ILENA AMBROSIO | Jean-Luc Lagarce occupa oggi un posto centrale nel teatro contemporaneo europeo, benché il riconoscimento della sua opera sia arrivato soltanto dopo la sua prematura morte. Una scrittura, la sua, che si muove in uno spazio fragile, fatto di esitazioni, ripetizioni e frasi che tornano su sé stesse, come se i personaggi cercassero continuamente le parole giuste da dire senza riuscire mai a trovarle. Così, nei suoi testi, il dramma non scaturisce tanto dall’azione, quanto dal movimento stesso del linguaggio: parlare diventa un modo per avvicinarsi a una verità che resta sempre incompleta, sempre rimandata. Una tensione che in Juste la fin du monde – da cui la pellicola del 2016 di Xavier Dolan, It’s Only the End of the World – si manifesta nella forma del ritorno: un personaggio torna a casa, cerca di dire qualcosa di essenziale, e scopre che tra sé e gli altri si è aperta una distanza che le parole non riescono più a colmare.
La stessa malinconia attraversa anche Nous, les héros. Una piccola compagnia teatrale alla fine di una rappresentazione: gli attori sono ancora in costume, stanchi, sospesi tra il palco e la vita quotidiana. Non accade quasi nulla, eppure tutto sembra sul punto di dissolversi. Il teatro diventa un luogo di passaggio, una zona fragile in cui le identità si confondono: gli attori parlano tra loro, ricordano, discutono, cercano di capire cosa resterà del loro lavoro e delle loro vite. In questo spazio crepuscolare, la parola assume il ritmo della memoria, fatta di ritorni, di esitazioni, di tentativi di afferrare qualcosa che sta già svanendo. Il titolo stesso è attraversato da una sottile ironia: i personaggi non sono affatto eroi in senso tradizionale, ma figure marginali, artisti precari che continuano a recitare nonostante tutto. Lagarce guarda a loro con una tenerezza discreta, trasformando la precarietà del mestiere teatrale in una metafora più ampia della condizione umana: tutti, in qualche modo, restiamo su una scena che sta per spegnersi, cercando nelle parole un modo per restare ancora un momento.
A questo mondo in dissolvenza, ma capace di resistere, ha guardato Piccola Compagnia della Magnolia, da sempre incline a praticare drammaturgie stratificate, ricche di sensi, capaci di dire e far vedere cose molteplici. Il 10 marzo ha debuttato con il suo Noi, gli eroi al Teatro Fabbricone di Prato e, nei giorni precedenti, abbiamo raggiunto telefonicamente Giorgia Cerruti per farci raccontare questo nuovo progetto.
Dunque, Lagarce: quando e come l’incontro con questo autore e con Nous, les héros?
Allora, nel 1999 io avevo 20 anni e stavo studiando teatro a Parigi, dove sono stata per due anni, formandomi al Théâtre de l’Epée de Bois-Cartoucherie de Vincennes imparando la recitazione, la gestione della compagnia… In quel periodo stavo anche cercando di conoscere il più possibile la drammaturgia francese, leggendo moltissimo. È stato così che ho scoperto Lagarce. Iniziai a leggere un po’ di cose in francese capitando proprio su Nous, les héros: il testo mi piace, mi incuriosisce, ma la cosa muore lì.
Arriviamo a due fa, più o meno, quando stavamo cercando di capire cosa fare dopo il Progetto Vulnerabili e dopo Cenci. Era un momento un po’ particolare con tutto il caos a livello ministeriale; non era neanche un momento facilissimo in termini di distribuzione, di vita di compagnia… stava esplodendo il teatro italiano, ancora di più, stava esplodendo tutto. In questo frangente un po’ precario, fragile, con Davide Giglio ci chiedevamo come proseguire e mi è venuto in mente, come una specie di meteora dal passato, la lettura del ’99. Ho sentito la necessità di rileggere quel testo che racconta proprio la precarietà di una compagnia teatrale e che fa di quella precarietà la metafora di un mondo al collasso.
Così, abbiamo trovato l’unica traduzione in italiano curata da Margherita Laera che abbiamo contattato per proporle di lavorare insieme a una versione nuova e all’adattamento. Abbiamo proposto a Prato di seguirci e il MET è diventato il produttore a tutti gli effetti, al quale si sono poi uniti come co-produttori il Teatro Nazionale del Veneto e il Centro Teatrale Bresciano e come supporter Cubo Teatro, Inteatro Residenze e Sardegna Teatro.
Insomma, siamo riusciti a portare a casa un progetto ampio che, inoltre, a parte il saggio per la “Silvio D’Amico” firmato da Valentino Villa nel 2022, mette in scena per la prima volta in Italia Noi, gli eroi di Lagarce. E poi il MET ci sta trattando davvero con una cura e un’amorevolezza infinite. È un momento felice.
Una meteora dal passato, questo testo. A quale esigenza ha risposto?
Questo testo è entrato in un momento mio, nostro e del mondo più intero, in cui penso ci fosse davvero bisogno di parlare di tenerezza, di parlare di gente che non smette di provare a credere nel pensiero, nella poesia. Mi è sembrato che Noi, gli eroi potesse dire davvero qualcosa in questo senso. In più è un testo molto tecnico dal punto di vista dello sguardo sul teatro di compagnia: il pubblico può guardare da dentro cosa vuol dire essere una compagnia, cosa sono le prove, cosa vuol dire ricominciare una nuova tournée… Si entra in un microcosmo che è, sì, un luogo di lavoro, ma è anche una micro società, dove ci sono onori e oneri, bellezze e grandi, grandi bruttezze.
C’è tanta onestà nel raccontare l’altra faccia, nello svelare cosa c’è dietro le quinte del teatro. E, intanto, attorno si sentono echi di guerra. In maniera quasi postmoderna, direi, Lagarce fa un lavoro beckettiano senza mai svelare dove ci si trova, dov’è questa guerra. Però, è come se fossero tutti attorniati, sotto attacco, in una sensazione che ha del metafisico e che, per me, porta davvero in un dovunque, in un dovunque o da nessuna parte… C’è una battuta stupenda in cui il personaggio del Padre chiede alla figlia «Dove siamo?» e lei gli risponde «Da nessuna parte». Ecco, loro sono proprio gli esuli nella condizione di non essere riconosciuti in nessuna terra… Di certo parla anche un po’ di noi teatranti, che incidiamo lo 0,0, niente sul mondo.

Eppure continuate… chi fa teatro di compagnia, questi eroi continuano a tentare e a dire “noi”.
Questo “noi” è di una tale bellezza! È proprio la sintesi della tenerezza di cui parlavo prima, è il noi che contiene ogni unità. Non è indistinto, è un noi dove le unità fioriscono. È esattamente un tentativo di comunità, una comunità forse impossibile, però è l’unico modo per sopravvivere. Io credo molto in questa cosa. Poi non so se camperò sempre avendo la compagnia, però, se un giorno la vita ci obbligherà a chiuderla perché non tiriamo più avanti con l’economia, nell’idea di questa comunità impossibile che tenta di esistere io credo davvero.
Tu sei, a tutti gli effetti, una capocomica. Lagarce lo era e lo era Molière citato a inizio testo. Cosa dice questo particolare corto circuito artistico e biografico?
Dici bene, c’è proprio un cortocircuito, anzi ce ne sono due. Primo perché quando Lagarce iniziò a scrivere Noi, gli eroi stava proprio portando in scena con la sua compagnia, La Roulotte, Il malato immaginario. L’altro cortocircuito è proprio con noi, perché uno dei primi spettacoli della nosta compagnia fu, appunto, Il malato immaginario, con la regia del mio maestro Antonio Diaz-Floriàn del Théâtre de l’Epée de Bois, il quale volle farmi dono di una sua regia da mettere in scena con i miei attori, come fosse un porta fortuna… e ce ne portò davvero tanta.
E pensa, poi, che la fortuna di Lagarce è sicuramente postuma. Lui racconta in alcuni scritti che nessuno considerava minimamente i suoi testi, anche Noi, gli eroi non è stato rappresentato mentre lui era in vita. Allora proponeva ai programmatori grandi titoli, pur di accoppiarli a qualche sua drammaturgia originale. È stata una galera per lui, ma poi, una volta morto, è diventato dopo Molière il secondo autore più rappresentato in Francia.

Anche lui un eroe che ha resistito… Questo senso di resistenza, di essere come in trincea è palpabile in tutto il testo ed è quanto mai preciso rispetto a ciò che ci accade attorno.
È vero. Che poi si può resistere in tanti modi, si può anche resistere a tutto quello che sta accadendo incattivendosi, invece la proposta stupenda di Lagarce è proprio di resistere senza perdere la tenerezza, senza indurirsi e inaridirsi: è questo che per me è centrale, la scelta benefica del resistere, perché resistere può anche essere qualcosa che consuma e, invece, lui la traduce con delle pagine di una tenerezza infinita; è questa la parola cardine del testo.
Sullo sfondo di questa tenerezza profondamente umana, che tipo di compagnia è diventata la vostra?
La prima parola che caratterizza questo gruppo di lavoro è lealtà. Sì, ci sono state sempre lealtà e franchezza. Quando ci si incontra anche con dei nuovi interpreti spesso c’è un atteggiamento un po’ distaccato, diffidente, anche spocchioso. E, invece, ci siamo ritrovati tutti sul terreno della assoluta semplicità e della schiettezza. Abbiamo provato per 50 giorni e 50 giorni sono anche vita insieme, se non funzionano sono cazzi. E poi in scena come protagonisti ho Francesco Pennacchia, che lavora con noi già da Cenci, e Anna Gualdo, che è un’attrice di dimensioni apocalittiche, ai quali si sono affiancati in modo eccezionale Luca Busnengo, Letizia Russo, Fabrizio Costella.
È un gruppo che da un punto di vista umano è veramente straordinario, e da un punto di vista tecnico, di mestiere, sia nei giovani sia nei meno giovani, è a un livello altissimo. Conosci il mio amore per la recitazione, il mio interesse è proprio per la scientificità del lavoro sulla recitazione, e qui c’è un gruppo di un livello stratosferico, davvero, hanno proprio mestiere. Ma non parlo solo di chi è in scena: il maestro Lucio Diana alle scene e alle luci, Luca Martone al suono, Daniela Rostirolla per i costumi, Adriana Zamboni che ha ideato la maschera, Francesca Ziggiotti come assistente alla regia e Francesco Venturino tecnico luci di Compagnia … ho lavorato davvero con un gruppo meraviglioso.

La parola di Lagarce è estremamente ricca, verbosa, quasi ridondante. Come l’hai trattata in scena? Quale cifra le hai conferito?
Lo spettacolo è tragi-grottesco e, ti dirò, ha una dimensione che riesce a essere anche sanamente claudicante e ridicola, che non nega il ridicolo, anzi lo usa come scappatoia straordinaria. Ti direi che lo spettacolo tracima da zone di drammaticità a zone di grande grottesco, come se ci fosse una scossa elettrica che attraversa tutta l’opera, una scossa di alterità, di follia. In Lagarce i dialoghi non sono normalizzati, sono dialoghi assurdi, è come se si andasse a cercare la parola precisa per dire veramente quello che si pensa, e proprio nel tentativo di dirlo si sfalda il senso. Pensa che i francesi dicono proprio “alla Lagarce” per riferirsi a un testo con quella tipologia di ripetizioni, di figure retoriche. È la sintassi stessa, allora, che dice l’ossessione di provare a farsi capire, quell’ossessione che sta dentro Lagarce, e quindi è il linguaggio che diventa forma, che diventa essenza stessa del dire.
Ebbene, questa cosa, se diventa un esercizio intellettuale, uccide la scena. Noi abbiamo provato proprio a farla diventare la necessità della follia dei personaggi, della loro incompiutezza, perché lo spettacolo, che alla fine davvero non andrà in scena, è proprio il loro, è proprio Noi, gli eroi che non vedrà mai la scena. In questa impossibilità di dirsi c’è una tragicomicità che non deve essere rasa al suolo, normalizzata. Abbiamo tentato di stare tra il grottesco e il tragico, con quelle zone di grande oniricità, che sono una cifra di Magnolia.
È la prima volta che lavoro con così tante parole, o, meglio, ho sempre lavorato con parole che emanavano stati d’animo dai quali poi scaturivano scene di forte impatto visivo. Con Lagarce, invece, per la prima volta mi sono proprio lasciata andare al testo, al fatto che è il testo che ci comanda, perché è talmente peculiare che devi proprio sederti e dire “Ok, ma che tu cincischi in questo modo, mi vuoi dire cosa?”. Perché lì c’è una ferita proprio nel non dirsi, nel non riuscire a dirsi.
È la criptonite di questi eroi…
Esattamente… e infatti in scena facciamo gli eroi eh, con le mascherine da Batman; ci sono diversi momenti divertenti. Però, alla fine della fiera, che si parli di un eroe dei cartoni o di un eroe dell’antichità o di noi esseri umani persi in un mondo che ci bombarda, la domanda è: cos’è quella roba che ci scheggia? E soprattutto: quella roba che scheggia ciascuno di noi non rende necessario che ci si tratti con maggior gentilezza? Perché non sappiamo mai dov’è il tallone d’Achille di ciascuno e dove possiamo colpirlo. In questo senso Noi, gli eroi è un inno alla fragilità, non come qualcosa di danneggiato, ma come qualcosa che può far fiorire altro; soprattutto è empatia tra gli esseri umani, è unione; vuol dire non aver paura della fragilità dell’altro, ma accoglierla e sostenerla.
Sono, quindi, questi i tuoi eroi?
I miei eroi, sì, sono delle persone in parte sconfitte, in parte estremamente resistenti, non incattivite. Poi, sono teatranti, questo è centrale, sono teatranti, perché nel sistema italiano i veri eroi sono le compagnie, sono l’anello più fragile; eppure perseverano, cadono, ma resistono.
NOI GLI EROI
di Jean-Luc Lagarce
traduzione Margherita Laera
adattamento Margherita Laera e Giorgia Cerruti
regia Giorgia Cerruti
assistente alla regia Francesca Ziggiotti
con Francesco Pennacchia, Anna Gualdo, Luca Busnengo, Letizia Russo, Fabrizio Costella, Giorgia Cerruti
visual concept – light design Lucio Diana
collaborazione maschera e marionetta Adriana Zamboni
sound-design – fonica Luca Martone
costumi Giorgia Cerruti e Daniela Rostirolla
realizzazione costumi Daniela Rostirolla
tecnico luci Francesco Venturino
consulente generale Angelo Pastore
organizzazione Emanuela Faiazza
uno spettacolo di Piccola Compagnia della Magnolia.
una produzione Teatro Metastasio di Prato
in coproduzione con TSV -Teatro Nazionale e CTB – Centro Teatrale Bresciano
con il supporto di Cubo Teatro – Inteatro Residenze – Sardegna Teatro
Teatro Fabbricone, Prato | 10/15 marzo 2026




