MATTEO BRIGHENTI | Un cielo dipinto di azzurro, punteggiato da nuvole bianche. È immobile, fermo al 6 agosto 1945, diciamo verso le 8. È il cielo sopra Hiroshima prima della bomba atomica, l’unico che Claude Robert Eatherly può sostenere, e accettare: in quel momento non ha ancora provocato l’annientamento di 140mila persone (diventeranno oltre 200mila con Nagasaki).
Il comandante texano del B-29 Straight Flush quella mattina ha l’incarico di verificare le condizioni meteorologiche. La visibilità deve essere ottimale per sganciare la Mk 1 Little Boy. Ne ignora la carica distruttiva: è convinto che la sua sia una missione come un’altra. Solo una volta tornato alla base USA di Tinian, nell’Oceano Pacifico, saprà della strage e della devastazione che ha causato. Ma intanto, per via del cielo ancora nuvoloso, vola per 15 minuti sulla città giapponese.
È allora che Gabriele Portoghese entra in scena. Comincia a girare su sé stesso, con la densità di un pensiero fisso. Già si sentono i primi, terribili racconti delle vittime, mentre lui, imperterrito, insiste a ruotare. Il prima è indissolubilmente legato al dopo, è la memoria che è Atomica nell’opera ultima della compagnia Muta Imago, scelta da Murmuris come apertura di grande e forte impatto per la XIII edizione di Materia Prima Festival.

Presto si aggiunge Alessandro Berti e compie a specchio la medesima rotazione. È il secondo aereo, dunque, ma è anche il filosofo tedesco Günther Anders, che seguirà e rifletterà sulle evoluzioni del militare attraverso una capitale corrispondenza con lui, all’origine dello spettacolo. Portoghese punta il dito e gira. Nella realtà storica il vento spazza via le nuvole ma qui, sul palco del Teatro Cantiere Florida di Firenze, no: restano ferme. Tuttavia, Portoghese ripete l’ok in codice di Eatherly all’altro B-29, l’Enola Gay: «Stato del cielo su Kokura coperto. Su Nagasaki coperto. Su Hiroshima sereno, con visibilità dieci miglia sulla quota di tredicimila piedi».
Apre quindi il cielo o, meglio, lo squarcia, tirandolo come una tenda. Svela un pannello da sala di controllo, su cui si accende, a intermittenza, una serie di spie luminose: riproduce una mappa di obiettivi strategici in costante aggiornamento. È il mondo dopo Hiroshima, perennemente sull’orlo della fine (l’Orologio dell’Apocalisse segna che ci rimangono solamente 85 secondi alla mezzanotte nucleare). Un simile “strappo nel cielo di carta” alla Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello scopre qual è la nostra vera tragedia: non dominiamo la tecnica. È la tecnica, piuttosto, che domina noi. E ci porterà alla totale eliminazione se non la fermiamo, se non ci fermiamo.
Così, lo sgancio della bomba è il reiterato abbaglio di un lampo accecante: fa cadere più volte Portoghese, che puntualmente si rialza. L’attore si muove come allucinato, compie movenze e assume pose rese iconiche da Elvis Presley, in una danza che ha al suo culmine quei ripetuti bagliori “atomici”. Alla fine della guerra, i piloti come Eatherly sono acclamati in patria come smiling heroes, ovvero “eroi sorridenti”. La regia visionaria di Claudia Sorace, quanto la drammaturgia e il suono potenti di Riccardo Fazi, interpretano una tale definizione come la maschera di un sogno americano dietro cui scompare l’uomo Claude Robert e, con lui, l’intera Umanità.

È nell’ospedale psichiatrico militare di Waco, in Texas – una brandina e un ritaglio dell’onnipresente cielo, sulla destra – quando lo vediamo ascoltare Il Re del Rock’n’roll alla radio. Qui, nell’estate del 1959, l’ex aviatore riceve la prima lettera di Günther Anders da Vienna. Alessandro Berti la detta a un registratore a nastro – tra una poltrona e una lampada, sulla sinistra – mentre l’altro scorre con gli occhi un pezzo di carta, per poi proseguire lui stesso nella lettura della missiva.
Si tratta di un epistolario: un dialogo differito, già messo in scena dal Teatro dell’Elce in due edizioni, nel 2019 e nel 2021, con debutto proprio al Florida. Muta Imago sceglie sensatamente di costruire uno scambio nel tempo contemporaneo del palcoscenico, fatto del dire e dirsi, del ripetere e ripetersi di un’anima persa nella sua memoria indelebile, e tuttavia alla ricerca ostinata di un’espiazione, tanto impossibile quanto necessaria per sopravvivere.
Allora, gli elementi della suggestiva scena di Paola Villani sono tutti mobili, i due interpreti, sensibili ed enigmatici come non mai, li spingono, spostano, fanno “girare” attorno al 6 agosto 1945, con quel quadro di comando che, da dietro, incombe come un convitato di pietra. Il passato si proietta nel futuro, seguendo l’immaginifico disegno luci di Maria Elena Fusacchia (sua anche la direzione tecnica) e le inquiete musiche originali di Lorenzo Tomio.

Lettera dopo lettera, Atomica assume i contorni del teatro della disperazione di Eatherly. Ha cercato in ogni modo – furti, rapine, tentati suicidi, abbandono della famiglia – di togliersi quella maschera di vincente che l’America gli ha messo addosso: vuole essere riconosciuto colpevole, ambisce a vedersi infliggere una pena, commisurata alla sua responsabilità personale, da poter scontare pubblicamente. Una volontà irrealizzabile, perché per la collettività significherebbe riconoscere che, come scrive Anders, ognunə di noi può diventare “incolpevolmente colpevole”, per cui «indirettamente e senza saperlo, come le rotelle di una macchina, possiamo essere inseriti in azioni di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne prevedessimo gli effetti, non potremmo approvare». Meglio, allora, giudicarlo pazzo e rinchiuderlo in un ospedale psichiatrico, davvero come un personaggio di Pirandello, o Kafka, secondo Micaela Latini, che cura per Mimesis L’ultima vittima di Hiroshima. Il carteggio con Claude Eatherly, il pilota della bomba atomica di Günther Anders (libro tradotto da Renato Solmi per Einaudi nel 1962 con il titolo La coscienza al bando, e ripreso da Goffredo Fofi per Linea d’Ombra): «Quasi come un protagonista di Kafka […] Eatherly è nella società americana il diverso, il forestiero che sfida i potenti del Castello, e che entra in conflitto con l’autorità del suo tempo».
Con la guida ragionante e appassionata di Anders, l’ex pilota compie il suo cammino sofferto nell’elaborazione del mostruoso. Arriva a battersi lucidamente contro il riarmo atomico, fino a essere considerato tanto daglɜ stessɜ giapponesɜ come “l’ultima vittima di Hiroshima”, quanto un temibile nemico per il suo paese. Eppure, nessuna reale possibilità di salvezza definitiva si staglia all’orizzonte, tra bombe e testimonianze che continuano a esplodere come interminabili interferenze cognitive.

Il militare è quasi sempre davanti, una marionetta esposta al sacrificio pubblico, mentre dietro, un po’ discosto, il filosofo, la sua coscienza attiva. Si ritrovano da ultimo per un delicato e disperato ballo sulle note della canzone Wenn du an Wunder Glaubst, ovvero Il cielo in una stanza, cantata da Mina. Guardano un cielo che, adesso, si è fatto stellato. Forse, esprimono entrambi un comune desiderio di libertà, pace e unione tra i popoli, gli stati, i continenti.
Comunque, la conclusione di Atomica Claudia Sorace e Riccardo Fazi l’hanno scritta dall’inizio: 6 agosto 1945, cielo sopra Hiroshima, nuvoloso diciamo verso le 8, sereno alle 8:15, «l’inizio del tempo della fine (Endzeit)» (ancora Latini). Un fumo denso, abbacinante, inonda il palco. Gabriele Portoghese e Alessandro Berti si lasciano sommergere da questa “nube radioattiva” di ritorno, ormai del tutto spettri della loro e nostra Storia, fantasmi sinistri di una coscienza irrisolta e senza pace, perché messa a tacere dal conformismo sociale più autoassolutorio. Un’ossessione e una condanna, che dal palco distende la sua ombra cupa su di noi e su questo nostro tempo che è sempre stato in guerra. Se la fine sarà la mia, la tua, o la nostra – ribadisce Muta Imago in un modo quanto mai diretto e inquietante – lo deciderà soltanto un giro di vento.
ATOMICA
di Muta Imago
liberamente ispirato al carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly
regia Claudia Sorace
drammaturgia e suono Riccardo Fazi
con Alessandro Berti, Gabriele Portoghese
collaborazione alla drammaturgia Gabriele Portoghese
consulenza letteraria Paolo Giordano
musiche originali Lorenzo Tomio
disegno scene Paola Villani
direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchia
costumi Fiamma Benvignati
si ringrazia l’artista Elisabetta Benassi
Teatro Cantiere Florida, Firenze | 4 marzo 2026




