OLINDO RAMPIN | Gli italiani non sono parricidi, sono fratricidi. Per questo, non hanno mai fatto una vera rivoluzione. Invece di uccidere il padre e prenderne il posto, uccidono il fratello per acquistare maggior credito presso il padre. È uno dei pensieri contenuti in Scorciatoie e raccontini, libriccino di brevi prose dell’ultimo, lancinante Saba. Romolo e Remo, il mito fondativo di Roma, è un fratricidio.
Penso a questo mentre al Teatro Storchi di Modena assisto a una versione delle Fenicie di Euripide, firmata da Michela Lucenti/Balletto Civile. Con una fondamentale differenza: qui muoiono entrambi i fratelli. Rigorosa, sublime radicalità della tragedia greca! Se fratricidio deve essere, almeno non si assista al ripugnante spettacolo di un vincente sopravvissuto, che edifica il suo potere sul sangue fraterno. Forse, dall’ecatombe si potrà ripartire senza l’ombra di una colpa rimossa, di un capro espiatorio che paghi ingiustamente per tutti.
Bisogna aver superato la giovinezza per capire quella che ci era sembrata un’aberrazione del pensiero greco, il fatto che le colpe dei padri debbano ricadere sui figli. Dei padri in senso lato, perché qui si parla di patres, cioè dei patriarchi, i potenti maschi fondatori di poteri tribali: l’orrendo potere della famiglia, della tribù, del clan, il diritto di proprietà, il più terribile dei diritti, la sua sconcia ereditarietà proclamata da tutti i codici delle leggi.

Foto di Stella Capelli

C’è una strana figura di donna sul proscenio, che si interpone tra il pubblico e i protagonisti della vicenda, emergenti passo passo dal Coro, che Euripide compone con le schiave fenicie, cioè non greche, ma provenienti da una delle due popolazioni semitiche dell’antica Palestina. È una figura, interpretata da Ambra Chiarello, che tempera e, in fondo, contraddice morbidamente la petrosa tragicità dei profili fisici e morali dei protagonisti: gli sventurati Eteocle e Polinice, la loro madre, l’incestuosa e suicida Giocasta, Antigone, il re Creonte, il figlio suicida Meneceo, Tiresia, Edipo.
Stretta in un abito di gigantesche paillettes, entro un’assenza di scenografia in cui il suo sbrilluccicare è un segno teatrale deciso, Chiarello corregge la sventura pietrificante del mondo tragico greco in un’atmosfera pop e dance rétro. I capelli ricciuti e gonfi, le curve soffici, lead vocalist con microfono ad asta, volge al ralenti Purple rain di Prince e sorride rapita, mentre dietro a lei una intera stirpe si autodistrugge.

Foto di Stella Capelli

Michela Lucenti, la frangia cortissima e i capelli lunghi che ne sottolineano il volto affilato e dolente, è dunque la madre e insieme la moglie di suo figlio, genitrice di fratelli al suo sposo, che tenta l’impossibile impresa di cambiarne il destino. È un prologo, il suo, che introduce il pubblico all’orizzonte tecnico-stilistico dell’opera. La congiunzione di linguaggio verbale e linguaggio corporeo è perseguita con un’estesissima pluralità di intrecci.
In questo “prosimetro” coreografico le parole sono più numerose dei gesti. È come se all’origine ci fosse una volontà disambiguante, un’urgenza dichiarativa, la pressione di un’ansia espressiva, secondo cui il linguaggio corporeo contiene nel suo statuto comunicativo un’indeterminatezza: la mancata garanzia di un’adesione all’intenzione didattico-parenètica dell’opera.
Sicché qui non ci aspetteremo l’attenzione alla vocalità, cioè alla voce come corpo, come suono distinto dalla parola: lo studio del flatus vocis di certa coreografia d’oggi. In più interpreti emerge in verità, nella stessa Lucenti e in altri, una coerente e persuasiva integrazione del canto con la parola e il movimento. Qui, però, la parola è soprattutto il greco lògos, è il tentativo di mettere ordine nel caos e nella violenza della Storia e del Mito. È la pronuncia netta, in piena luce, come in piena luce ci immerge il geometrico disegno illuminotecnico, pulito e radiante, di Lorenzo Diofili, e a una dimensione di atemporale classicità alludono la fine semplicità e gli essenziali cromatismi dei costumi di Giulia Spattini.

Foto di Stella Capelli

La parola, poco importa se sia fedele o infedele all’originale greco, è pronunciata in innumerevoli possibili variazioni. A corpo quasi fermo, ma più spesso accompagnata da brevi gesti rituali. Da questo grado zero, quasi un’eco corporea della pronuncia verbale, si passa a una estrema latitudine di assemblaggi gesto-parola. La danza può seguire la battuta teatrale come una glossa interlineare, pura parafrasi motoria del testo. Oppure, può accompagnare il parlato mentre esso viene pronunciato, in perfetta sincronicità di parola e gesto.
A questa mozione espressionistica va aggiunta, in funzione di ulteriore espressività, la valorizzazione della mimica facciale di certi momenti, tra i più efficaci del lavoro. Come, ad esempio, negli scontri dialettici e poi nella fatale lotta fratricida tra Etèocle e Polinice, dove le caratterizzazioni facciali rimandano a rappresentazione della bestialità umana, come le lotte tra Ercole e Anteo nella pittura rinascimentale italiana e tedesca.
Una spiccata valenza figurativa si coglie in un altro degli aspetti più felici di queste Fenicie: il disegno plastico e pittorico del Coro. Sempre presente sulla scena, esso ricorda le scene di folla di certe Assunzioni in cui le braccia dei presenti sono tese verso l’alto in attesa di un evento miracoloso. Soluzione felice che qui non può darsi, essendo la concezione del mondo del più femminista e pacifista dei tragici greci improntata a un lucido razionalismo, che aveva saputo rappresentare come nessun altro il crepuscolo degli dei dell’Olimpo e lo sfacelo morale della polis.

Foto di Stella Capelli

LE FENICIE

regia e coreografia Michela Lucenti
drammaturgia Michela Lucenti, Emanuela Serra, Maurizio Camilli
interpretato da Fabio Bergaglio, Maurizio Camilli, Antonio Carta, Ambra Chiarello, Francesco Collavino, Cecilia Francesca Croce, Giovanni Fasser, Michela Lucenti, Emanuela Serra, Giulia Spattini, Mirco Tosches
produzione Balletto Civile
in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
con il sostegno di Comune di Napoli / Napoli2500Tiere Teatro Festival / Biennale Internazionale di teatro anticoSCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione Progetto Habitat / residenze artistiche nel Levante LigureMIC Ministero della Cultura Italiana

Teatro Storchi, Modena | 7 marzo 2026