ELENA SCOLARI | Vendere l’anima la diavolo. Per l’eterna giovinezza? Per la ricchezza? Per il potere? O per recitare? Per diventare il più riconosciuto attore di tutta la Germania, Hendrik Höfgen diventa Mephisto, in scena, vendendo se stesso al gerarca nazista Hermann Göring. Höfgen è un personaggio buio ma estremamente vitale, con una psicologia complessa e fragilissima, un uomo che vuole far esplodere il suo talento davanti a tutto il paese. A qualunque prezzo.
A Mephisto – Romanzo di una carriera di Klaus Mann (fratello di Thomas) – pubblicato nel 1936 – è ispirato l’omonimo spettacolo per la regia di Andrea Baracco, con Woody Neri nei panni di Hendrik Höfgen (qui la recensione di PAC).
Dopo le recenti repliche al Teatro Menotti di Milano abbiamo conversato con il diabolico protagonista.

Come è iniziato il tuo rapporto teatrale con Mephisto?

WN: Il regista Andrea Baracco ha proposto a me il ruolo. Mi ha proprio detto “Tu saresti perfetto per farlo”, e ovviamente ho accettato: pochi personaggi così ti possono capitare nella vita. Ho letto il romanzo di Klaus Mann e poi la mia costruzione del personaggio è diventata parte del lavoro.
Il libro di Mann individua una tipologia umana, è una metafora generale sulla scelta o sulla mancanza di scelta, sui punti di snodo della nostra vita. L’autore (Mann, n.d.r.) fa una scelta attiva: se ne va dalla Germania nel 1933, Höfgen/Mephisto invece ‘si lascia decidere’, dagli eventi e soprattutto dall’ambizione.

Quanto del vostro spettacolo ha preso ispirazione dal romanzo di Mann e quanto dall’omonimo film del 1981 di István Szabó con Klaus Maria Brandauer? (Oscar come miglior film straniero nel 1982)

Lo spettacolo nasce dalle suggestioni evocate in noi tutti, i membri della compagnia, dalla lettura del romanzo. L’unica scena che abbiamo davvero ripreso da Szabó è una scena con Juliette – nel film l’amante nera di Hendrik Höfgen – che nel libro è più complessa e articolata, più chiaroscurale, mentre nel film l’amplesso sembra scaturire da un’estasi dioniasiaca legata alla danza e in teatro abbiamo seguito questa seconda direzione.
A Baracco interessava dare spazio anche all’autore, questo succede con la voce off di Lino Musella che recita brani presi dal romanzo ma anche da lettere di Mann, pagine del suo diario, e racconta cosa sta succedendo nel frattempo rispetto a quello che si vede in scena, andando in contronarrazione.

Ecco, parliamo della scelta di far interpretare Juliette a un attore maschio (Gabriele Gasco), come ci siete arrivati?

Ci abbiamo pensato un bel po’. C’è stata anche una motivazione di casting perché il ruolo doveva essere affidato a un’attrice di colore ma poi ci siamo chiesti quale altra circostanza avrebbe giustificato il disagio e le difficoltà vissute da Hendrik e Juliette a causa delle leggi razziali, nel contesto storico del Nazionalsocialismo in Germania negli anni ’30, e ci è sembrato che un rapporto omosessuale potesse rendere l’idea. Del resto, Mann e Gustav Gründgens (l’attore tedesco cui è ispirato il personaggio di Mephisto) erano omosessuali e per entrambi questo era un problema – l’uno fuggì e l’altro coprì la cosa con matrimoni di facciata – e così abbiamo pensato di esplicitare questa condizione facendo interpretare Juliette a Gabriele, rendendo il segno immediato e scenicamente chiaro.

Non credi che questo sposti molto l’asse di lettura del personaggio, fin da subito?

Noi non abbiamo messo l’accento sull’omosessualità di Hendrik, nella caratterizzazione del personaggio, lo abbiamo semmai messo sulla sua ossessione per la carriera. L’unico suo problema è la carriera, la sessualità non lo preoccupa, la vive con grande naturalezza. Rispetto al rapporto con Juliette, possiamo dire che Höfgen si sia innamorato di una ‘figura’ con determinate caratteristiche, e nello spettacolo questa figura è un uomo.

Tra le tante, quale riflessione sul ruolo dell’attore ti ha più colpito, in questo lavoro?

Nel libro c’è una scena in cui Hendrik viene presentato al direttore del Teatro di Stato dall’attrice Dora, è subito chiaro che questi non lo ama. Dice “Io non odio gli attori, odio i commedianti, e soprattutto i cattivi commedianti”. Il direttore ne avverte il talento ma anche il limite umano. È un ottimo commediante, ma è un attore?
Quando arriva il nazismo, per Dora non si pone scelta, le è chiaro che se ne deve andare, perché arriveranno “i rinoceronti della notte”. Hendrik non si pone il problema. Incredibilmente, anche se nato comunista, proletario, addirittura di simpatie bolsceviche, rivoluzionario… in un mondo in cui l’alta borghesia ha il sopravvento, il suo obiettivo è affermarsi, sopra qualunque altra cosa. Lui crede alle sue bugie. Crede negli ideali e li tradisce, è innamorato e al contempo non lo è. Come Gustav Gründgens, è sia nazista sia comunista, sia gay sia no, perché è una maschera.
La vergogna, e quindi il conseguente bisogno di acclamazione pubblica, sono il suo motore. Ricordi il racconto dell’episodio del coro?

Certo, Hendrik racconta che da bambino cantava in un coro e durante un concerto, convinto di essere più bravo degli altri, decise di cantare un’ottava sopra a tutti e il maestro lo punì con secco “stai zitto”.

Lui si vergogna profondamente ma è comunque convinto di aver cantato in maniera celestiale, ancora oggi, quando lo racconta. Solo sul palco raggiunge Dioniso, solo in scena è libero e sacrifica tutto a questo, anche se stesso.
Diventa il direttore del Teatro di Stato, mette in scena Amleto da regista e come primo attore, dovrebbe sentirsi al massimo dell’appagamento e invece di sentirsi all’apice, sente che proprio quello è il suo punto più basso. Non ha la forza umana e spirituale, morale, di interpretate la purezza dell’anima di Amleto, quella trasparenza cristallina non è sua, forse non è mai stato puro. Troppi compromessi. Qui c’è il fallimento del suo più grande desiderio: interpretare Amleto. E il suo attuale maestro di coro, il Ministro all’Economia del Terzo Reich Hermann Göring, gli sorride da lontano, dopo lo spettacolo, ma lui sa di aver stonato anche stavolta, non ha saputo fare Amleto.

ph. Manuela Giusto

Hai capito qualcosa di più di te come attore, con questo ruolo? 

La domanda fantasma aleggia: essere un commediante o essere un attore? Credo ce lo chiediamo tutti. Nell’interpretazione ho dovuto stare in questo chiaroscuro, legato al mestiere e all’essere umano. Posto di fronte a una scelta, difendi i principi su cui credi di basare la tua prassi? Con i personaggi personaggi ambigui (che mi piacciono tantissimo) posso indagare e ‘abitare’ il mio lato oscuro, cerco di comprendere il personaggio, di stare nelle sue scarpe. Altrimenti non si crea la ‘trappola’ per il pubblico.
Nella fattispecie di Hendrik cerco di non giudicare la sua scelta. Lui non fa l’attore, lui è un attore, una maschera. Infatti il suo vero nome è un altro, si è esso stesso creato un personaggio. Si sposa con Barbara (donna agiata e borghese, fa colazione solo dopo un po’ di equitazione, n.d.r.) usando il nome d’arte, come a dire che è la sua maschera a sposarsi e a recitare. Con la vittoria di Hitler deve scegliere se fare il dissidente all’estero vivendo di espedienti o stare in Germania e ottenere potere servendo il Reich. Sarà riconoscente a Göring ma saprà di esserne suddito, crede di essergli superiore perché ha talento ma entrambi provano per l’altro ammirazione e disprezzo insieme, sono l’uno specchio dell’altro.
Noi lo giudichiamo a posteriori, e sembra facile, ma siamo in grado di leggere la Storia mentre succede?
Umanamente tendiamo a rimuovere quello che ci mette in pericolo. Vogliamo vivere. (Che è anche il titolo di uno splendido film di Ernst Lubitsch del 1942, una magnifica grande illusione teatrale contro la terribile realtà del nazismo, n.d.r).
Il punto centrale di questo personaggio è l’ambizione. Come interprete ho imparato a rendere più affilati gli strumenti. Ogni giorno si affinano le sfumature, Mephisto è un personaggio “cantiere”, devi aggiungere ogni giorno qualcosa che lo renda più ‘pericoloso’, più demoniaco.

Cosa significa essere un attore, per Höfgen/Mephisto? 

Il problema di Hendrik è ‘quale sarà il mio prossimo ruolo’. Hendrik diventa un giullare di corte del Reich, e in quanto tale depotenziato dal punto di vista artistico: o l’arte è pungolo, scontro, terreno di indagine, o non è arte. Se è asservita al potere e diventa decorazione smette di essere arte. Se si esaurisce con il plauso allora siamo in balìa del consenso. Hendrik lo sa, dice “Se non faccio Amleto non sono degno dell’appellativo di attore”. Dopo la sua compromissione con il regime, resta la funzione sociale e politica della sua figura, non più quella artistica. La maschera la indossa soprattutto con se stesso. C’è un abisso in cui nessuno vuole davvero guardare fino in fondo. Per salvarsi si arriva a credere alle proprie bugie tanto da non crederle più bugie. Per lui l’attore è al di sopra degli umani.

 

MEPHISTO

di Klaus Mann
adattamento Andrea Baracco e Maria Teresa Berardelli
con Woody Neri, Giuliana Vigogna, Gabriele Gasco, Rita Castaldo e Samuele Finocchiaro
regia Andrea Baracco
voce dell’autore e voce di Amleto Lino Musella
ideazione scene e costumi Marta Crisolini Malatesta e Francesca Tunno
suoni e musiche Giacomo Vezzani
video Luca Brinchi e Daniele Spanò
disegno luci Orlando Bolognesi
aiuto regia Andrea Lucchetta
produzione Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per INFINITO, Compagnia Mauri Sturno, MAT – Movimenti artistici trasversali, TIEFFE Teatro Menotti

Teatro Menotti, Milano | marzo 2026