MATTEO BRIGHENTI | Cristiana Morganti cerca sempre un modo attraverso il teatro. Un modo per essere vera, mentre lei, per prima, sa che tutto, intorno a sé, è finto. Ora è una parola, ora è un gesto, ora è sia l’una che l’altro, uniti insieme. Sono forme e forze diverse, ma il disegno è comune: indagare, o meglio addentrarsi, restando autentica, nel vuoto che arriva a rendere falsa ogni cosa. Che la fa diventare artefatta, posticcia, e così assurda, perché continua, va avanti misteriosamente, anche quando il mondo, per certi versi, si ferma.
Parlo di quel genere di vuoto che lascia una perdita. Per la danzatrice, coreografa e autrice, tra le figure più note della danza contemporanea, era la scomparsa della sua Maestra, Pina Bausch, nei precedenti Moving with Pina e Jessica and Me, ed è adesso la scomparsa di sua madre e suo padre nel nuovo The Forest. So dove sono, mi sono già persa qui, scritto con il pluripremiato regista argentino Claudio Tolcachir.

Dunque, il teatro è il dove a cui Morganti fa ritorno, luogo di mancanza riconosciuta e accettato smarrimento, in cui insegue domande intime, profonde: sapere ogni volta chi è, capire come sta e, soltanto dopo, raccontarlo.
La foresta che popola l’anteprima del 21 marzo scorso al Teatro Manzoni di Pistoia (lo spettacolo ha poi debuttato pochi giorni dopo all’Arena del Sole di Bologna) è allora una “selva oscura” dantesca, sospesa tra le atmosfere inquiete di David Lynch e i colori soffusi dei Preraffaelliti. Cosimo Ferrigolo la slancia verso l’alto con una manciata di alberi di cui si vedono solo i tronchi, e la radica a terra con arbusti, rovi, sassi, pietre; di lato, a sinistra, c’è anche una vecchia cabina telefonica, un filo diretto con il passato, e perfino con l’aldilà.
Le luci di Alice Colla, dal canto loro, paiono distendere una simile “foresta di simboli” nella nebbia, ma anche immergerla nell’acqua: è un universo crepuscolare e smarrito, senza coordinate stabilite, né punti di riferimento certi, etereo come i costumi leggiadri di Nika Campisi.
Per questo, è sia scena che retroscena, è il palcoscenico su cui The Forest accade e, a un tempo, è il camerino in cui si prepara. Qui sopra non c’è distinzione tra arte e vita, l’una è la prosecuzione dell’altra, solamente con parole e gesti che si possono ripetere.

Un’altra separazione assente, specchio di quella tra arte e vita, è tra palco e platea. Quando entra, la danzatrice si rivolge subito al pubblico, e non smetterà fino alla fine. Ci dice che le si è fermata la macchina – colpa di una ruota incastrata –, mentre loro, forse la sua famiglia, hanno proseguito dietro il carro funebre con dentro la bara della madre.
Quindi, è l’intoppo del tempo lineare che squarcia la successione ordinata dei fatti, aprendo, invece, al serpeggiare della narrazione. Il discorso scenico accetta pure la contemporaneità di ricordi e stati d’animo opposti, quando non proprio contrastanti. Presto, addirittura, li moltiplica e complica, accostando a Cristiana Morganti Lisa Lippi Pagliai. Ovvero, l’oggi, l’età adulta, il Sé, messi a dialogo e confronto con lo ieri, la gioventù, l’età adulta, l’Altra (da) sé.
Il tono di The Forest non è mai roboante o solenne. Piuttosto, asseconda tale moto serpeggiante spezzando con l’ironia anche l’afflizione più dura, sminuendola, quasi, o comunque non rivelandone l’abisso, con il risultato di restituire un dolore, un lutto, ancora più atroci, perché evidentemente non ancora elaborati fino in fondo. Non prendersi sul serio non significa che ciò che è successo sia leggero, o uno scherzo.

A rimarcarlo ci sono le parole, soprattutto nella seconda parte, quando dalle questioni pratiche prima, durante e dopo il funerale della madre si passa ai postumi emotivi del distacco dal padre.
Affiora, portata avanti da Lippi Pagliai, la voce della giovane e onesta Cordelia di William Shakespeare che dice a Re Lear, per come lo sente, l’amore che prova per lui, e non viene compresa. Compare, indossata da Morganti, l’ultima postura di Nina di fronte a Kostja nel Gabbiano di Anton Čechov, quando gli confessa di non sapere come stare sulla scena della realtà con le sue mani, e i suoi limiti di interpretazione.
Infine, quel padre sfuggito per sempre all’ascolto assume le sembianze infestanti dello Spettro nell’Amleto shakespeariano, per una resa dei conti che neppure il palcoscenico riesce a far tornare.

Il non detto, però, non resta taciuto. Il resto non è silenzio: è danza. Cristiana Morganti ha una qualità e un calore di movimento che sono unicamente suoi; custodisce un’energia segreta che ti porta al di là del tempo e dello spazio, e che è riuscita a trasmettere a Lisa Lippi Pagliai.
La vedi, ma non con gli occhi. Ti parla, senza proferire parole. Ti arriva, semplicemente ti investe. La senti, ecco, non sai spiegare perché, ma la capisci, la comprendi, perché ti comprende, come un abbraccio. Finché dura quella presa. Ossia, finché prosegue lo spettacolo. È l’eternità di un attimo, l’unica che possiamo vivere, e che The Forest ci insegna così a riconoscere, portando la danza nel teatro di una mente indagatrice, e il teatro nella danza di un addio tenuto stretto.
THE FOREST
So dove sono, mi sono già persa qui
di Cristiana Morganti e Claudio Tolcachir
con Cristiana Morganti e Lisa Lippi Pagliai
regia Claudio Tolcachir
coreografie Cristiana Morganti
assistente alla regia Tommaso De Santis
scena Cosimo Ferrigolo
costumi Nika Campisi
luci Alice Colla
da un’idea di Gaia Silvestrini
direttore di scena Gianluca Tomasella
laboratorio di scenografia ATTOSECONDO
produzione Carnezzeria con Théâtre de la Ville, Teatri di Pistoia Centro di Produzione Teatrale, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo
in collaborazione conTimbre4 Madrid
Teatro Manzoni, Pistoia | 21 marzo 2024




