INES ARSÌ / PAC LAB* | Nel 2010, la nota pioniera della Performance Art, Marina Abramović aveva dichiarato al «The Guardian»: “Per essere un artista di performance, devi odiare il teatro. Il teatro è falso: c’è una scatola nera, paghi il biglietto e siedi al buio a guardare qualcuno che interpreta la vita di qualcun altro. Il coltello non è reale, il sangue non è reale e le emozioni non sono reali”. Eppure, Leonardo Manzan, che prende apertamente spunto dalle performance installative dell’arte contemporanea per indagare il suo effettivo rapporto fisico e intimo con lo spazio scenico e con il pubblico, non pare affatto odiare il teatro che, anzi, nel suo stile spiccatamente postdrammatico, traduce in affilato strumento di autentica denuncia nei confronti  del sistema di mercificazione dell’artista.
In Uno spettacolo di Leonardo Manzan, sotto i faretti sagomatori del Nuovo Rifredi Scena Aperta di Firenze, il performer satirico interpreta se stesso, mostrandosi in cima a un basamento espositivo museale, completamente nudo e con fiera postura da koùros greco. Mancano i coltelli, ma non il sofferto sacrificio che si impone al coraggioso sperimentatore delle altezze vertiginose della fama: reduce da ben due vittorie alla Biennale Teatro di Venezia, con Cirano deve morire del 2018 e Glory Wall del 2020, la giovane promessa diplomata nel 2015 alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, è ora in preda alla “sindrome del piedistallo”, arroccato all’apice del successo, sul podio che gli impone di calibrare ogni movimento, ogni intervento pubblico, per non cadere, per non deludere i suoi ammiratori.

Glory Wall di Leonardo Manzan, miglior spettacolo della Biennale Teatro di Venezia 2020

Pur di non sbagliare, se ne resta ammutolito e impettito e, come pare accadde a Michelangelo Buonarroti davanti alla sua  celebre scultura del Mosè, anche la platea potrebbe chiedersi perché mai una statua di così vive sembianze non parli, se non fosse per le provvidenziali audio-guide di cui è provvisto ogni spettatore e che subitamente prendono a raccontare la biografia del regista e attore. La registrazione concede una dettagliata panoramica sulla vicenda dell’uomo, pubblicizzando fino allo sfinimento le doti geniali che hanno contraddistinto la sua vita sin dall’infanzia. La carrellata di aneddoti di questa ostentata auto-fiction si fa tanto insistente e cantilenante che, per accumulazione, diventa esilarante: l’artista è diverso dagli altri, è speciale, è paragonabile solo ad altri grandi artisti del panorama mondiale e tale nelle apparenze si deve, per forza di cose, dimostrare.
Dunque, si esercita in una resistenza tensiva di freeze che dovrebbe garantirgli la conservazione del ruolo iconico, se non fosse per quella progressiva perdita di capelli, che associa al disfacimento della perfezione e al procedere inesorabile verso il temuto “viale del tramonto”. Del resto, la cristallizzazione sembra un tentativo inconscio di castrazione della vitalità  artistica ed è vero anche che i musei custodiscono i reperti del passato, quelle opere di pregio sopraelevate perché si possano contemplare nella loro sacralità, nel loro distacco significativo dal piano dei fruitori, nella loro impolverata solitudine.
Come in It’s app to you, lo spettacolo della compagnia Bahamut diretto da Manzan nel 2017, il protagonista vive in un isolamento solipsistico, in cui tutto quanto lo circonda sembra solo un prodotto della sua immaginazione. La realizzazione pare possibile solo attraverso l’affermazione e il successo, e se non basta più il palcoscenico ad assicurarla, pur di essere apprezzati e riconosciuti, si sente il bisogno di elevarsi ulteriormente, in un tentativo palese di scalata delle vette della popolarità, in cui è necessario stupire, sedurre, fino a farsi anche ridicoli: infatti l’imbarazzante modello, l’audio-guida e guida spirituale, non ha la minima idea della direzione da intraprendere, preso com’è da sé stesso.
L’iperbole biografica che estremizza la massima dannunziana della vita come opera d’arte, di fatto annullandone il valore, intasa fastidiosamente le orecchie fino a farsi mantra ipnotico e le cuffie  iniziano a sembrare una costrizione kubrickiana a cui si viene sottoposti. La filippica, tuttavia, prosegue con una spietata invettiva che schernisce sommariamente tutto il panorama artistico, paradossalmente sintetizzato proprio nell’interpretazione del protagonista. Pur di comprare il pubblico in sala, tutto, compreso l’attore, viene messo all’asta e si invita la platea a partecipare, perché emuli l’artista, mettendo a nudo la sua vita privata; in molti cedono divertiti alla tentazione e in questo gioco  di inquietante etichettamento collettivo, vengono fatti alzare in piedi prima gli uni e poi gli altri, in base al proprio reddito, alle proprie relazioni affettive, alle proprie preferenze politiche, che finiscono letteralmente sulla piazza. Così le cuffie si fanno dispositivi teatrali che incorporano gli spettatori nella drammaturgia perché seguano le istruzioni della regia, come già accaduto in Domini publicla performance urbana di Roger Bernat che debuttò nel 2008 e che ha avuto diffusione internazionale.

Piero Manzoni, “Fiato d’artista”

Intanto, un’annoiata operatrice museale (Beatrice Verzotti) gonfia maldestramente palloncini che puntualmente esplodono o si sgonfiano miseramente, a metafora dei palloni gonfiati che popolano la vita culturale del paese; l’azione scenica ricorda Fiato d’artista, l’opera del 1960 del celebre neodadaista Piero Manzoni, in cui dei palloncini gonfiati davanti al compratore venivano poi venduti. Manzan si ispira certamente allo stesso artista e a Consumazione dell’arte dinamica del pubblico del 1960, quando offre caramelle agli spettatori per mettere chiaramente in luce l’attuale concezione dell’arte, troppo spesso vissuta  come un prodotto da divorare velocemente e con disimpegno. Certamente, la sua statuaria presenza omaggia, più del David di Michelangelo, Base magica, il piedistallo in legno del 1961 sul quale Manzoni invitava a salire persone comuni, perché fossero mutate in  opere d’arte. Lo strumento valorizzava il soggetto, non perché possedesse particolari caratteristiche di unicità, ma secondo un espediente capace di imporlo all’immaginario socio-culturale, svelando una dinamica del mercato dell’arte che, anche secondo Manzan, trasforma ancora oggi in spettacolo un prodotto studiato solo per fatturare guadagno. Uno spettacolo di Leonardo Manzan non è una performance ermetica, priva di contenuto narrativo, ma una riuscita dissacrazione dell’artista feticcio che pensa a tutto fuorché all’arte e che, pur pavoneggiandosi come una divinità, è destinato a restare maschera narcisistica, vittima del suo personaggio. Manzan critica la falsità delle apparenze, il mercato dell’arte e delle emozioni, il sistema che attribuisce più valore alla notorietà che alla qualità delle opere, attraverso un processo catartico a cui si sottopone personalmente, per smitizzare il traguardo del successo e tornare con i piedi per terra.

UNO SPETTACOLO DI LEONARDO MANZAN

di Leonardo Manzan, Rocco Placidi e Paola Giannini
con Leonardo Manzan e Beatrice Verzotti
regia Leonardo Manzan
produzione La Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello
foto in evidenza Jacopo Salvi

Nuovo Rifredi Scena Aperta, Firenze | 6 marzo 2026

*PAC LAB è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.