tragedia familiare che l’ha segnata; il primogenito, Jamie, intento solo a dissipare il denaro del padre in bevute e frequentazione di prostitute; e il figlio più piccolo, Edmund, colpito da tisi, ma che non riesce a esternare alla madre il suo dolore, la sua malattia.

Gabriele Lavia (Foto Antonio Sollazzo)

Affetti che legano, ma anche che oppongono, in una rete di bugie e sofferenze, annegate nell’alcool o nella droga. Un’intensità di sentimenti che sul palcoscenico non sfocia mai nell’eccesso, seppure punteggiata dalla forza delle scene clou, ma procede con la naturalezza della vita stessa, mai piana, e con la profondità di un intrecciarsi di dolore e amore, di sensi di colpa e legami familiari, di sfoghi improvvisi e di immediate scuse, in un alternarsi di emozioni che trasporta il pubblico davvero nella pienezza di quegli eventi.
Nella casa che racchiude le tensioni che serpeggiano, le malattie che si celano o si ignorano, ognuno dei personaggi avrebbe voluto trovare la stabilità: invece, diviene una gabbia, dalla quale fuggire, a volte, attraverso le fenditure delle sbarre (elementi che separano e scandagliano la visione, pur mantenendone l’unitarietà, riflettendo la contrapposizione e la vicinanza che si rincorrono continuamente). È il luogo in cui la madre si nasconde per iniettarsi la morfina o in cui padre e figli approdano, tra paure e ricerca di salvezza: ed è il luogo delle confessioni, sottili o forti, improvvise; è il luogo della narrazione, della teatralità che è insita nei personaggi, tra lavoro, sogno ed essenza («il teatro è l’uomo», recita il padre); è il luogo in cui ognuno ripercorre la propria vita, che però resta fuori, come se quel salotto in cui tutto si svolge fosse uno spazio isolato, distaccato dall’esistenza, che non si può o si vuole vivere.

Foto Antonio Sollazzo

Gli echi dell’esterno arrivano dai discorsi della cameriera, ma soprattutto dalla grande finestra, da cui si vede solo la nebbia che sale, annunciata dal suono incessante, notte e giorno, della sirena. E dalla telefonata del medico, che dovrà comunicare poi la notizia della malattia di Edmund; dal racconto della passeggiata in auto o delle scorribande di Jamie: momenti che si intrecciano, quotidianità che inframezza e sostiene la narrazione della vita stessa, che torna incessante in ogni dialogo tra genitori e figli o tra i coniugi, o nel bellissimo monologo della madre in proscenio. Fino all’epilogo, drammatico e senza sconti, sospeso tra delirio e realtà. Un’opera in cui la scrittura è una tessitura potente, fatta di memorabili e realistiche battute, di alternarsi di toni, in cui la tensione si stempera talvolta in un accenno ironico, che si intrufola tra l’ineluttabilità degli eventi (come lo spegnimento delle luci, con il padre che si inerpica fino al lampadario, nel tentativo di risparmiare qualche soldo).
Una scrittura che gli attori traducono in scena, appunto, con naturalezza e profondità: Federica Di Martino incarna la figura – lieve e in balia dei ricordi e della dipendenza – della madre, muovendosi tra i diversi toni che evidenziano la personalità di Mary, non calcando mai la mano, con gestualità e postura che indirizzano il non semplice lavoro di calarsi in un personaggio fragile e complesso; come complesso è il ruolo del padre, in cui convivono rimpianti, delusioni, consapevolezza dei drammi e il tentativo di celarli anche a se stesso, elementi che Gabriele Lavia riesce a trasferire attraverso un’interpretazione che, in maniera calibrata e minuziosa, riflette con sapienza ogni sfumatura del carattere di James, nonchè la linea del testo.

Ian Gualdani, Federica Di Martino e Jacopo Venturiero (Foto Antonio Sollazzo)

E ancora, le prove di Jacopo Venturiero (Jamie) e Ian Gualdani (Edmund), che, con misura e allo stesso tempo con intensità, danno vita alle emozioni e alle sfaccettature di due anime divise, lacerate, motori degli scontri e dei confronti, anche generazionali; e il personaggio della cameriera – che punteggia con la sua verità lo scorrere degli eventi -, ben calibrato da Beatrice Ceccherini.
Un’azione sinergica del cast, potremmo dire, nella costruzione di un’opera che si regge su un movimento continuo di vari “pezzi” di una famiglia, che si avvicinano e si allontanano, in un percorso ineluttabile, e nella resa scenica della contemporaneità di questo testo.

 

LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE

di Eugene O’Neill

regia Gabriele Lavia
traduzione Bruno Fonzi
adattamento Chiara De Marchi
con Gabriele Lavia, Federica Di Martino, Jacopo Venturiero, Ian Gualdani, Beatrice Ceccherini
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Andrea Nicolini
luci Giuseppe Filipponio
suono Riccardo Benassi
produzione Effimera S.r.l., Teatro della Toscana

Stagione Polis Cultura Le maschere e i volti
Teatro Cilea, Reggio Calabria | 1 marzo 2026