RENZO FRANCABANDERA | Sono due, vestiti da acrobati circensi in scena nel tendone. I loro vestiti blu klein sbrilluccicanti confliggono in modo drammatico con la miseria verbale e materiale che la vicenda racconta.
Bùbaro dei Bùbari, produzione del Teatro Stabile dell’Umbria, che vede in scena i due giovani e talentuosi Chiara Ferrara e Luca Ingravalle, incrocia precisi momenti del percorso artistico sia della drammaturga Carolina Balucani sia del regista Antonio Latella; un momento in cui le rispettive poetiche si incontrano su un terreno di reciproca sfida e contaminazione.
Lo spettacolo, nuovo testo commissionato dal TSU e che segna la collaborazione artistica fra i due, è un crocevia dove convergono le tensioni linguistiche che da anni caratterizzano le loro ricerche. L’opera, nella sua struttura portante, nasce da un vincolo preciso imposto da Latella alle autrici coinvolte nel progetto biennale – Caroline Baglioni e Carolina Balucani – ovvero la messa in scena di un “imprevisto”, di un’accadimento dirompente, come una telefonata, in grado di sospendere la logica narrativa; il dettaglio, apparentemente formale, è in realtà la chiave di volta per comprendere l’intera operazione registica: Latella non cercava un testo lineare da interpretare, ma un dispositivo drammaturgico che già contenesse in sé il germe dell’interruzione, del cortocircuito temporale e affettivo.
Il percorso di Balucani si è sviluppato su un doppio binario: da un lato la scrittura, dall’altro la formazione attoriale, cruciale per la sua comprensione del palcoscenico. Diplomata al C.U.T. di Perugia, ha avuto come maestri figure di spicco del teatro di ricerca italiano, tra cui lo stesso Latella, suo insegnante e regista del suo primo spettacolo professionale come attrice, Purificati di Sarah Kane, e che oggi dirige il suo nuovo testo, Bùbaro dei Bùbari, in un’ideale continuità e stima reciproca. Prima di affermarsi come drammaturga, Balucani ha firmato alcuni spettacoli come L’America dentro (interno di una casa di bamboccione) del 2012, con il quale ha vinto il Premio nazionale giovani realtà del teatro, e Thyssen (2015), prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria; lavori che già un decennio fa mostravano la sua attenzione per i disagi generazionali e le solitudini contemporanee.
Due testi, vincitori anche di prestigiosi riconoscimenti, hanno impresso una svolta al percorso artistico. La Regina Coeli, monologo da lei scritto e diretto per l’interpretazione di Matteo Svolacchia, che le è valso il Premio Tuttoteatro.com “Dante Cappelletti” nel 2017, era ispirato alle storie vere di giovani morti in carcere, raccontava di un ragazzo di borgata che, arrestato, immagina di essere Gesù nella sua cella per poter incontrare di nuovo sua madre, raccontandolo con un linguaggio “sporco”, lontano dall’italiano corretto, per restituire l’autenticità e la disperazione del protagonista. A seguire con Addormentate / Sleeping Beauty, nel 2023, vince il bando Biennale College Teatro per la drammaturgia Under 40, portato in scena nel 2024 con la regia di Fabrizio Arcuri: qui si parte dalla fiaba della Bella Addormentata per raccontare di quattro adolescenti che cadono in un sonno profondo dopo una festa in un bosco. Come la protagonista dela fiaba, anche loro si sono «ferite a causa di qualcosa che non dovevano toccare»: riemergono i drammi familiari, le ferite dell’adolescenza e i conflitti con l’identità.
I due filoni di scrittura e le tecniche compositive e di scrittura trovano precipitazione in questa nuova scrittura. La cifra di Balucani, la scrittura che lei stessa definisce “nomade”, che non appartiene a un singolo luogo, ma si lascia contaminare dalle inflessioni dei territori attraversati, proprio come i suoi personaggi, spesso stranieri in ogni terra, trovano in Bùbaro dei Bùbari, esemplificazione artistica compiuta: un testo dedicato a due fratelli rom, nati in Italia ma considerati perennemente stranieri, che ascoltano di nascosto le telefonate di una famiglia occidentale, ma che per tutto lo spettacolo cercheranno di definire, nella regia di Antonio Latella, a quale terra appartengono. I personaggi parlano di sé in terza persona, e lo spettatore guarda lo spettacolo come se venissero portate in scena le didascalie con cui una ideale regia drammaturgica suggerisce come e cosa mettere in scena di queste due esistenze: è la lingua di chi è costretto a guardarsi con gli occhi dell’Altro, di chi ha interiorizzato lo sguardo straniante della società che lo esclude. Nell’idea di Balucani la terza persona diventa strumento per raccontare la spersonalizzazione, l’impossibilità di un “io” pieno e riconosciuto. Ne viene fuori una scrittura teatrale che incorpora un realismo magico, in cui la drammaturga, nella crescita della sua scrittura, cerca di costruire tessiture verbali che diano corpo alla vocazione all’indagine delle marginalità e delle sospensioni dell’essere, tra il realismo crudo e la dimensione fiabesca o onirica, tra il linguaggio “sporco” e di periferie umane e un’immaginazione salvifica, spesso fiabesca, come anche accade in questo caso, dove il finale mescola il destino di Ofelia alla figura di Biancaneve.

Che operazione compie la regia? Latella è sempre stato distante da ogni dimensione della scena come spazio di narrazione realistica. Il suo percorso registico ha lavorato, anche collaborando con giovani drammaturghi, tra la decostruzione radicale dei classici e un’attenzione quasi maniacale per le nuove drammaturgie, con un approccio che potremmo definire “somatico” e “politico” insieme.
La sua regia spesso affronta i classici in riscritture contemporanee e di converso le scritture contemporanee come classici. Ed è quello che succede per certi versi in questo lavoro, dove non si limita certo a interpretare il testo ma lo abita, lo viola, lo riduce a brandelli per ricomporlo in una nuova architettura scenica che è essa stessa atto critico; un “pessimismo” lucido e da fiaba acida, in cui l’eroe di turno non abita di solito nessuna penombra ma, come anche in questo caso, è esibito in luce piena in ogni sua fragilità.
La protagonista di Bubaro (una sempre più eclatante Ferrara) vestita da Biancaneve e che, in proscenio, nel finale, racconta il suo dramma, non può non far tornare alla mente la ontologica fragilità di Nicole Kehrberger-Ofelia in Hamlet’s portraits (2007) che camminava in bilico su alcune bocce di vetro piene d’acqua, in cui le Barbie affondavano. Anche lì una giovane donna alla ricerca di un punto d’appoggio, di un quadrato di terra su cui poggiare i piedi. Ma anche lei, come questa giovane nomade, che pure prova a “normalizzarsi”, ad avvicinarsi alla società a cui non appartiene, non riesce a sopravvivere.
I due giovani fratelli sono lupo e cane. Sono «nati e fermati su un pezzo di terra italiana», sta cazzo di terra, come recita letteralmente la scenografia luminosa di Giuseppe Stellato: un suolo che fatica a riconoscerli come figli a tutti gli effetti. Il Bùbaro dei Bùbari, non è un eroe medievale che torna da gloriose crociate, ma l’appartenente a tribù immaginaria di barbari e senza terra, che diventa metafora di tutte le comunità senza Stato. E la scenografia luminosa per tutto il tempo segmenterà sul pavimento bianco quadrati luminosi: i due passano da uno all’altro come pedine su una scacchiera, fino al momento in cui lei proverà a riavvicinarsi a una sua ex compagna di scuola, ad addomesticarsi, creando un solco netto, di terra. Bello il segno scenico della linea di demarcazione fra lei e il fratello che questa scelta scava, ricavato staccando una striscia di tappeto danza, per rivelare il pavimento scuro del palcoscenico.

La scelta di Latella rivela il suo metodo: non si tratta (come in genere nelle sue regie) di mettere in scena una storia, ma di fare del linguaggio stesso – qui con le sue inflessioni, i suoi scarti, il suo parlare in terza persona – il vero spazio dell’azione drammatica. Lei sui trampoli nel testo, qui sta in equilibrio sui pattini a lama. Già in Zorro (2025), la denuncia dell’indifferenza verso la povertà veniva affidata a quattro senzatetto/supereroi in un gioco di convenzioni teatrali che, pur rischiando la retorica, manteneva una forza dirompente nel mostrare la “verità della povertà”; così anche in Bùbaro la regia si concentra quasi più sul come si dice, che sul cosa si dice. Due esistenze che si urlano addosso, contro, la propria fragilità, dando così enfasi ancora più straniante alla decisione linguistica della Balucani di far parlare i personaggi in terza persona anche quando si riferiscono a sé stessi. Urlano come i malati di Alzheimer, per tenere compagnia alla propria identità scontornata e in dissolvimento già in giovane età: l’identità del nomade, del Rom, del “bùbaro”, costitutivamente mediata dallo sguardo altrui; di chi non può mai dire “io” senza che quell’io sia già un’immagine riflessa e deformata.
E quindi è vero quello che il testo teorizza. La recita del nomade, quella con cui va a mendicare, interpretando ogni giorno il suo personaggio, in fondo è la recita stessa dell’attore, del teatro, che gira ogni giorno, che ogni giorno cambia casa, quadrato, quadrante. E il lavoro di spoliazione e insieme di invenzione, di ascolto reciproco e di costruzione di una complicità fra i due interpreti, che deve tradire la finzione per mostrare la verità del legame in questo diluvio di parole sguaiate e di periferia, gioca a mostrare il difficile equilibrio su una lama tagliente. E anche dentro un testo lungo e impegnativo, l’equilibrio delle interpretazioni e delle scelte registiche porta a compimento un’operazione non facile e che invece trova un forte consenso nel pubblico, il quale arriva a sentire il dramma delle esistenze raccontate in scena, del fratello giovane e già cattivo, e che non si adatterà mai a nessuna convenzione, che non sarà mai amico di nessuno, e di lei, che invece ci proverà.
Felice, nel complesso, il lavoro del team artistico che circonda la regia, lo stesso che da anni accompagna Latella: le scene di Giuseppe Stellato, i costumi di Graziella Pepe, le musiche e il suono di Franco Visioli, figure ormai stabili nel creare le atmosfere pop-stranianti dei suoi spettacoli, oltre alle luci di Simone De Angelis, di cui abbiamo anche parlato di recente per Gli angeli dello sterminio sempre in questa stagione, e che di attraversamento in attraversamento hanno contribuito a creare una linea estetica riconoscibile per un teatro che cerca la complessità come condizione necessaria per parlare del presente.
Il nomadismo di cui parla Balucani non è solo la condizione dei Rom o dei senza terra o dell’attore: diventa, nello regia di Latella, una categoria estetica e politica che riguarda tutti, i Bùbari chiamati quotidianamente a recitare un parte per sopravvivere, a inscenare ogni giorno “la recita”, una performance identitaria. Noi.
I disegni live realizzati da Renzo Francabandera durante lo spettacolo
BÙBARO DEI BÙBARI
di Carolina Balucani
regia Antonio Latella
con Chiara Ferrara e Luca Ingravalle
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
assistente alla regia Riccardo Rampazzo
assistente alla regia dottorando ANAD Danilo Maglio
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
Teatro Morlacchi, Perugia | 25 marzo 2026




